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Non si può comprendere
il «magistero di pace» di Giovanni Paolo II senza inserirlo nella tradizione
dei pronunciamenti papali del XX° secolo. C’è un filo rosso che unisce le
prese di posizioni dei Pontefici e che attraversa tutto il Novecento, partendo
da Benedetto XV e dal suo tentativo di circoscrivere la tragedia della Grande
Guerra, arriva fino a Papa Wojtyla. Questo filo
rosso ideale ha inizio all’alba del secolo scorso, quando il papato acquista
sempre di più un ruolo nettamente religioso e una libertà maggiore dopo la
fine del potere temporale, mentre le guerre, a causa delle armi
sempre più distruttive, incombono come una minaccia devastante sulle popolazioni
civili. Ed è talvolta una continuità anche «fisica», che vede protagonisti
Papi e futuri Papi: la bozza della famosa «Nota di Pace» di Bendetto XV, ad esempio, venne
preparata dall’allora monsignor Eugenio Pacelli,
il futuro Pio XII. Mentre la bozza del famoso appello di Papa Pio XII del
24 agosto 1939 («Niente è perduto con la pace. Tutto può andare perduto con
la guerra… Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare») fu
preparata dall’allora monsignore Giovanni Battista Montini,
il futuro Paolo VI.
Oltre a sottolineare questa
continuità, va però notata anche una lenta ma inarrestabile progressione.
Che ha portato i vescovi di Roma ha intervenire sempre di più, ad appellarsi
alla legalità internazionale, a considerare indispensabile il ruolo delle
Nazioni Unite. Giovanni Paolo II, a ben guardare, manifesta un rifiuto della
guerra ancora più radicale e radicato rispetto ai suoi predecessori. Ciò non
significa affatto che Papa Wojtyla non giustifichi
l’uso della forza come «extrema ratio» dopo che
si sono tentate tutte le vie negoziali per risolvere una crisi durante la
quale sia stata gravemente violata la legalità internazionale: questa possibilità
è specificata e codificata nel Catechismo della Chiesa cattolica – da lui
stesso promulgato - al paragrafo numero 2309, dedicato alle «strette condizioni»
per l’uso difensivo della forza militare, che così si conclude: «La valutazione
di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro
che hanno la responsabilità del bene comune».
Il rifiuto ancora più deciso
e radicale della guerra in Wojtyla non deriva innanzitutto
da considerazioni di principio, quanto piuttosto dalla sua esperienza diretta
di sopravvissuto dalla catastrofe della Seconda Guerra mondiale. Lo ha spiegato
lui stesso, molte volte, l’ultima delle quali improvvisando, all’Angelus del
16 marzo scorso, quando disse ai «giovani» governanti delle sorti del mondo:
«Io appartengo alla generazione che ricorda bene la guerra, che ha vissuto
e grazie a Dio è sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale. Per questo ho
anche il dovere morale di ricordare ai più giovani che non hanno questa esperienza.
Ho il dovere di ricordare e di dire “mai più la guerra”, così come fece anche
Paolo VI nella sua visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile!
Sappiamo tutti bene che non è possibile domandare una pace ad ogni costo,
ma sappiamo tutti quanto è grande, grandissima la nostra responsabilità per
questa decisione. E quindi, preghiera e penitenza».
Nessuno dei suoi predecessori
del Novecento ha conosciuto così direttamente e così da vicino gli orrori
della guerra come l’allora ventenne Karol Wojtyla nella Polonia occupata dai nazisti e poi finita sotto
l’influenza dell’Unione Sovietica. Uno dei Paesi che ha pagato il prezzo più
alto durante e dopo il conflitto.
Cercheremo dunque di analizzare
l’atteggiamento di Giovanni Paolo II di fronte ad alcune delle gravi crisi
internazionali, operando una selezione inevitabile per motivi di tempo (un’analisi
completa dovrebbe contenere le centinaia di appelli per attirare l’attenzione
del mondo sui «conflitti dimenticati», soprattutto in Africa, che Papa Wojtyla
non ha mai cessato di lanciare). Cercheremo inoltre di evidenziare alcune
linee guida del suo magistero: imparzialità (che non significa mai neutralità),
affermazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, impegno
fino all’ultimo per evitare l’uso delle armi e una volta scoppiati i conflitti
tentativo di circoscrivere le conseguenze per la popolazione inerme, aiuto
concreto alle vittime sia dell’una che dell’altra parte. È importante infatti
notare come esista uno «stile papale» in tempo di guerra: una volta scoppiati
i conflitti, le parole e soprattutto l’azione del Pontefice e della sua diplomazia
hanno lo scopo di salvare quante più vite umane possibile.
Ma ciò che più ha caratterizzato
il pontificato di Giovanni Paolo II, ben prima della tragedia dell’11 settembre
2001 è stato lo sforzo instancabile per tentare di togliere qualsiasi alibi
«religioso» al terrorismo, alle guerre, all’odio e alla violenza commessi
profanando il nome di Dio.
In
molti ignoravano persino l’esistenza delle Falkland-Malvinas prima che scoppiasse
la guerra tra Argentina ed Inghilterra. L’Argentina ne rivendicava il possesso
fin dal 1833, quando furono definitivamente occupate dagli inglesi. La crisi
si aggravò nel marzo 1982 e il 2 aprile il generale Leopoldo Galtieri decise
invase l’intero arcipelago delle Malvinas. L’operazione fu portata a termine
in un solo giorno, il 2 aprile. L’Inghilterra ruppe subito le relazioni diplomatiche
con l’Argentina e si appellò al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I rappresentanti
dei Paesi membri approvarono la risoluzione n.502 che intimava il ritiro immediato
delle forze argentine e l’avvio di negoziati per risolvere la vertenza per
via diplomatica. Il governo britannico conservatore di Margareth Thatcher
inviò le navi militari, pronto ad usare la forza per riprendersi l’arcipelago.
Per
tutta la durata del conflitto, Giovanni Paolo II confermò la tradizionale
fiducia dei suoi predecessori nei confronti dell’ONU: l’Argentina, al di là
della legittimità o meno delle sue rivendicazioni, si era resa responsabile
di un’aggressione militare nei confronti di un’altra nazione. Doveva, perciò,
rinunciare a quanto ottenuto con l’uso della forza e risolvere la vertenza
con l’Inghilterra diplomaticamente, nel rispetto dei diritti dei popoli e
delle nazioni
[1]
. La mediazione
delle Nazioni Unite si rivelò inefficace.
Giovanni
Paolo II lanciò al Regina Coeli del 2 maggio un accorato appello ai belligeranti
e a tutta la comunità internazionale perché facessero prevalere il dialogo
all’uso della forza, pensando alle “vite preziose già sacrificate e che ancora
possono essere sacrificate. Per l’abisso già aperto e che minaccia di approfondirsi
fra i due popoli. Per le ripercussioni internazionali che può avere su una
più vasta scala”. Ma non ci fu niente da fare. Il 21 maggio 1982, l’Inghilterra
iniziò lo sbarco. Le due parti in conflitto erano giunte allo scontro frontale.
Visto che con gli appelli di pace non otteneva nulla, Papa Wojtyla prese carta e penna, e scrisse due telegrammi ai due
Capi di Stato, Thatcher e Galtieri, perché intavolassero trattative e risparmiassero
ulteriori sofferenze alle rispettive popolazioni. I due leaders non li presero
in considerazione. In quei giorni, però, le preoccupazioni di Giovanni Paolo
II si erano aggravate, perché gli si era presentato un problema realmente
spinoso: il previsto pellegrinaggio che doveva compiere in Inghilterra, ormai
prossimo (la partenza era fissata per venerdì 28 maggio), che metteva a rischio
l’imparzialità del Papa e della Santa Sede.
Da
un anno e mezzo quel pellegrinaggio era stato programmato. Si trattava, oltretutto,
di un’importantissima tappa del dialogo ecumenico con la Chiesa anglicana.
Ma una visita in terra inglese era quanto di più inopportuno si potesse fare
in quel contesto storico, che vedeva la Gran Bretagna impegnata in una guerra
contro un altro Paese di tradizione cristiana, l’Argentina, nel quale il cattolicesimo
era, per giunta, religione di Stato. Un viaggio in Inghilterra sarebbe apparso
agli occhi del mondo come una preferenza, un’attenzione maggiore della Santa
Sede verso i cattolici inglesi a scapito di quelli argentini. Sembrava che
Wojtyla si trovasse in un vicolo cieco: qualunque
decisione avesse preso, conferma del pellegrinaggio od annullamento, avrebbe
violato la classica linea di imparzialità papale in tempo di guerra.
Che
fare, allora? Nell’udienza generale del 26 maggio 1982, alla vigilia del pellegrinaggio
in Inghilterra, annunciò che avrebbe fatto anche una visita in Argentina dall’11
al 13 giugno. Fu un capolavoro di imparzialità. Papa Wojtyla, nel suo discorso,
informò i fedeli di aver inviato una lettera ai cattolici argentini spiegando
loro le ragioni che lo avevano convinto a non rinunciare al pellegrinaggio
in Inghilterra: “Il Romano Pontefice […] ha una responsabilità diretta
nei confronti di tutta la Chiesa”. L’attesa creatasi in Inghilterra “è tale
che non posso fare a meno di compiere questa visita […]. La cancellazione” o il rinvio
“del viaggio” avrebbe comportato “una delusione non soltanto per i cattolici,
ma anche per moltissimi non cattolici, che lo considerano, com’è in realtà,
particolarmente importante anche per il suo significato ecumenico”. Nondimeno,
“è ben nota la mia predilezione per la Vostra Nazione e per tutta l’America
Latina”; perciò, “profondamente preoccupato per la causa della pace e mosso
dall’amore per voi, tanto provati in questi momenti di dolore, sarebbe mio
desiderio venire perfino direttamente dall’Inghilterra all’Argentina, e lì,
tra voi e con voi, […] elevare la stessa preghiera
per la vittoria di una giusta pace sulla guerra” nel Santuario di Lujan dedicato
alla Vergine Madre di Dio.
“Un
movimento impressionante di masse mai verificatosi a Buenos Aires” lo accompagnò
nel Santuario di Lujan; ”da mille e mille labbra usciva” il grido: “Vogliamo
la pace”. Circa 300.000 fedeli assistettero alla Messa di Wojtyla nel santuario.
Tutta la nazione seguì l’evento alla televisione
[2]
. L’Argentina
aveva vinto la pace e respinto la guerra voluta da Galtieri.
Il
14 giugno 1982, il giorno successivo alla partenza di Giovanni Paolo II da
Buenos Aires, le Falkland-Malvinas erano tornate sotto la sovranità inglese.
Galtieri si dimise.
Nel 1989 la caduta del Muro di Berlino
rappresentò una svolta epocale nei rapporti internazionali: finiva la guerra
fredda e, contemporaneamente, un ordine internazionale che, al di là delle
reciproche diffidenze, aveva comunque trovato un certo equilibrio; se ne apriva
un altro, dai connotati molto incerti. Per Papa Wojtyla, quindi, si aprivano
le porte per un ordine internazionale caratterizzato da “un lungo periodo
di razionalità e di dialogo, solidarietà e pacifiche soluzioni degli attriti
internazionali”. Non era passato un anno dalla fine della guerra fredda che
le speranze di Giovanni Paolo II andarono in frantumi: il 2 agosto 1990 l’Iraq
del dittatore Saddam Hussein invadeva il Kuwait. Il nuovo ordine internazionale
si apriva all’insegna della guerra. Saddam aveva
bisogno di petrolio. Convinto che gli Stati Uniti non si sarebbero opposti
al suo espansionismo, invase il Kuwait. Ma fece male i suoi calcoli.
Giovanni Paolo II non era il solo
a vagheggiare un possibile ordine internazionale. Anche il presidente americano
George Bush aveva la sua idea in proposito: crollato
il comunismo, il mondo doveva essere governato in modo da non tollerare più
ingiustizie internazionali
[3]
. Ma a chi
sarebbe spettato governare il mondo? Evidentemente all’unica superpotenza
rimasta in piedi dopo quarantadue anni di guerra fredda. La decisione di intervenire
immediatamente contro Saddam dimostrava a tutti
che la superpotenza americana aveva il consenso e i mezzi per governare da
sola il mondo. Per questa grande operazione di giustizia internazionale aveva
bisogno, però, dell’avallo del massimo organo di arbitrato internazionale:
l’ONU. Le Nazioni Unite condannarono l’aggressione da parte dell’Iraq e predisposero
sanzioni economiche e militari al regime di Saddam. Di fondamentale importanza,
però, fu la risoluzione n.678 approvata il 29 novembre 1990, con la quale
gli Stati Uniti ottennero l’autorizzazione da parte delle Nazioni Unite all’uso
della forza per liberare il Kuwait. Unione Sovietica e Cina non si opposero.
All’ONU (ma anche a Saddam, la cui
invasione, lo ribadiamo, era stata condannata in modo chiaro dal Pontefice)
Giovanni Paolo II ricordava, nel messaggio Urbi et Orbi del 25 dicembre, che
“la guerra è un’avventura senza ritorno. […] Si persuadano
i responsabili” che solo “con la ragione, la pazienza e con il dialogo, e
nel rispetto dei diritti inalienabili dei popoli e delle genti, è possibile
individuare e percorrere le strade dell’intesa e della pace”. Nell’udienza
generale del 16 gennaio 1991, quando l’ultimatum dell’ONU a Saddam per l’evacuazione
del Kuwait era scaduto, Papa Wojtyla usò toni anche più accorati: “mai più
la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e
di violenza; mai questa guerra nel Golfo
Persico”. Il fatto era clamoroso: molti si chiesero se Giovanni Paolo
II intendesse realmente sconfessare le Nazioni Unite proprio quando stavano
finalmente intervenendo “come il Vaticano auspicava da decenni”
[5]
, rovesciando
una linea costantemente tenuta dai suoi predecessori.
Ma era veramente così? La presa di
distanza di Giovanni Paolo II dall’iniziativa armata dell’ONU non equivaleva
assolutamente ad una sua sconfessione. Quello che Giovanni Paolo II non vedeva
di buon occhio era il fatto che l’intervento dell’ONU contro Saddam fosse
troppo scopertamente pilotato dagli americani.
Così Papa Wojtyla
si esprimeva il 12 gennaio 1991 davanti al Corpo diplomatico: “gli Stati riscoprono
oggi, in particolare grazie alle diverse strutture di cooperazione internazionale
che li uniscono, che il diritto internazionale non costituisce una sorta di prolungamento
della loro sovranità illimitata, né una protezione dei loro soli interessi
o anche delle loro imprese egemoniche. È in verità un codice di comportamento
per la famiglia umana nel suo insieme”. Nello stesso discorso aggiungeva:
“E’ bello che l’Organizzazione delle Nazioni Unite sia stata l’istanza internazionale
che si è rapidamente imposta per la gestione di questa grave crisi”.
Che cosa fare di concreto sul piano
diplomatico per evitare che una sola superpotenza dominasse il mondo intero?
Individuare un’altra entità politica che le facesse da contrappeso: l’Europa
unita. “L’epoca del confronto e della divisione in Europa è passata”, diceva
Giovanni Paolo II nel discorso al Corpo Diplomatico del 12 gennaio 1991. Di
fronte alla nuova situazione internazionale dominata dagli americani, “un dovere si impone: la solidarietà europea”,
sia nell’aiutare i Paesi europei ex comunisti ad uscire dalla crisi economica,
politica e sociale, sia nel coinvolgerli in un progetto di unione europea
già iniziato dagli Stati membri della CEE, la quale doveva dotarsi quanto
prima di una politica estera e di difesa comune. Mai nessun pontefice aveva
insistito tanto sull’urgenza di un’unione europea come Giovanni Paolo II.
Il 15 gennaio Giovanni Paolo II fece
l’ultimo appello per scongiurare la guerra: inviò due messaggi, uno al dittatore
irakeno e l’altro al presidente americano George Bush, nella sua qualità di
capo di Stato del Paese maggiormente impegnato nelle operazioni militari nel
Golfo. Il giorno dopo, 16 gennaio, Wojtyla telefonò a Bush e gli disse che
continuava a pregare per una soluzione pacifica del conflitto. Ma fu tutto
inutile. Il 17 gennaio 1991 cominciava la guerra nel Golfo: aerei americani
iniziarono, nella notte, a bombardare Baghdad.
Come per i suoi predecessori, la prima
preoccupazione di Giovanni Paolo II fu per i sofferenti. Nell’udienza generale
del 23 gennaio, ad esempio, così intervenne dopo il bombardamento missilistico
contro Israele da parte dell’Iraq: “Esprimo, in particolare, solidarietà con
quanti, nello Stato di Israele, soffrono per i deprecabili bombardamenti dei
giorni scorsi e di ieri. Allo stesso modo sono vicino alle popolazioni dell’Iraq
e degli altri Paesi coinvolti, anch’esse sottoposte a terribili prove”. Ancora
una volta Giovanni Paolo II non faceva distinzioni fra le popolazioni vittime
del conflitto. Il 27 gennaio, all’Angelus, dopo aver pregato per le popolazioni
civili provate dai bombardamenti “o costrette, a centinaia di migliaia, ad
abbandonare le loro case e la loro Patria e ad affrontare la tragica esperienza
dei profughi”, annunciò di aver dato disposizioni per i soccorsi umanitari
con la creazione di una commissione “incaricata di cooperare alle iniziative
che, in campo internazionale, vanno sorgendo per aiutare i profughi in Medio
Oriente”; manifestò, poi, la sua preoccupazione per un aggravamento della
“tragedia in corso” a causa di “azioni inaccettabili, tanto in base all’etica
naturale, quanto in base alle vigenti Convenzioni internazionali. Motivo di
grande amarezza sono, in particolare, le notizie giunte circa la sorte dei
prigionieri di guerra”. Ciò che più spaventava il Papa era la straordinaria
potenzialità delle armi utilizzate. Il 6 febbraio, all’udienza generale, disse:
“In questo terribile conflitto, non venga fatto ricorso a nuovi strumenti
di morte. Penso, in particolare, alle armi chimiche e batteriologiche, il
cui uso è stato più volte minacciato ed è tanto temuto”.
La preoccupazione per le vittime del
conflitto, per una sua possibile estensione e per l’impiego di armi devastanti
determinavano una decisa insistenza da parte di Giovanni Paolo II a chiedere
la fine della guerra: “durante gli scontri aerei di gennaio e febbraio del
1991 e i brevi scontri di terra dal 24 al 28 febbraio” egli fece ben “venticinque
appelli per una giusta pace nel Golfo”
[6]
. Questo suo
impegno per la pace fu inevitabilmente strumentalizzato
[7]
. Il fatto
che molti pacifisti bruciassero nelle piazze del mondo le bandiere a stelle
e strisce, senza preoccuparsi di condannare l’aggressione dell’Iraq al Kuwait,
era la dimostrazione pratica di questo pregiudizio, non di rado spinto fino
all’odio contro gli Stati Uniti. Al contrario, la condanna della Santa Sede
e di Giovanni Paolo II all’aggressione irakena era stata chiara, e ribadita
nel discorso al Corpo Diplomatico del 12 gennaio, cinque giorni prima dello
scoppio della guerra: non si poteva rimanere indifferenti di fronte “all’invasione
armata di un paese e a una violazione brutale della legge internazionale,
[…] sono fatti inaccettabili”,
altrimenti “è la legge della giungla che finirebbe per imporsi”. Nell’Angelus
del 20 gennaio Wojtyla aveva indirizzato un appello ai belligeranti affinché
arrestassero “al più presto il conflitto, cercando,
poi, di rimuovere le cause che l’hanno provocato”. Ai pacifisti, Giovanni
Paolo II ribadiva, a volte, la necessità della guerra, avvertendo che “il
ricorso alla forza per una giusta causa”,
era perfettamente ammissibile “nel caso
in cui questo ricorso fosse proporzionato al risultato che si vuole ottenere”, dopo aver ben ponderato “le conseguenze che azioni militari, rese sempre
più devastatrici dalla tecnologia moderna, avrebbero per la sopravvivenza
delle popolazioni e dello stesso pianeta”.
Il dialogo ecumenico costituì un importantissimo
pilastro per l’azione di pace di Wojtyla, non solo da un punto di vista di
convivenza e collaborazione religiosa, ma anche in difesa delle minoranze
cristiane in quelle regioni. Una presenza che aveva dato vita ad una rete
di scuole e di università che accoglievano giovani di tutte le religioni e
di tutte le condizioni sociali. Ospedali, dispensari, case di accoglienza
erano “una magnifica testimonianza di carità”. Per questo motivo, bisognava
assolutamente evitare che alle rivalità politiche si aggiungessero quelle
religiose, altrimenti si sarebbe creato un fossato di odio tra musulmani,
ebrei e cristiani. Lo stesso Saddam aveva chiamato i musulmani alla «guerra
santa» contro gli infedeli, una mossa politica per rompere l’alleanza dei
Paesi arabi con gli Stati Uniti. Perciò, in molteplici appelli Giovanni Paolo
II ribadì il «filo rosso» che univa le tre religioni monoteiste: la fede nel
Dio Unico, quello di Abramo, un Dio di pace. E le invitava ad unirsi nella
sue preghiera per la cessazione delle ostilità. Così disse, ad esempio, il
25 gennaio 1991: “Il mio accorato pensiero [va] ai milioni di credenti nel
Dio Unico – cristiani, ebrei e musulmani -, che vivono ore drammatiche di
sofferenza e di angoscia […]. La fede nell’unico Dio che
li accomuna e rende fratelli, in quanto tutti figli del medesimo Creatore,
li invita dal profondo del loro animo a pregare, affinché al più presto, la
pace e la giustizia trionfino nella regione del Golfo ed in tutto il Medio
Oriente”. Due giorni dopo, all’Angelus, si espresse con parole simili: la
fede di ebrei, cristiani e musulmani nel medesimo Dio “non deve essere motivo
di conflitto e di rivalità, ma di impegno a superare nel dialogo e nella trattativa
i contrasti esistenti”.
All’Angelus del 3 marzo Giovanni Paolo
II espresse la sua soddisfazione e, ancora una volta, la sua vicinanza a tutte
le popolazioni coinvolte nel conflitto: “Sentiamoci solidali con il popolo
del Kuwait che, dopo la gravissima prova sopportata, ha ritrovato la sua indipendenza.
[…] Sentiamoci vicini alle popolazioni
dell’Iraq e alle loro sofferenze” con la speranza che, “con una pace definitiva,
venga concessa a quel Paese la possibilità di leale collaborazione con i vicini
e con gli altri membri della comunità internazionale. Pensiamo a tutti gli
altri popoli della regione, sui quali la guerra del Golfo Persico ha maggiormente
influito: che Dio misericordioso conceda loro la grazia della speranza in
un futuro migliore!”.
E durante l’incontro del 4-5 marzo
con i rappresentanti degli episcopati dei Paesi che avevano partecipato direttamente
alla guerra o ne erano stati implicati, chiese una soluzione nel rispetto
dei diritti dei popoli e delle nazioni per le «zone calde» del Medio Oriente,
chiamò i popoli del Kuwait e dell’Iraq a riconciliarsi tra loro e con “la
grande famiglia delle nazioni” e, da ultimo, bandì il concetto di «guerra
santa», che doveva essere rimossa dal suo contrario, il dialogo ecumenico,
“simbolo di una vera e pronta riconciliazione tra i popoli”.
La Santa Sede per tutto il primo semestre
del 1991, fece pressioni affinché si salvasse lo Stato jugoslavo, trasformandolo
in una confederazione accettabile da tutte le etnie. Ma la proclamazione dell’indipendenza
di Slovenia e Croazia assestò un duro colpo alle speranze del Vaticano. Undici
anni dopo la morte di Tito, la Jugoslavia si stava sfaldando. L’unico elemento
sul quale si poggiava la sua autorità era l’esercito. Furono subito evidenti
le difficoltà della Presidenza Collettiva di tenere a freno la volontà dei
militari serbi di soffocare nel sangue la «ribellione» di sloveni e croati.
Le operazioni belliche, di fatto, iniziarono subito dopo la proclamazione
d’indipendenza di Croazia e Slovenia. Contemporaneamente Giovanni Paolo II
lanciò la sua «offensiva di pace». Per tutto il secondo semestre del 1991
la sua “priorità assoluta” (udienza generale del 3 luglio) fu la cessazione
delle ostilità per risparmiare sofferenze alle popolazioni coinvolte ed arrivare
ad una soluzione negoziata della vertenza. In questo senso, il 28 giugno scrisse
tre messaggi rispettivamente ad Ante Marković (Presidente della Lega
Collettiva), Franjo Tudjman (Presidente della Repubblica di Croazia) e Milan
Kucan (Presidente della Repubblica di Slovenia). Così si espresse all’Angelus
del giorno seguente: “Non si possono e non si debbono soffocare con la forza
i diritti e le legittime aspirazioni dei popoli”.
Ma non ci fu niente da fare. Sebbene
il nuovo Presidente della Lega Collettiva di Jugoslavia, il croato Stipe Mesić,
ordinasse all’esercito federale di rientrare nelle caserme, i militari serbi,
che facevano riferimento al loro vero leader, Slobodan Milošević, non
erano disposti a sottomettersi ad un presidente croato. Prevalse, così, la
volontà di fare la guerra.
“Oggi più che mai si richiede prudenza
e saggezza […] uno scontro armato […] sarebbe un’inutile catastrofe.
Una catastrofe da evitare a tutti i costi”. Così si esprimeva Giovanni Paolo
II nell’Angelus del 21 luglio 1991. Nonostante la guerra in atto, il Papa
e la Santa Sede non persero la speranza di una soluzione negoziata della crisi
nel rispetto dei diritti dei popoli. In effetti, la guerra in Slovenia finì
dopo pochi giorni. Gli accordi di Brioni ne sancirono l’indipendenza. Ma in
Croazia la situazione era molto diversa. Se la Slovenia era relativamente
omogenea e pressoché interamente cattolica, la Croazia era abitata, soprattutto
in Slavonia e Krajna, da forti comunità serbe (quasi seicentomila persone).
Non appena la Croazia si era separata da Belgrado, i serbi di Krajna e Slavonia
si erano separati a loro volta dalla Croazia. Il presidente della Repubblica
di Croazia Tudjman, un comunista diventato nazionalista proprio come Milošević,
lanciò le truppe croate alla conquista delle due province secessioniste; per
tutta risposta, Milošević lanciò le truppe serbe contro quelle croate.
La non omogeneità del territorio croato e la presenza di due nazionalismi
inconciliabili fra loro, resero subito la guerra molto aspra. Allora Giovanni
Paolo II provò a ricorrere al dialogo ecumenico e all’Europa. Giovanni Paolo
II volle chiarire che il conflitto in Jugoslavia non era una guerra di religione.
Nel messaggio al Patriarca ortodosso serbo Pavle del 10 ottobre 1991, Wojtyla
fu molto esplicito: “ Noi sappiamo bene […] che il movente della guerra non è di indole religiosa, ma politica”. Ed era
vero. Il nazionalismo era la causa della guerra in Jugoslavia. Per questo,
negli anni del conflitto balcanico, Giovanni Paolo II tornò più volte a condannarlo:
se il patriottismo era quel “retto e giusto amore della propria identità quale
membro di una determinata comunità nazionale” e che portava gli uomini a considerare
le differenze esistenti tra i diversi popoli come “un occasione di reciproco
arricchimento”, “negazione del patriottismo
è il nazionalismo [corsivo nel testo, NdA]: mentre il patriottismo, amando
ciò che è proprio, stima anche ciò che è altrui, il nazionalismo disprezza
tutto ciò che non è proprio”. Scopo del nazionalismo era la distruzione dell’altro
attraverso la “divinizzazione della nazione” (discorso al Corpo Diplomatico
del 1994).
Nonostante gli sforzi di Giovanni
Paolo II, il dialogo ecumenico mostrò da subito tutti i suoi limiti. Il Patriarca
serbo non si dimostrava un’autorità religiosa libera come quella del Papa:
storicamente, la Chiesa ortodossa ha sempre rivendicato una specie di monopolio
religioso nei confronti di tutti i popoli slavi, e guardava con sospetto le
intromissioni della Chiesa cattolica. Preferiva, perciò, rimanere defilato,
fornendo una prudente copertura alla politica nazionalista di Milošević
[8]
. Il Papa
e la Santa Sede, al contrario, pur avendo a cuore le sorti dei cattolici croati,
si erano sempre pubblicamente espressi in favore di tutti i popoli della ormai
ex Jugoslavia. Giovanni Paolo II tentò più volte di riaprire i contatti con
Pavle, invitandolo ad “avere il coraggio di liberarsi dai condizionamenti
del passato e lavorare per dare una risposta ai problemi del presente secondo
il diritto e la giustizia, nella carità”, ma senza apprezzabili risultati.
Ciononostante, l’ecumenismo rimase una costante dell’azione di Wojtyla per
la pace nell’ex Jugoslavia. Ricordiamo, in particolare, due avvenimenti. Il
10 gennaio 1993 ad Assisi Giovanni Paolo II invitò i rappresentanti delle
Chiese e delle comunità cristiane, ebraiche e musulmane: nell’incontro al
Sacro Convento di San Francesco, Papa Wojtyla disse: “Le differenze che ci
separano rimangono. Ed è questo il punto essenziale […]: far vedere
a tutti che soltanto nella mutua accettazione dell’altro e nel conseguente
mutuo rispetto, reso più profondo dall’amore, risiede il segreto” della pace;
“alle guerre ed ai conflitti vogliamo contrapporre […] lo spettacolo della nostra
concordia, nel rispetto dell’identità di ognuno”.
Oltre all’azione ecumenica, Giovanni
Paolo II si appoggiò all’ONU, ma soprattutto all’Europa. La crisi jugoslava
era un’occasione per dimostrare che l’Europa esiste e poteva agire come una
grande potenza
[9]
, riscattare
lo scacco subìto nella guerra del Golfo e riprendere il cammino per una politica
estera e di difesa comune. Ancora una volta, però, l’Europa doveva deludere
Papa Wojtyla. La discordia tra i principali Paesi aderenti era totale: i francesi
miravano ad un’egemonia politica sui Balcani ed erano filoserbi; i tedeschi,
loro rivali, miravano ad un’egemonia economica ed erano decisamente filocroati;
gli italiani difendevano il mantenimento della vecchia Jugoslavia, per i buoni
rapporti politici ed economici che avevano maturato negli anni precedenti.
Oltretutto, nel marzo 1992 l’ONU inviò i «caschi blu» in Croazia, una forza
composta prevalentemente da contingenti europei espressamente richiesta da
Milošević per proteggere le regioni serbe in Croazia (Krajina e Slavonia)
appena conquistate. I soldati europei difendevano lo status quo, vale a dire
le vittorie ottenute dai serbi sui croati, e questo minava la credibilità
dei mediatori europei agli occhi dei croati.
Giovanni Paolo II non mancò di esprimere
il suo disappunto: “I Paesi europei […] non possono sottrarsi alla
grave responsabilità che hanno di fronte a questo dramma”; “Tutta l’Europa
deve sentirsi colpita ed umiliata da tanta crudeltà!”, disse all’Angelus del
15 settembre 1991 e del 1° gennaio 1992. L’Europa aveva fatto della Jugoslavia
“il banco di prova della sua politica estera”. E aveva nuovamente fallito
[10]
.
Quando, a livello diplomatico, la
fine della Jugoslavia parve irreversibile, la Santa Sede spinse i Paesi membri
della CSCE (Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) a riconoscere
l’indipendenza di Croazia e Slovenia “che scaturisce dalle legittime aspirazioni
democraticamente espresse”, ma nel rispetto dei principi contenuti nell’Atto
Finale di Helsinki del 1975: difesa dei diritti umani, delle minoranze nazionali,
inviolabilità dei confini. Slovenia e Croazia accettarono quanto chiesto dalla
Santa Sede, che riconobbe l’indipendenza dei due Paesi il 13 gennaio 1992
[11]
. Alle stesse
condizioni la Santa Sede avrebbe riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche
che, in seguito, ne avessero fatto richiesta. Ma il richiamo alle norme internazionali
non servì a fermare le ostilità. Anzi, la guerra si estese di lì a pochi mesi
in Bosnia-Erzegovina. Il 29 febbraio 1992 l’esito positivo di un referendum
ne proclamò l’indipendenza, riconosciuta dalla Santa Sede e dall’Unione Europea
(il nuovo nome della CEE dopo la ratifica dei trattati di Maastricht del 7
febbraio 1992). Il Presidente della Bosnia-Erzegovina Alija Izetbegović,
musulmano, decise di islamizzare la regione. Ma la Bosnia-Erzegovina, anche
se in maggioranza musulmana, era un autentico mosaico di etnie, formato da
croati (Erzegovina), serbi (Pale e Banja Luka) e da città multietniche come
Sarajevo e Mostar con moschee, chiese cattoliche e chiese ortodosse. A fine
marzo scoppiò una furibonda guerra di «tutti contro tutti»: la Croazia intervenne
in aiuto dei croati dell’Erzegovina, la Serbia non esitò a schierarsi a fianco
delle minoranze serbe, i musulmani bosniaci diedero battaglia a croati e serbi
contemporaneamente. Mentre i musulmani distruggevano le chiese, i serbi ed
i croati abbattevano moschee e minareti: la guerra, da politica, divenne anche
religiosa. E, quindi, più feroce e spietata.
L’esercito serbo, decisamente più
preparato e più numeroso di quello croato e bosniaco, aveva riportato le prime
significative vittorie, sottraendo Krajina e Slavonia ai croati, bombardando
sistematicamente le più popolate città della Croazia (Vukovar, Dubrovnik,
Zara) e mettendo sotto assedio Sarajevo, la capitale della Bosnia-Erzegovina.
La tragica situazione indusse Giovanni Paolo II a moltiplicare i suoi appelli
perché venissero predisposti aiuti umanitari per i profughi che abbandonavano
le città per sfuggire ai massacri. Gli orrori più gravi si verificarono a
Sarajevo: la popolazione assediata era alla fame, le milizie serbe bloccavano
l’arrivo dei convogli di cibo e medicine, perfino alla Croce Rossa era impedito
di prestare aiuto ai civili stremati. I cecchini serbi, intanto, sparavano
sulla la gente che usciva in strada semplicemente per procurarsi del cibo.
Per non parlare dei bagni di sangue che si verificavano in altre città, come
Banja Luka e Mostar. L’ONU e la CEE non davano risposte immediate all’escalation
della violenza (del tutto controproducente si rivelava l’unica decisione che,
di fatto, era stata presa: l’embargo economico e militare). La ricomparsa
dei campi di concentramento indusse Giovanni Paolo II ad intervenire energicamente.
Dal Policlinico Gemelli, il 7 agosto
1992 Giovanni Paolo II incaricò il Segretario di Stato Angelo Sodano di fare
un’importante dichiarazione: “Per frenare questa guerra, per recare soccorsi
alle popolazioni e per indagare sulle accuse di atrocità in campi di concentramento,
per i quali la Santa Sede ha notizie più che sicure […] gli Stati europei e le Nazioni
Unite hanno il dovere ed il diritto
di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere. […] L’Europa, che dovrebbe essere
maestra di civiltà e di umanità, dà il cattivo esempio. Mai più si pensava
che aerei militari potessero bombardare città nel cuore dell’Europa. Questi
sono ricordi di cinquant’anni fa. Perciò,
altro che diritto di ingerenza! Noi cercheremo in tutte le istanze di attuarlo.
E’ un diritto in favore dell’umanità […] e questo lo facciamo per tutti, cristiani e
musulmani”. Il cardinale Sodano aveva ricordato che “è un peccato di omissione
rimanere silenziosi” di fronte alla “negazione di tutti i principi del diritto
internazionale e del diritto umanitario […]. Si è complici anche tacendo”. L’ingerenza
umanitaria “non è favorire, ma impedire la guerra”.
Il significato del diritto di ingerenza
umanitaria venne chiaramente ripetuto in diversi interventi pubblici del Pontefice
e di autorevoli esponenti della diplomazia vaticana. Il 5 dicembre 1992, nell’annuale
discorso alla FAO, Giovanni Paolo II disse a chiare lettere: “sia
reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono
gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici”. Il 17
gennaio 1993, nel discorso al Corpo Diplomatico, a proposito della guerra
in Jugoslavia disse: “Una volta che tutte le possibilità offerte dai negoziati
diplomatici […] siano stati messi in atto
e che, nonostante questo, delle intere popolazioni sono sul punto di soccombere
sotto i colpi di un ingiusto aggressore, gli Stati non hanno più il «diritto
all’indifferenza». Sembra proprio che il loro dovere sia di disarmare questo
aggressore”. La necessità di un intervento umanitario veniva ancora ribadita
da Papa Wojtyla nel discorso al Corpo Diplomatico del 1994: “La Sede Apostolica,
da parte sua, non cessa di ricordare il principio dell’intervento umanitario [il corsivo è nel testo, NdA]. Non in primo luogo un intervento di tipo militare, ma ogni
tipo di azione che miri ad un «disarmo» dell’aggressore. È un principio che
nei preoccupanti avvenimenti dei Balcani trova una precisa applicazione”.
Una conseguenza di questa posizione
da parte del Papa e della Santa Sede fu il pieno appoggio alla creazione di
un Tribunale Internazionale per i crimini contro l’umanità commessi nella
guerra in Jugoslavia, istituito all’Aja, sotto l’egida dell’ONU, il 26 maggio
1993. Per Giovanni Paolo II era “un segno che si è sempre più consapevoli
dell’ignominia” che si consumava in Jugoslavia; “sarebbe scandaloso, infatti,
[…] rassegnarsi e accettare che
il diritto sia definitivamente schernito, che l’ordine internazionale sia
posto in ridicolo da bande armate”.
Giovanni Paolo II nell’enunciare il
magistero dell’ingerenza umanitaria usò un linguaggio chiaro, ma al tempo
stesso molto prudente: la condanna della guerra di aggressione era esplicita,
ma Wojtyla non nominò mai espressamente gli aggressori,
contro i quali andava principalmente attuato l’intervento umanitario. Egli
non intendeva peggiorare la situazione con il rischio di rendere ancor più
feroce la guerra. Oltretutto, i serbi non erano certamente i soli responsabili
delle efferatezze commesse nella ex Jugoslavia: in certe situazioni non era
facile distinguere fra le colpe degli uni e quelle degli altri
[12]
.
Il magistero dell’ingerenza umanitaria
risolveva infine una grave contraddizione presente nell’Atto Finale di Helsinki
del 1975, che sanciva il diritto dei popoli all’autodeterminazione e, contemporaneamente,
il dogma dell’inviolabilità delle frontiere. In realtà, i due princìpi, in
certi casi, venivano a cozzare loro. Lo si era visto nel 1990, quando la volontà
del popolo tedesco condusse all’unità della Germania: il legittimo diritto
di autodeterminazione dei popoli aveva infranto l’inviolabilità delle frontiere.
L’Atto Finale, così come era stato concepito, era chiaramente da rivedere
alla luce della nuova situazione internazionale. Dopo il crollo del comunismo,
non aveva più senso mantenere quel principio. Al contrario, il diritto all’autodeterminazione
dei popoli contemplava anche il diritto all’ingerenza umanitaria nei casi
in cui si tentava violentemente di soffocarlo, come stava accadendo nella
guerra in Jugoslavia. Ecco cosa disse Giovanni Paolo II di fronte al Corpo
Diplomatico nel 1993: “I princìpi della sovranità degli Stati e della non
ingerenza nei loro affari interni – che conservano tutto il loro valore –
non devono tuttavia costituire un paravento
dietro il quale si possa torturare e assassinare”. Il concetto era chiaro:
in casi particolarmente gravi e solo dopo il fallimento di tutte le possibili
iniziative diplomatiche, l’intervento diventava moralmente obbligatorio. E
siccome la Chiesa riconosceva le Nazioni Unite come massima autorità internazionale,
riteneva spettasse a questo organismo la conduzione dell’ingerenza umanitaria.
Nella dichiarazione del 7 agosto 1992, il cardinale Sodano disse: se “l’iniziativa
di intervento in Bosnia-Erzegovina” fosse auspicata “dalle Nazioni Unite,
specie per poter recare i soccorsi umanitari”,
la Santa Sede “la appoggerebbe pienamente”.
Nell’estate del 1995 i serbi bosniaci
scatenarono una massiccia offensiva in Bosnia-Erzegovina. L’11 luglio le truppe
serbe occuparono l’enclave musulmana di Srebrenica: più di settemila musulmani
furono massacrati in presenza dei «caschi blu» dell’Onu, testimoni inattivi e silenziosi del più intenso e crudele
crimine contro l’umanità della guerra in Jugoslavia. Giovanni Paolo II lanciò
un nuovo appello in favore dell’ingerenza umanitaria: “La guerra difensiva
è brutta, ma se uno attacca e vuole calpestare il diritto della vita, il diritto
di esistere, c’è il diritto alla difesa”. E “quando il diritto alla difesa
non può essere esercitato dalle popolazioni interessate, ricade sulla comunità
internazionale un certo obbligo […] di cercare
di restituire a quei popoli una speranza di vita”. Solo in quel momento Clinton
decise di intervenire, ma con criteri ben diversi da quelli enunciati da Giovanni
Paolo II nel suo magistero sull’ingerenza umanitaria.
Il desiderio di provare al mondo musulmano
che gli Stati Uniti non sarebbero stati indifferenti alla sorte della Bosnia
e l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale, specialmente americana (importantissima,
considerato che si era in periodo di elezioni presidenziali), furono certamente
tra i motivi che spinsero Bill Clinton ad intervenire con la forza nella guerra
in Jugoslavia, insieme a quello rappresentato dalla concreta possibilità di
esercitare contemporaneamente una leadership europea e mondiale nella politica
internazionale. Subito dopo il massacro
di Srebrenica, il neoeletto Presidente della Repubblica francese, Jacques
Chirac, desiderava dimostrare che egli, a differenza del suo predecessore
Mitterand, non sarebbe stato impotente di fronte
agli eccidi jugoslavi. Ma, data l’inconsistenza politica e militare dell’Unione
Europea, fu costretto a chiedere aiuto agli americani. Per Clinton era un’occasione
di affermare la superiorità americana sull’Europa e decise di intervenire
in Jugoslavia con la NATO, e non attraverso l’ONU. Gli Stati Uniti si liberavano
così dall’obbligo di sottoporre le proprie iniziative al giudizio del Consiglio
di Sicurezza. Trasformando la NATO da alleanza militare difensiva contro un
nemico che non esisteva più, il comunismo, in una specie di «ONU regionale»
incaricata di risolvere le crisi internazionali sulla base dei loro interessi
politici, gli americani avrebbero avuto in mano l’intero ordine mondiale
[13]
.
Giovanni Paolo II, lo abbiamo visto
in occasione della guerra del Golfo, nutriva più di un dubbio sul monopolio
mondiale della superpotenza americana. Oltretutto, l’intervento che si profilava
era ben diverso dall’ingerenza umanitaria voluta dalla Santa Sede. Così come
la concepiva Wojtyla essa aveva quattro fondamentali
caratteristiche. Primo: un simile intervento non significava immediatamente
azioni militari. Secondo: era un’operazione difensiva, che mirava alla protezione
delle popolazioni e degli aiuti umanitari e al disarmo dell’aggressore. Terzo:
quand’anche si risolvesse in un’azione militare, non doveva causare mali maggiori
di quelli già provocati dalla guerra in corso. Quarto: sarebbe stata condotta
dall’ONU, cioè dall’organizzazione che rappresentava tutte le nazioni del
mondo.
Quale fu dunque la posizione di Giovanni
Paolo II? Un silenzio di delusione. Il 30 agosto 1995 iniziarono i bombardamenti
della NATO contro le postazioni serbe: da quel giorno nemmeno il quotidiano
della Santa Sede uscì con un giudizio diretto sugli eventi, preoccupandosi
solo della cronaca dei fatti. Il Vaticano preferì non pronunciarsi, pensando
che almeno la terribile sofferenza delle popolazioni coinvolte nel conflitto,
dopo quattro anni, sarebbe in breve tempo terminata. A guerra finita, tuttavia,
l’insoddisfazione di Giovanni Paolo II per il modo in cui si era risolta la
guerra in Jugoslavia emerse indirettamente il 5 ottobre 1995, nel suo discorso
all’ONU per il cinquantesimo anniversario della sua istituzione: “Occorre
che l’Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi sempre più dallo stadio
freddo di istituzione di tipo amministrativo a quello di centro morale, in
cui tutte le nazioni si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza
di essere, per così dire, «famiglia di nazioni» nella quale non esiste il dominio dei più forti”.
Nell’autunno 1995, dopo i bombardamenti
della NATO, Milošević accettò di trattare. Gli accordi di Dayton, raggiunti
il 21 novembre 1995 e firmati a Parigi il 14 dicembre, sancirono la fine della
vecchia Jugoslavia. In realtà fu una «falsa pace», che conteneva già i presupposti
di una nuova guerra. Questo perché le grandi potenze obbligarono Milošević
a risolvere tutti i problemi della ex Jugoslavia, meno uno: quello del Kosovo,
accettando che rimanesse sotto la sua sovranità. Questa regione era abitata
in maggioranza da albanesi. La coabitazione tra gli albanesi musulmani, che
pure godevano di un’ampia autonomia nell’amministrazione della provincia,
ed i serbi ortodossi è stata sempre molto difficile: gli albanesi si sono
sempre ritenuti oppressi dai serbi, e la minoranza serba discriminata e continuamente
minacciata dalle intenzioni secessioniste degli albanesi.
Milošević decise
di fare contro i kosovari ciò che non gli era riuscito contro i croati ed
i bosniaci: «serbizzare» il Kosovo con una campagna di pulizia etnica contro
gli albanesi. Molti kosovari si sentirono abbandonati dai «grandi» del mondo
e decisero di rispondere alla forza con la forza: sostennero una formazione
militare clandestina, l’UCK (Esercito di liberazione del Kosovo), la quale
ingaggiò una vera e propria gara in fatto di violenza e di crudeltà con i serbi. Se i serbi massacravano gli albanesi,
l’UCK massacrava con attentati terroristici ed imboscate la minoranza serba
del Kosovo. Nel 1998 l’UCK riuscì ad impadronirsi del 40% del territorio della
provincia, ma in estate, con una violenta campagna militare, i serbi ripresero
buona parte del terreno perduto. Di fronte all’avanzata dell’artiglieria serba,
l’Unione Europea ebbe paura: non aveva digerito l’umiliazione subita nella
guerra di Jugoslavia e temeva un altro conflitto in cui si sarebbe nuovamente
trovata impantanata. Decise di agire subito e di risolvere la vertenza a livello
diplomatico. Ma un’azione diplomatica, se non è sorretta da una minaccia militare,
rischia di non essere presa sul serio. Per questo gli europei decisero di
coinvolgere nei negoziati di Rambouillet (autunno 1998) gli americani, i quali
si impadronirono dell’iniziativa e condussero le trattative. Essi imposero
a Milošević un piano che non avrebbe mai potuto accettare: il ritiro
delle forze jugoslave dalla provincia e l’indizione, tre anni dopo, di un
referendum, nel quale i kosovari avrebbero deciso per l’indipendenza o per
il mantenimento della sovranità serba. Se il presidente jugoslavo avesse accettato,
avrebbe dovuto rinunciare per sempre al Kosovo. Infatti, non firmò.
Anche la Santa Sede era molto preoccupata
per quello che stava accadendo. In un’intervista al Corriere della Sera, il cardinale Sodano
rilanciò l’ingerenza umanitaria. Occorreva inviare una forza militare che
separasse i contendenti, disarmasse l’aggressore e permettesse l’afflusso
degli aiuti umanitari. Ovviamente, l’operazione andava condotta dalla comunità
internazionale (il riferimento era all’ONU). Invece, gli americani intervennero
nuovamente con la NATO e bombardarono i serbi. Ancora una volta l’Unione Europea
rivelò la sua inconsistenza politica e finì per abdicare alla superpotenza
americana. Gli Stati Uniti, per contro, colsero un’altra occasione per dimostrare
la loro incontrastata egemonia mondiale.
Dal 24 marzo 1999, giorno in cui iniziarono
i bombardamenti, Giovanni Paolo II non esitò a condannare tanto la violenza
dei serbi contro i kosovari quanto la violenza dell’attacco contro i serbi:
“In risposta alla violenza, un’ulteriore violenza non è mai una via futura
per uscire da una crisi”, disse di fronte ai membri dell’Assemblea Parlamentare
del Consiglio d’Europa il 29 marzo. L’Osservatore Romano fece lo stesso, denunciando più volte l’inutilità
ed il dramma della “duplice guerra, quella che […] insanguina il Kosovo e quella
cominciata dalla NATO”
[14]
.
La preoccupazione per le sofferenze
delle popolazioni e la volontà di mettere in atto qualsiasi iniziativa per
far sentire concretamente la sua vicinanza alle vittime del conflitto, furono
costantemente presenti negli interventi di Wojtyla, dal primo all’ultimo giorno
di guerra. Ma nei confronti dei belligeranti, dimostrò la sua libertà di giudizio.
Rimanevano delusi coloro i quali chiedevano un pronunciamento più netto di
Giovanni Paolo II contro Milošević, soprannominato «Hitler dei Balcani»,
ed un suo schieramento in difesa dei bombardamenti della NATO. Ma altrettanto
delusi rimanevano gli aderenti al movimento pacifista, che fin dall’inizio
dei bombardamenti manifestarono contro l’azione della NATO e contro gli Stati
Uniti d’America. A questo proposito, la posizione della Santa Sede e di Wojtyla
era tutt’altro che pacifista: il cardinale Sodano aveva proposto un intervento umanitario che,
per quanto difensivo e mirato a disarmare gli aggressori, non escludeva a
priori l’uso della violenza.
Nonostante che Clinton
e i suoi alleati europei ribadissero il carattere umanitario della guerra
del Kosovo, fu evidente il contrario: la guerra in Kosovo non fu una «guerra
umanitaria». Per non rischiare perdite umane la NATO non si impegnò in battaglie
terrestri, ma proseguì con i bombardamenti. Però, combattendo a distanza,
cresceva la possibilità di errori, e questo nonostante le raffinate apparecchiature
elettroniche in possesso degli americani e la loro insistenza sulla precisione
chirurgica dei bombardamenti. Ad aprile le bombe colpirono un treno mentre
transitava su un ponte definito un obiettivo militare: 14 morti e 15 feriti.
“La guerra «intelligente» uccide persone inermi”
[15]
, intitolò
L’Osservatore Romano. Analoga tragedia
avvenne in maggio: i bombardamenti colpirono un villaggio kosovaro causando
una strage dei profughi.
E tutto questo mentre i bombardamenti
non impedivano a Milošević di dimezzare la popolazione albanese del Kosovo,
provocando una caotica crisi umanitaria. Solo un intervento militare sul campo
avrebbe potuto fermare i massacri disarmando i serbi: l’ingerenza umanitaria
che il Papa e la Santa Sede avevano inutilmente invocato.
Pur riuscendo, di fatto, a staccare
il Kosovo dalla Jugoslavia senza concedergli l’indipendenza
[16]
, gli americani
non riuscirono a disarmare l’UCK ed a fermare una seconda pulizia etnica,
questa volta condotta dagli albanesi contro la minoranza serba della provincia.
Una pulizia etnica sulla quale le istituzioni internazionali calarono un inaccettabile
silenzio. Per non parlare del silenzio che continua ancora oggi: mentre nel
vecchio Continente si discute e ci si divide sul preambolo della nuova Costituzione
europea e sull’accenno alle «radici cristiane», si permette che in Kosovo,
a due passi da casa nostra, vengano sistematicamente distrutti e saccheggiati
decine di antichi monasteri cristiani ortodossi. «Radici cristiane» ancora
viventi, strappate con la forza e la violenza nell’indifferenza della comunità
internazionale.
L’europeismo di Wojtyla
veniva con questa guerra ulteriormente frustrato. L’Unione Europea aveva nuovamente
abdicato politicamente e militarmente agli Stati Uniti.
11 settembre 2001: certamente la storia
non potrà mai cancellare le immagini dei due aerei dirottati che si schiantano
contro le Torri Gemelle di New York. L’opinione pubblica mondiale rimase angosciata,
senza parole dopo aver visto e rivisto l’allucinante morte di migliaia di
americani.
Nella tragedia, il popolo americano
dimostrò di avere una dignità, una tenacia, una forza morale pari, se non
superiore a quella politica e militare.
Dopo pochi giorni fu chiara la provenienza
dei dirottatori: essi facevano parte dell’organizzazione terroristica Al-Qaeda,
fondata da Osama Bin Ladin, uno sceicco saudita che viveva protetto dal governo
teocratico dei talebani in Afghanistan.
Il nuovo presidente degli Stati Uniti,
il repubblicano George W. Bush jr, chiese al governo afghano guidato dal mullah
Omar di consegnare alla giustizia americana Bin Ladin, la cui responsabilità
fu successivamente ammessa da lui stesso in un messaggio televisivo, ma i
talebani si rifiutarono. Gli Stati Uniti dichiararono guerra all’Afghanistan.
Tutto il mondo fu con loro: il consenso alla guerra, questa volta, fu dato
dall’ONU senza la minima esitazione, con la risoluzione n.1.368 del Consiglio
di Sicurezza del 12 settembre 2001, per la quale la gravità dell’attentato
configurava necessariamente il diritto alla legittima difesa, secondo quanto
previsto nella Carta delle Nazioni Unite. Il 7 ottobre iniziarono i bombardamenti
anglo-americani contro Kabul.
Il Vaticano sostenne subito il diritto
degli americani a rispondere all’aggressione subita. E fondamentali furono
le successive mosse di Papa Wojtyla. Dal 22 al 27 settembre andò in pellegrinaggio
in Kazakistan. Se Pio XII, durante la seconda guerra
mondiale, aveva invitato a distinguere tra comunismo e popolo russo e tra
nazismo e popolo tedesco, analogamente Giovanni Paolo II, in Kazakistan, Paese a stragrande maggioranza musulmana, invitava
a distinguere fra terrorismo islamico
e Islam, “l’autentico Islam”. Nei
giorni seguenti agli attentati dell’11 settembre, infatti, una specie di fobia antislamica si era diffusa
presso l’opinione pubblica mondiale e aveva contagiato anche diversi cattolici.
Molti erano pronti a «benedire» una «crociata antimusulmana». Non Giovanni
Paolo II. Egli invitava il mondo a far prevalere la ragione, non l’istinto
provocato dalla rabbia. Il Kazakistan era uno Stato
a maggioranza musulmana, ma nemico dei talebani e più ancora dei terroristi.
Non bisognava fare di ogni erba un fascio: “Desidero riaffermare il rispetto
della Chiesa cattolica per l’Islam, l’autentico Islam: l’Islam che prega,
che sa farsi solidale con chi è nel bisogno”. Parole dette da un Papa che
aveva fatto della mano tesa all’Islam uno dei punti cardini del suo magistero:
ventitré Paesi a maggioranza musulmana visitati in ventidue anni di pontificato,
senza contare il costante sostegno da lui dimostrato alle vittime musulmane
della guerra in Jugoslavia e, primo Papa nella storia, la sua visita ad una moschea, quella di Damasco,
in Siria, nel maggio 2001. Ma al tempo stesso Wojtyla non esitò a condannare
il terrorismo: “L’odio, il fanatismo e il terrorismo profanano il nome di
Dio e sfigurano l’autentica immagine dell’uomo”. Nel Messaggio per la Giornata
Mondiale della Pace del 2002 proclamò: “Il terrorismo si fonda sul disprezzo della vita dell’uomo” e costituisce
“un crimine contro l’umanità. Esiste,
perciò, un diritto a difendersi dal terrorismo [ in corsivo nel testo, NdA]”. La Segreteria di Stato
autorizzò il portavoce della Santa Sede, Joaquín
Navarro-Valls, a riconoscere il diritto degli americani ad intervenire militarmente
in Afghanistan. Joaquín Navarro-Valls
disse: “Se qualcuno ha inferto una grave ferita alla società e c’è il pericolo
che – se rimane libero – ne infligga altre, è certo che il responsabile di
una nazione ha il diritto di applicare il principio dell’autodifesa, anche
se i mezzi necessari potrebbero essere aggressivi”, dopo aver tentato, ovviamente,
tutte le strade per una soluzione pacifica della vertenza. Ma l’autodifesa
andava esercitata con un criterio ben preciso: l’uso della forza doveva essere
proporzionato alla ferita inferta. Insomma, la guerra andava fatta per giustizia, ma non per vendetta. Bisognava punire i responsabili
(i terroristi), ma non vendicarsi su un intero popolo innocente (i musulmani
afghani). Fin dal 12 settembre Giovanni Paolo II aveva implorato la comunità
internazionale perché la giustizia, e non “la spirale dell’odio e della violenza”,
prevalesse. “La responsabilità penale è sempre personale e quindi non può
essere estesa alle nazioni, alle etnie, alle religioni alle quali appartengono
i terroristi”, diceva nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del
2002. La vendetta non faceva altro che aggiungere tragedia a tragedia. Se
non si agiva con giustizia, non distinguendo tra terrorismo da un lato e popolo
afghano e mondo musulmano dall’altro, si rischiava di suscitare volontà di
rivalsa in coloro che venivano ingiustamente colpiti, con gravi conseguenze
a livello internazionale. Anzi, “la collaborazione internazionale nella lotta
contro l’attività terroristica deve comportare anche un particolare impegno
sul piano politico, diplomatico ed economico per risolvere con coraggio e
determinazione le eventuali situazioni di oppressione e di emarginazione che
fossero all’origine dei disegni terroristici. Il reclutamento dei terroristi,
infatti, è più facile nei contesti sociali in cui i diritti vengono conculcati
e le ingiustizie troppo a lungo tollerate”. In linea con i suoi predecessori,
dunque, anche Giovanni Paolo II si rifiutava di benedire crociate mondiali:
sì al buon diritto degli Stati Uniti ad una giusta autodifesa, no a volontà
di rivalsa.
All’Angelus del 18 novembre 2001 Wojtyla ribadì la sua vicinanza al mondo musulmano chiamando i cattolici ad una giornata di digiuno per la pace nel mondo da tenersi in concomitanza con l’ultimo giorno di Ramadan, il 14 dicembre. Il Papa convocò anche i rappresentanti di tutte le religioni del mondo per una giornata di preghiera ad Assisi, che si tenne il 24 gennaio 2002. Per la terza volta nel suo pontificato [17] , Giovanni Paolo II voleva provare al mondo che le religioni hanno come missione la pace, e che i terroristi fondamentalisti ne davano un’interpretazione gravemente distorta: essi non potevano usare il nome di Dio per fare la guerra o compiere nefandezze simili agli attentati dell’11 settembre. Le delegazioni più numerose erano formate dalle tre religioni monoteiste: cristiani, ebrei e musulmani. Due furono i momenti centrali della giornata. Il pronunciamento di Giovanni Paolo II all’assemblea del mattino: “E’ doveroso che le persone e le comunità religiose manifestino il più netto e radicale ripudio della violenza, di ogni violenza, a partire da quella che pretende di ammaliarsi di religiosità, facendo addirittura appello al nome sacrosanto di Dio per offendere l’uomo. L’offesa dell’uomo è, in definitiva, offesa di Dio. Non v’è finalità religiosa che possa giustificare la pratica della violenza dell’uomo sull’uomo”. L’intervento di Wojtyla richiamava quanto già aveva detto nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002: “Il fanatismo fondamentalista è un atteggiamento radicalmente contrario alla fede in Dio. […] Nessun responsabile delle religioni, pertanto, può avere indulgenza verso il terrorismo e, ancor meno, lo può predicare