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La pace di Papa Wojtyla

 ©2003, The Vatican Files.net

 

Introduzione

Le isole della discordia

La Guerra del Golfo

La fine della Jugoslavia

Il Kosovo: guerra umanitaria?

L'11 settembre

"Guerra preventiva"

Pace, giustizia, perdono

Introduzione

Non si può comprendere il «magistero di pace» di Giovanni Paolo II senza inserirlo nella tradizione dei pronunciamenti papali del XX° secolo. C’è un filo rosso che unisce le prese di posizioni dei Pontefici e che attraversa tutto il Novecento, partendo da Benedetto XV e dal suo tentativo di circoscrivere la tragedia della Grande Guerra, arriva fino a Papa Wojtyla. Questo filo rosso ideale ha inizio all’alba del secolo scorso, quando il papato acquista sempre di più un ruolo nettamente religioso e una libertà maggiore dopo la fine del potere temporale, mentre le guerre, a causa delle armi sempre più distruttive, incombono come una minaccia devastante sulle popolazioni civili. Ed è talvolta una continuità anche «fisica», che vede protagonisti Papi e futuri Papi: la bozza della famosa «Nota di Pace» di Bendetto XV, ad esempio,  venne preparata dall’allora monsignor Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII. Mentre la bozza del famoso appello di Papa Pio XII del 24 agosto 1939 («Niente è perduto con la pace. Tutto può andare perduto con la guerra… Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare») fu preparata dall’allora monsignore Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI.

Oltre a sottolineare questa continuità, va però notata anche una lenta ma inarrestabile progressione. Che ha portato i vescovi di Roma ha intervenire sempre di più, ad appellarsi alla legalità internazionale, a considerare indispensabile il ruolo delle Nazioni Unite. Giovanni Paolo II, a ben guardare, manifesta un rifiuto della guerra ancora più radicale e radicato rispetto ai suoi predecessori. Ciò non significa affatto che Papa Wojtyla non giustifichi l’uso della forza come «extrema ratio» dopo che si sono tentate tutte le vie negoziali per risolvere una crisi durante la quale sia stata gravemente violata la legalità internazionale: questa possibilità è specificata e codificata nel Catechismo della Chiesa cattolica – da lui stesso promulgato - al paragrafo numero 2309, dedicato alle «strette condizioni» per l’uso difensivo della forza militare, che così si conclude: «La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune».

Il rifiuto ancora più deciso e radicale della guerra in Wojtyla non deriva innanzitutto da considerazioni di principio, quanto piuttosto dalla sua esperienza diretta di sopravvissuto dalla catastrofe della Seconda Guerra mondiale. Lo ha spiegato lui stesso, molte volte, l’ultima delle quali improvvisando, all’Angelus del 16 marzo scorso, quando disse ai «giovani» governanti delle sorti del mondo: «Io appartengo alla generazione che ricorda bene la guerra, che ha vissuto e grazie a Dio è sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale. Per questo ho anche il dovere morale di ricordare ai più giovani che non hanno questa esperienza. Ho il dovere di ricordare e di dire “mai più la guerra”, così come fece anche Paolo VI nella sua visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo tutti bene che non è possibile domandare una pace ad ogni costo, ma sappiamo tutti quanto è grande, grandissima la nostra responsabilità per questa decisione. E quindi, preghiera e penitenza».

Nessuno dei suoi predecessori del Novecento ha conosciuto così direttamente e così da vicino gli orrori della guerra come l’allora ventenne Karol Wojtyla nella Polonia occupata dai nazisti e poi finita sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. Uno dei Paesi che ha pagato il prezzo più alto durante e dopo il conflitto.

 

Cercheremo dunque di analizzare l’atteggiamento di Giovanni Paolo II di fronte ad alcune delle gravi crisi internazionali, operando una selezione inevitabile per motivi di tempo (un’analisi completa dovrebbe contenere le centinaia di appelli per attirare l’attenzione del mondo sui «conflitti dimenticati», soprattutto in Africa, che Papa Wojtyla non ha mai cessato di lanciare). Cercheremo inoltre di evidenziare alcune linee guida del suo magistero: imparzialità (che non significa mai neutralità), affermazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, impegno fino all’ultimo per evitare l’uso delle armi e una volta scoppiati i conflitti tentativo di circoscrivere le conseguenze per la popolazione inerme, aiuto concreto alle vittime sia dell’una che dell’altra parte. È importante infatti notare come esista uno «stile papale» in tempo di guerra: una volta scoppiati i conflitti, le parole e soprattutto l’azione del Pontefice e della sua diplomazia hanno lo scopo di salvare quante più vite umane possibile.

Ma ciò che più ha caratterizzato il pontificato di Giovanni Paolo II, ben prima della tragedia dell’11 settembre 2001 è stato lo sforzo instancabile per tentare di togliere qualsiasi alibi «religioso» al terrorismo, alle guerre, all’odio e alla violenza commessi profanando il nome di Dio.

Le isole della discordia 

In molti ignoravano persino l’esistenza delle Falkland-Malvinas prima che scoppiasse la guerra tra Argentina ed Inghilterra. L’Argentina ne rivendicava il possesso fin dal 1833, quando furono definitivamente occupate dagli inglesi. La crisi si aggravò nel marzo 1982 e il 2 aprile il generale Leopoldo Galtieri decise invase l’intero arcipelago delle Malvinas. L’operazione fu portata a termine in un solo giorno, il 2 aprile. L’Inghilterra ruppe subito le relazioni diplomatiche con l’Argentina e si appellò al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I rappresentanti dei Paesi membri approvarono la risoluzione n.502 che intimava il ritiro immediato delle forze argentine e l’avvio di negoziati per risolvere la vertenza per via diplomatica. Il governo britannico conservatore di Margareth Thatcher inviò le navi militari, pronto ad usare la forza per riprendersi l’arcipelago.

Per tutta la durata del conflitto, Giovanni Paolo II confermò la tradizionale fiducia dei suoi predecessori nei confronti dell’ONU: l’Argentina, al di là della legittimità o meno delle sue rivendicazioni, si era resa responsabile di un’aggressione militare nei confronti di un’altra nazione. Doveva, perciò, rinunciare a quanto ottenuto con l’uso della forza e risolvere la vertenza con l’Inghilterra diplomaticamente, nel rispetto dei diritti dei popoli e delle nazioni [1] . La mediazione delle Nazioni Unite si rivelò inefficace.

Giovanni Paolo II lanciò al Regina Coeli del 2 maggio un accorato appello ai belligeranti e a tutta la comunità internazionale perché facessero prevalere il dialogo all’uso della forza, pensando alle “vite preziose già sacrificate e che ancora possono essere sacrificate. Per l’abisso già aperto e che minaccia di approfondirsi fra i due popoli. Per le ripercussioni internazionali che può avere su una più vasta scala”. Ma non ci fu niente da fare. Il 21 maggio 1982, l’Inghilterra iniziò lo sbarco. Le due parti in conflitto erano giunte allo scontro frontale. Visto che con gli appelli di pace non otteneva nulla, Papa Wojtyla prese carta e penna, e scrisse due telegrammi ai due Capi di Stato, Thatcher e Galtieri, perché intavolassero trattative e risparmiassero ulteriori sofferenze alle rispettive popolazioni. I due leaders non li presero in considerazione. In quei giorni, però, le preoccupazioni di Giovanni Paolo II si erano aggravate, perché gli si era presentato un problema realmente spinoso: il previsto pellegrinaggio che doveva compiere in Inghilterra, ormai prossimo (la partenza era fissata per venerdì 28 maggio), che metteva a rischio l’imparzialità del Papa e della Santa Sede.

Da un anno e mezzo quel pellegrinaggio era stato programmato. Si trattava, oltretutto, di un’importantissima tappa del dialogo ecumenico con la Chiesa anglicana. Ma una visita in terra inglese era quanto di più inopportuno si potesse fare in quel contesto storico, che vedeva la Gran Bretagna impegnata in una guerra contro un altro Paese di tradizione cristiana, l’Argentina, nel quale il cattolicesimo era, per giunta, religione di Stato. Un viaggio in Inghilterra sarebbe apparso agli occhi del mondo come una preferenza, un’attenzione maggiore della Santa Sede verso i cattolici inglesi a scapito di quelli argentini. Sembrava che Wojtyla si trovasse in un vicolo cieco: qualunque decisione avesse preso, conferma del pellegrinaggio od annullamento, avrebbe violato la classica linea di imparzialità papale in tempo di guerra.

Che fare, allora? Nell’udienza generale del 26 maggio 1982, alla vigilia del pellegrinaggio in Inghilterra, annunciò che avrebbe fatto anche una visita in Argentina dall’11 al 13 giugno. Fu un capolavoro di imparzialità. Papa Wojtyla, nel suo discorso, informò i fedeli di aver inviato una lettera ai cattolici argentini spiegando loro le ragioni che lo avevano convinto a non rinunciare al pellegrinaggio in Inghilterra: “Il Romano Pontefice [] ha una responsabilità diretta nei confronti di tutta la Chiesa”. L’attesa creatasi in Inghilterra “è tale che non posso fare a meno di compiere questa visita []. La cancellazione” o il rinvio “del viaggio” avrebbe comportato “una delusione non soltanto per i cattolici, ma anche per moltissimi non cattolici, che lo considerano, com’è in realtà, particolarmente importante anche per il suo significato ecumenico”. Nondimeno, “è ben nota la mia predilezione per la Vostra Nazione e per tutta l’America Latina”; perciò, “profondamente preoccupato per la causa della pace e mosso dall’amore per voi, tanto provati in questi momenti di dolore, sarebbe mio desiderio venire perfino direttamente dall’Inghilterra all’Argentina, e lì, tra voi e con voi, [] elevare la stessa preghiera per la vittoria di una giusta pace sulla guerra” nel Santuario di Lujan dedicato alla Vergine Madre di Dio.

“Un movimento impressionante di masse mai verificatosi a Buenos Aires” lo accompagnò nel Santuario di Lujan; ”da mille e mille labbra usciva” il grido: “Vogliamo la pace”. Circa 300.000 fedeli assistettero alla Messa di Wojtyla nel santuario. Tutta la nazione seguì l’evento alla televisione [2] . L’Argentina aveva vinto la pace e respinto la guerra voluta da Galtieri.

Il 14 giugno 1982, il giorno successivo alla partenza di Giovanni Paolo II da Buenos Aires, le Falkland-Malvinas erano tornate sotto la sovranità inglese. Galtieri si dimise.

  

La Guerra del Golfo

Nel 1989 la caduta del Muro di Berlino rappresentò una svolta epocale nei rapporti internazionali: finiva la guerra fredda e, contemporaneamente, un ordine internazionale che, al di là delle reciproche diffidenze, aveva comunque trovato un certo equilibrio; se ne apriva un altro, dai connotati molto incerti. Per Papa Wojtyla, quindi, si aprivano le porte per un ordine internazionale caratterizzato da “un lungo periodo di razionalità e di dialogo, solidarietà e pacifiche soluzioni degli attriti internazionali”. Non era passato un anno dalla fine della guerra fredda che le speranze di Giovanni Paolo II andarono in frantumi: il 2 agosto 1990 l’Iraq del dittatore Saddam Hussein invadeva il Kuwait. Il nuovo ordine internazionale si apriva all’insegna della guerra. Saddam aveva bisogno di petrolio. Convinto che gli Stati Uniti non si sarebbero opposti al suo espansionismo, invase il Kuwait. Ma fece male i suoi calcoli.

Giovanni Paolo II non era il solo a vagheggiare un possibile ordine internazionale. Anche il presidente americano George Bush aveva la sua idea in proposito: crollato il comunismo, il mondo doveva essere governato in modo da non tollerare più ingiustizie internazionali [3] . Ma a chi sarebbe spettato governare il mondo? Evidentemente all’unica superpotenza rimasta in piedi dopo quarantadue anni di guerra fredda. La decisione di intervenire immediatamente contro Saddam dimostrava a tutti che la superpotenza americana aveva il consenso e i mezzi per governare da sola il mondo. Per questa grande operazione di giustizia internazionale aveva bisogno, però, dell’avallo del massimo organo di arbitrato internazionale: l’ONU. Le Nazioni Unite condannarono l’aggressione da parte dell’Iraq e predisposero sanzioni economiche e militari al regime di Saddam. Di fondamentale importanza, però, fu la risoluzione n.678 approvata il 29 novembre 1990, con la quale gli Stati Uniti ottennero l’autorizzazione da parte delle Nazioni Unite all’uso della forza per liberare il Kuwait. Unione Sovietica e Cina non si opposero.

 Il Papa fu uno degli oppositori della guerra nel Golfo. Ma fu anche un deciso oppositore di Saddam. La posizione ufficiale della Santa Sede fu spiegata chiaramente da Giovanni Paolo II all’Angelus del 26 agosto 1990: “Siamo stati testimoni di gravi violazioni del diritto internazionale e della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, come dei principi di etica che devono presiedere alla convivenza tra i popoli. [] L’ordine internazionale [] è gravemente minacciato”. La condanna all’aggressione dell’Iraq al Kuwait era chiara ed inequivocabile. Così come l’appello a “coloro che detengono le sorti dei popoli affinché” sapessero “trovare “, attraverso “un dialogo costruttivo [] una giusta soluzione per le odierne difficoltà” [4] . Una guerra rischiava di avere drammatiche ripercussioni in tutto il Medio Oriente. Tutti fattori obbligavano Giovanni Paolo II ad insistere per una soluzione pacifica della vertenza. In questa guerra furono tre le posizioni più interessanti di Giovanni Paolo II: la prima, storica presa di distanza di un Papa dall’ONU.

All’ONU (ma anche a Saddam, la cui invasione, lo ribadiamo, era stata condannata in modo chiaro dal Pontefice) Giovanni Paolo II ricordava, nel messaggio Urbi et Orbi del 25 dicembre, che “la guerra è un’avventura senza ritorno. [] Si persuadano i responsabili” che solo “con la ragione, la pazienza e con il dialogo, e nel rispetto dei diritti inalienabili dei popoli e delle genti, è possibile individuare e percorrere le strade dell’intesa e della pace”. Nell’udienza generale del 16 gennaio 1991, quando l’ultimatum dell’ONU a Saddam per l’evacuazione del Kuwait era scaduto, Papa Wojtyla usò toni anche più accorati: “mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza; mai questa guerra nel Golfo Persico”. Il fatto era clamoroso: molti si chiesero se Giovanni Paolo II intendesse realmente sconfessare le Nazioni Unite proprio quando stavano finalmente intervenendo “come il Vaticano auspicava da decenni” [5] , rovesciando una linea costantemente tenuta dai suoi predecessori.

Ma era veramente così? La presa di distanza di Giovanni Paolo II dall’iniziativa armata dell’ONU non equivaleva assolutamente ad una sua sconfessione. Quello che Giovanni Paolo II non vedeva di buon occhio era il fatto che l’intervento dell’ONU contro Saddam fosse troppo scopertamente pilotato dagli americani.

Così Papa Wojtyla si esprimeva il 12 gennaio 1991 davanti al Corpo diplomatico: “gli Stati riscoprono oggi, in particolare grazie alle diverse strutture di cooperazione internazionale che li uniscono, che il diritto internazionale non costituisce una sorta di prolungamento della loro sovranità illimitata, né una protezione dei loro soli interessi o anche delle loro imprese egemoniche. È in verità un codice di comportamento per la famiglia umana nel suo insieme”. Nello stesso discorso aggiungeva: “E’ bello che l’Organizzazione delle Nazioni Unite sia stata l’istanza internazionale che si è rapidamente imposta per la gestione di questa grave crisi”.

Che cosa fare di concreto sul piano diplomatico per evitare che una sola superpotenza dominasse il mondo intero? Individuare un’altra entità politica che le facesse da contrappeso: l’Europa unita. “L’epoca del confronto e della divisione in Europa è passata”, diceva Giovanni Paolo II nel discorso al Corpo Diplomatico del 12 gennaio 1991. Di fronte alla nuova situazione internazionale dominata dagli americani, “un dovere si impone: la solidarietà europea”, sia nell’aiutare i Paesi europei ex comunisti ad uscire dalla crisi economica, politica e sociale, sia nel coinvolgerli in un progetto di unione europea già iniziato dagli Stati membri della CEE, la quale doveva dotarsi quanto prima di una politica estera e di difesa comune. Mai nessun pontefice aveva insistito tanto sull’urgenza di un’unione europea come Giovanni Paolo II.

 

Il 15 gennaio Giovanni Paolo II fece l’ultimo appello per scongiurare la guerra: inviò due messaggi, uno al dittatore irakeno e l’altro al presidente americano George Bush, nella sua qualità di capo di Stato del Paese maggiormente impegnato nelle operazioni militari nel Golfo. Il giorno dopo, 16 gennaio, Wojtyla telefonò a Bush e gli disse che continuava a pregare per una soluzione pacifica del conflitto. Ma fu tutto inutile. Il 17 gennaio 1991 cominciava la guerra nel Golfo: aerei americani iniziarono, nella notte, a bombardare Baghdad.

Come per i suoi predecessori, la prima preoccupazione di Giovanni Paolo II fu per i sofferenti. Nell’udienza generale del 23 gennaio, ad esempio, così intervenne dopo il bombardamento missilistico contro Israele da parte dell’Iraq: “Esprimo, in particolare, solidarietà con quanti, nello Stato di Israele, soffrono per i deprecabili bombardamenti dei giorni scorsi e di ieri. Allo stesso modo sono vicino alle popolazioni dell’Iraq e degli altri Paesi coinvolti, anch’esse sottoposte a terribili prove”. Ancora una volta Giovanni Paolo II non faceva distinzioni fra le popolazioni vittime del conflitto. Il 27 gennaio, all’Angelus, dopo aver pregato per le popolazioni civili provate dai bombardamenti “o costrette, a centinaia di migliaia, ad abbandonare le loro case e la loro Patria e ad affrontare la tragica esperienza dei profughi”, annunciò di aver dato disposizioni per i soccorsi umanitari con la creazione di una commissione “incaricata di cooperare alle iniziative che, in campo internazionale, vanno sorgendo per aiutare i profughi in Medio Oriente”; manifestò, poi, la sua preoccupazione per un aggravamento della “tragedia in corso” a causa di “azioni inaccettabili, tanto in base all’etica naturale, quanto in base alle vigenti Convenzioni internazionali. Motivo di grande amarezza sono, in particolare, le notizie giunte circa la sorte dei prigionieri di guerra”. Ciò che più spaventava il Papa era la straordinaria potenzialità delle armi utilizzate. Il 6 febbraio, all’udienza generale, disse: “In questo terribile conflitto, non venga fatto ricorso a nuovi strumenti di morte. Penso, in particolare, alle armi chimiche e batteriologiche, il cui uso è stato più volte minacciato ed è tanto temuto”.

 

La preoccupazione per le vittime del conflitto, per una sua possibile estensione e per l’impiego di armi devastanti determinavano una decisa insistenza da parte di Giovanni Paolo II a chiedere la fine della guerra: “durante gli scontri aerei di gennaio e febbraio del 1991 e i brevi scontri di terra dal 24 al 28 febbraio” egli fece ben “venticinque appelli per una giusta pace nel Golfo” [6] . Questo suo impegno per la pace fu inevitabilmente strumentalizzato [7] . Il fatto che molti pacifisti bruciassero nelle piazze del mondo le bandiere a stelle e strisce, senza preoccuparsi di condannare l’aggressione dell’Iraq al Kuwait, era la dimostrazione pratica di questo pregiudizio, non di rado spinto fino all’odio contro gli Stati Uniti. Al contrario, la condanna della Santa Sede e di Giovanni Paolo II all’aggressione irakena era stata chiara, e ribadita nel discorso al Corpo Diplomatico del 12 gennaio, cinque giorni prima dello scoppio della guerra: non si poteva rimanere indifferenti di fronte “all’invasione armata di un paese e a una violazione brutale della legge internazionale, [] sono fatti inaccettabili”, altrimenti “è la legge della giungla che finirebbe per imporsi”. Nell’Angelus del 20 gennaio Wojtyla aveva indirizzato un appello ai belligeranti affinché arrestassero “al più presto il conflitto, cercando, poi, di rimuovere le cause che l’hanno provocato”. Ai pacifisti, Giovanni Paolo II ribadiva, a volte, la necessità della guerra, avvertendo che “il ricorso alla forza per una giusta causa”, era perfettamente ammissibile “nel caso in cui questo ricorso fosse proporzionato al risultato che si vuole ottenere, dopo aver ben ponderato “le conseguenze che azioni militari, rese sempre più devastatrici dalla tecnologia moderna, avrebbero per la sopravvivenza delle popolazioni e dello stesso pianeta”.

 

Il dialogo ecumenico costituì un importantissimo pilastro per l’azione di pace di Wojtyla, non solo da un punto di vista di convivenza e collaborazione religiosa, ma anche in difesa delle minoranze cristiane in quelle regioni. Una presenza che aveva dato vita ad una rete di scuole e di università che accoglievano giovani di tutte le religioni e di tutte le condizioni sociali. Ospedali, dispensari, case di accoglienza erano “una magnifica testimonianza di carità”. Per questo motivo, bisognava assolutamente evitare che alle rivalità politiche si aggiungessero quelle religiose, altrimenti si sarebbe creato un fossato di odio tra musulmani, ebrei e cristiani. Lo stesso Saddam aveva chiamato i musulmani alla «guerra santa» contro gli infedeli, una mossa politica per rompere l’alleanza dei Paesi arabi con gli Stati Uniti. Perciò, in molteplici appelli Giovanni Paolo II ribadì il «filo rosso» che univa le tre religioni monoteiste: la fede nel Dio Unico, quello di Abramo, un Dio di pace. E le invitava ad unirsi nella sue preghiera per la cessazione delle ostilità. Così disse, ad esempio, il 25 gennaio 1991: “Il mio accorato pensiero [va] ai milioni di credenti nel Dio Unico – cristiani, ebrei e musulmani -, che vivono ore drammatiche di sofferenza e di angoscia []. La fede nell’unico Dio che li accomuna e rende fratelli, in quanto tutti figli del medesimo Creatore, li invita dal profondo del loro animo a pregare, affinché al più presto, la pace e la giustizia trionfino nella regione del Golfo ed in tutto il Medio Oriente”. Due giorni dopo, all’Angelus, si espresse con parole simili: la fede di ebrei, cristiani e musulmani nel medesimo Dio “non deve essere motivo di conflitto e di rivalità, ma di impegno a superare nel dialogo e nella trattativa i contrasti esistenti”.

All’Angelus del 3 marzo Giovanni Paolo II espresse la sua soddisfazione e, ancora una volta, la sua vicinanza a tutte le popolazioni coinvolte nel conflitto: “Sentiamoci solidali con il popolo del Kuwait che, dopo la gravissima prova sopportata, ha ritrovato la sua indipendenza. [] Sentiamoci vicini alle popolazioni dell’Iraq e alle loro sofferenze” con la speranza che, “con una pace definitiva, venga concessa a quel Paese la possibilità di leale collaborazione con i vicini e con gli altri membri della comunità internazionale. Pensiamo a tutti gli altri popoli della regione, sui quali la guerra del Golfo Persico ha maggiormente influito: che Dio misericordioso conceda loro la grazia della speranza in un futuro migliore!”.

E durante l’incontro del 4-5 marzo con i rappresentanti degli episcopati dei Paesi che avevano partecipato direttamente alla guerra o ne erano stati implicati, chiese una soluzione nel rispetto dei diritti dei popoli e delle nazioni per le «zone calde» del Medio Oriente, chiamò i popoli del Kuwait e dell’Iraq a riconciliarsi tra loro e con “la grande famiglia delle nazioni” e, da ultimo, bandì il concetto di «guerra santa», che doveva essere rimossa dal suo contrario, il dialogo ecumenico, “simbolo di una vera e pronta riconciliazione tra i popoli”.

 

 

 

La fine della Jugoslavia

La Santa Sede per tutto il primo semestre del 1991, fece pressioni affinché si salvasse lo Stato jugoslavo, trasformandolo in una confederazione accettabile da tutte le etnie. Ma la proclamazione dell’indipendenza di Slovenia e Croazia assestò un duro colpo alle speranze del Vaticano. Undici anni dopo la morte di Tito, la Jugoslavia si stava sfaldando. L’unico elemento sul quale si poggiava la sua autorità era l’esercito. Furono subito evidenti le difficoltà della Presidenza Collettiva di tenere a freno la volontà dei militari serbi di soffocare nel sangue la «ribellione» di sloveni e croati. Le operazioni belliche, di fatto, iniziarono subito dopo la proclamazione d’indipendenza di Croazia e Slovenia. Contemporaneamente Giovanni Paolo II lanciò la sua «offensiva di pace». Per tutto il secondo semestre del 1991 la sua “priorità assoluta” (udienza generale del 3 luglio) fu la cessazione delle ostilità per risparmiare sofferenze alle popolazioni coinvolte ed arrivare ad una soluzione negoziata della vertenza. In questo senso, il 28 giugno scrisse tre messaggi rispettivamente ad Ante Marković (Presidente della Lega Collettiva), Franjo Tudjman (Presidente della Repubblica di Croazia) e Milan Kucan (Presidente della Repubblica di Slovenia). Così si espresse all’Angelus del giorno seguente: “Non si possono e non si debbono soffocare con la forza i diritti e le legittime aspirazioni dei popoli”.

Ma non ci fu niente da fare. Sebbene il nuovo Presidente della Lega Collettiva di Jugoslavia, il croato Stipe Mesić, ordinasse all’esercito federale di rientrare nelle caserme, i militari serbi, che facevano riferimento al loro vero leader, Slobodan Milošević, non erano disposti a sottomettersi ad un presidente croato. Prevalse, così, la volontà di fare la guerra.

 

“Oggi più che mai si richiede prudenza e saggezza [] uno scontro armato [] sarebbe un’inutile catastrofe. Una catastrofe da evitare a tutti i costi”. Così si esprimeva Giovanni Paolo II nell’Angelus del 21 luglio 1991. Nonostante la guerra in atto, il Papa e la Santa Sede non persero la speranza di una soluzione negoziata della crisi nel rispetto dei diritti dei popoli. In effetti, la guerra in Slovenia finì dopo pochi giorni. Gli accordi di Brioni ne sancirono l’indipendenza. Ma in Croazia la situazione era molto diversa. Se la Slovenia era relativamente omogenea e pressoché interamente cattolica, la Croazia era abitata, soprattutto in Slavonia e Krajna, da forti comunità serbe (quasi seicentomila persone). Non appena la Croazia si era separata da Belgrado, i serbi di Krajna e Slavonia si erano separati a loro volta dalla Croazia. Il presidente della Repubblica di Croazia Tudjman, un comunista diventato nazionalista proprio come Milošević, lanciò le truppe croate alla conquista delle due province secessioniste; per tutta risposta, Milošević lanciò le truppe serbe contro quelle croate. La non omogeneità del territorio croato e la presenza di due nazionalismi inconciliabili fra loro, resero subito la guerra molto aspra. Allora Giovanni Paolo II provò a ricorrere al dialogo ecumenico e all’Europa. Giovanni Paolo II volle chiarire che il conflitto in Jugoslavia non era una guerra di religione. Nel messaggio al Patriarca ortodosso serbo Pavle del 10 ottobre 1991, Wojtyla fu molto esplicito: “ Noi sappiamo bene [] che il movente della guerra non è di indole religiosa, ma politica”. Ed era vero. Il nazionalismo era la causa della guerra in Jugoslavia. Per questo, negli anni del conflitto balcanico, Giovanni Paolo II tornò più volte a condannarlo: se il patriottismo era quel “retto e giusto amore della propria identità quale membro di una determinata comunità nazionale” e che portava gli uomini a considerare le differenze esistenti tra i diversi popoli come “un occasione di reciproco arricchimento”, “negazione del patriottismo è il nazionalismo [corsivo nel testo, NdA]: mentre il patriottismo, amando ciò che è proprio, stima anche ciò che è altrui, il nazionalismo disprezza tutto ciò che non è proprio”. Scopo del nazionalismo era la distruzione dell’altro attraverso la “divinizzazione della nazione” (discorso al Corpo Diplomatico del 1994).

Nonostante gli sforzi di Giovanni Paolo II, il dialogo ecumenico mostrò da subito tutti i suoi limiti. Il Patriarca serbo non si dimostrava un’autorità religiosa libera come quella del Papa: storicamente, la Chiesa ortodossa ha sempre rivendicato una specie di monopolio religioso nei confronti di tutti i popoli slavi, e guardava con sospetto le intromissioni della Chiesa cattolica. Preferiva, perciò, rimanere defilato, fornendo una prudente copertura alla politica nazionalista di Milošević [8] . Il Papa e la Santa Sede, al contrario, pur avendo a cuore le sorti dei cattolici croati, si erano sempre pubblicamente espressi in favore di tutti i popoli della ormai ex Jugoslavia. Giovanni Paolo II tentò più volte di riaprire i contatti con Pavle, invitandolo ad “avere il coraggio di liberarsi dai condizionamenti del passato e lavorare per dare una risposta ai problemi del presente secondo il diritto e la giustizia, nella carità”, ma senza apprezzabili risultati. Ciononostante, l’ecumenismo rimase una costante dell’azione di Wojtyla per la pace nell’ex Jugoslavia. Ricordiamo, in particolare, due avvenimenti. Il 10 gennaio 1993 ad Assisi Giovanni Paolo II invitò i rappresentanti delle Chiese e delle comunità cristiane, ebraiche e musulmane: nell’incontro al Sacro Convento di San Francesco, Papa Wojtyla disse: “Le differenze che ci separano rimangono. Ed è questo il punto essenziale []: far vedere a tutti che soltanto nella mutua accettazione dell’altro e nel conseguente mutuo rispetto, reso più profondo dall’amore, risiede il segreto” della pace; “alle guerre ed ai conflitti vogliamo contrapporre [] lo spettacolo della nostra concordia, nel rispetto dell’identità di ognuno”.

Oltre all’azione ecumenica, Giovanni Paolo II si appoggiò all’ONU, ma soprattutto all’Europa. La crisi jugoslava era un’occasione per dimostrare che l’Europa esiste e poteva agire come una grande potenza [9] , riscattare lo scacco subìto nella guerra del Golfo e riprendere il cammino per una politica estera e di difesa comune. Ancora una volta, però, l’Europa doveva deludere Papa Wojtyla. La discordia tra i principali Paesi aderenti era totale: i francesi miravano ad un’egemonia politica sui Balcani ed erano filoserbi; i tedeschi, loro rivali, miravano ad un’egemonia economica ed erano decisamente filocroati; gli italiani difendevano il mantenimento della vecchia Jugoslavia, per i buoni rapporti politici ed economici che avevano maturato negli anni precedenti. Oltretutto, nel marzo 1992 l’ONU inviò i «caschi blu» in Croazia, una forza composta prevalentemente da contingenti europei espressamente richiesta da Milošević per proteggere le regioni serbe in Croazia (Krajina e Slavonia) appena conquistate. I soldati europei difendevano lo status quo, vale a dire le vittorie ottenute dai serbi sui croati, e questo minava la credibilità dei mediatori europei agli occhi dei croati.

Giovanni Paolo II non mancò di esprimere il suo disappunto: “I Paesi europei [] non possono sottrarsi alla grave responsabilità che hanno di fronte a questo dramma”; “Tutta l’Europa deve sentirsi colpita ed umiliata da tanta crudeltà!”, disse all’Angelus del 15 settembre 1991 e del 1° gennaio 1992. L’Europa aveva fatto della Jugoslavia “il banco di prova della sua politica estera”. E aveva nuovamente fallito [10] .

 

Quando, a livello diplomatico, la fine della Jugoslavia parve irreversibile, la Santa Sede spinse i Paesi membri della CSCE (Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) a riconoscere l’indipendenza di Croazia e Slovenia “che scaturisce dalle legittime aspirazioni democraticamente espresse”, ma nel rispetto dei principi contenuti nell’Atto Finale di Helsinki del 1975: difesa dei diritti umani, delle minoranze nazionali, inviolabilità dei confini. Slovenia e Croazia accettarono quanto chiesto dalla Santa Sede, che riconobbe l’indipendenza dei due Paesi il 13 gennaio 1992 [11] . Alle stesse condizioni la Santa Sede avrebbe riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche che, in seguito, ne avessero fatto richiesta. Ma il richiamo alle norme internazionali non servì a fermare le ostilità. Anzi, la guerra si estese di lì a pochi mesi in Bosnia-Erzegovina. Il 29 febbraio 1992 l’esito positivo di un referendum ne proclamò l’indipendenza, riconosciuta dalla Santa Sede e dall’Unione Europea (il nuovo nome della CEE dopo la ratifica dei trattati di Maastricht del 7 febbraio 1992). Il Presidente della Bosnia-Erzegovina Alija Izetbegović, musulmano, decise di islamizzare la regione. Ma la Bosnia-Erzegovina, anche se in maggioranza musulmana, era un autentico mosaico di etnie, formato da croati (Erzegovina), serbi (Pale e Banja Luka) e da città multietniche come Sarajevo e Mostar con moschee, chiese cattoliche e chiese ortodosse. A fine marzo scoppiò una furibonda guerra di «tutti contro tutti»: la Croazia intervenne in aiuto dei croati dell’Erzegovina, la Serbia non esitò a schierarsi a fianco delle minoranze serbe, i musulmani bosniaci diedero battaglia a croati e serbi contemporaneamente. Mentre i musulmani distruggevano le chiese, i serbi ed i croati abbattevano moschee e minareti: la guerra, da politica, divenne anche religiosa. E, quindi, più feroce e spietata.

L’esercito serbo, decisamente più preparato e più numeroso di quello croato e bosniaco, aveva riportato le prime significative vittorie, sottraendo Krajina e Slavonia ai croati, bombardando sistematicamente le più popolate città della Croazia (Vukovar, Dubrovnik, Zara) e mettendo sotto assedio Sarajevo, la capitale della Bosnia-Erzegovina. La tragica situazione indusse Giovanni Paolo II a moltiplicare i suoi appelli perché venissero predisposti aiuti umanitari per i profughi che abbandonavano le città per sfuggire ai massacri. Gli orrori più gravi si verificarono a Sarajevo: la popolazione assediata era alla fame, le milizie serbe bloccavano l’arrivo dei convogli di cibo e medicine, perfino alla Croce Rossa era impedito di prestare aiuto ai civili stremati. I cecchini serbi, intanto, sparavano sulla la gente che usciva in strada semplicemente per procurarsi del cibo. Per non parlare dei bagni di sangue che si verificavano in altre città, come Banja Luka e Mostar. L’ONU e la CEE non davano risposte immediate all’escalation della violenza (del tutto controproducente si rivelava l’unica decisione che, di fatto, era stata presa: l’embargo economico e militare). La ricomparsa dei campi di concentramento indusse Giovanni Paolo II ad intervenire energicamente.

 

Dal Policlinico Gemelli, il 7 agosto 1992 Giovanni Paolo II incaricò il Segretario di Stato Angelo Sodano di fare un’importante dichiarazione: “Per frenare questa guerra, per recare soccorsi alle popolazioni e per indagare sulle accuse di atrocità in campi di concentramento, per i quali la Santa Sede ha notizie più che sicure [] gli Stati europei e le Nazioni Unite hanno il dovere ed il diritto di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere. [] L’Europa, che dovrebbe essere maestra di civiltà e di umanità, dà il cattivo esempio. Mai più si pensava che aerei militari potessero bombardare città nel cuore dell’Europa. Questi sono ricordi di cinquant’anni fa. Perciò, altro che diritto di ingerenza! Noi cercheremo in tutte le istanze di attuarlo. E’ un diritto in favore dell’umanità [] e questo lo facciamo per tutti, cristiani e musulmani”. Il cardinale Sodano aveva ricordato che “è un peccato di omissione rimanere silenziosi” di fronte alla “negazione di tutti i principi del diritto internazionale e del diritto umanitario []. Si è complici anche tacendo”. L’ingerenza umanitaria “non è favorire, ma impedire la guerra”.

Il significato del diritto di ingerenza umanitaria venne chiaramente ripetuto in diversi interventi pubblici del Pontefice e di autorevoli esponenti della diplomazia vaticana. Il 5 dicembre 1992, nell’annuale discorso alla FAO, Giovanni Paolo II disse a chiare lettere: “sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici”. Il 17 gennaio 1993, nel discorso al Corpo Diplomatico, a proposito della guerra in Jugoslavia disse: “Una volta che tutte le possibilità offerte dai negoziati diplomatici [] siano stati messi in atto e che, nonostante questo, delle intere popolazioni sono sul punto di soccombere sotto i colpi di un ingiusto aggressore, gli Stati non hanno più il «diritto all’indifferenza». Sembra proprio che il loro dovere sia di disarmare questo aggressore”. La necessità di un intervento umanitario veniva ancora ribadita da Papa Wojtyla nel discorso al Corpo Diplomatico del 1994: “La Sede Apostolica, da parte sua, non cessa di ricordare il principio dell’intervento umanitario [il corsivo è nel testo, NdA]. Non in primo luogo un intervento di tipo militare, ma ogni tipo di azione che miri ad un «disarmo» dell’aggressore. È un principio che nei preoccupanti avvenimenti dei Balcani trova una precisa applicazione”.

Una conseguenza di questa posizione da parte del Papa e della Santa Sede fu il pieno appoggio alla creazione di un Tribunale Internazionale per i crimini contro l’umanità commessi nella guerra in Jugoslavia, istituito all’Aja, sotto l’egida dell’ONU, il 26 maggio 1993. Per Giovanni Paolo II era “un segno che si è sempre più consapevoli dell’ignominia” che si consumava in Jugoslavia; “sarebbe scandaloso, infatti, [] rassegnarsi e accettare che il diritto sia definitivamente schernito, che l’ordine internazionale sia posto in ridicolo da bande armate”.

Giovanni Paolo II nell’enunciare il magistero dell’ingerenza umanitaria usò un linguaggio chiaro, ma al tempo stesso molto prudente: la condanna della guerra di aggressione era esplicita, ma Wojtyla non nominò mai espressamente gli aggressori, contro i quali andava principalmente attuato l’intervento umanitario. Egli non intendeva peggiorare la situazione con il rischio di rendere ancor più feroce la guerra. Oltretutto, i serbi non erano certamente i soli responsabili delle efferatezze commesse nella ex Jugoslavia: in certe situazioni non era facile distinguere fra le colpe degli uni e quelle degli altri [12] .

Il magistero dell’ingerenza umanitaria risolveva infine una grave contraddizione presente nell’Atto Finale di Helsinki del 1975, che sanciva il diritto dei popoli all’autodeterminazione e, contemporaneamente, il dogma dell’inviolabilità delle frontiere. In realtà, i due princìpi, in certi casi, venivano a cozzare loro. Lo si era visto nel 1990, quando la volontà del popolo tedesco condusse all’unità della Germania: il legittimo diritto di autodeterminazione dei popoli aveva infranto l’inviolabilità delle frontiere. L’Atto Finale, così come era stato concepito, era chiaramente da rivedere alla luce della nuova situazione internazionale. Dopo il crollo del comunismo, non aveva più senso mantenere quel principio. Al contrario, il diritto all’autodeterminazione dei popoli contemplava anche il diritto all’ingerenza umanitaria nei casi in cui si tentava violentemente di soffocarlo, come stava accadendo nella guerra in Jugoslavia. Ecco cosa disse Giovanni Paolo II di fronte al Corpo Diplomatico nel 1993: “I princìpi della sovranità degli Stati e della non ingerenza nei loro affari interni – che conservano tutto il loro valore – non devono tuttavia costituire un paravento dietro il quale si possa torturare e assassinare”. Il concetto era chiaro: in casi particolarmente gravi e solo dopo il fallimento di tutte le possibili iniziative diplomatiche, l’intervento diventava moralmente obbligatorio. E siccome la Chiesa riconosceva le Nazioni Unite come massima autorità internazionale, riteneva spettasse a questo organismo la conduzione dell’ingerenza umanitaria. Nella dichiarazione del 7 agosto 1992, il cardinale Sodano disse: se “l’iniziativa di intervento in Bosnia-Erzegovina” fosse auspicata “dalle Nazioni Unite, specie per poter recare i soccorsi umanitari”, la Santa Sede “la appoggerebbe pienamente”.

 

Nell’estate del 1995 i serbi bosniaci scatenarono una massiccia offensiva in Bosnia-Erzegovina. L’11 luglio le truppe serbe occuparono l’enclave musulmana di Srebrenica: più di settemila musulmani furono massacrati in presenza dei «caschi blu» dell’Onu, testimoni inattivi e silenziosi del più intenso e crudele crimine contro l’umanità della guerra in Jugoslavia. Giovanni Paolo II lanciò un nuovo appello in favore dell’ingerenza umanitaria: “La guerra difensiva è brutta, ma se uno attacca e vuole calpestare il diritto della vita, il diritto di esistere, c’è il diritto alla difesa”. E “quando il diritto alla difesa non può essere esercitato dalle popolazioni interessate, ricade sulla comunità internazionale un certo obbligo [] di cercare di restituire a quei popoli una speranza di vita”. Solo in quel momento Clinton decise di intervenire, ma con criteri ben diversi da quelli enunciati da Giovanni Paolo II nel suo magistero sull’ingerenza umanitaria.

Il desiderio di provare al mondo musulmano che gli Stati Uniti non sarebbero stati indifferenti alla sorte della Bosnia e l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale, specialmente americana (importantissima, considerato che si era in periodo di elezioni presidenziali), furono certamente tra i motivi che spinsero Bill Clinton ad intervenire con la forza nella guerra in Jugoslavia, insieme a quello rappresentato dalla concreta possibilità di esercitare contemporaneamente una leadership europea e mondiale nella politica internazionale.  Subito dopo il massacro di Srebrenica, il neoeletto Presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac, desiderava dimostrare che egli, a differenza del suo predecessore Mitterand, non sarebbe stato impotente di fronte agli eccidi jugoslavi. Ma, data l’inconsistenza politica e militare dell’Unione Europea, fu costretto a chiedere aiuto agli americani. Per Clinton era un’occasione di affermare la superiorità americana sull’Europa e decise di intervenire in Jugoslavia con la NATO, e non attraverso l’ONU. Gli Stati Uniti si liberavano così dall’obbligo di sottoporre le proprie iniziative al giudizio del Consiglio di Sicurezza. Trasformando la NATO da alleanza militare difensiva contro un nemico che non esisteva più, il comunismo, in una specie di «ONU regionale» incaricata di risolvere le crisi internazionali sulla base dei loro interessi politici, gli americani avrebbero avuto in mano l’intero ordine mondiale [13] .

 

Giovanni Paolo II, lo abbiamo visto in occasione della guerra del Golfo, nutriva più di un dubbio sul monopolio mondiale della superpotenza americana. Oltretutto, l’intervento che si profilava era ben diverso dall’ingerenza umanitaria voluta dalla Santa Sede. Così come la concepiva Wojtyla essa aveva quattro fondamentali caratteristiche. Primo: un simile intervento non significava immediatamente azioni militari. Secondo: era un’operazione difensiva, che mirava alla protezione delle popolazioni e degli aiuti umanitari e al disarmo dell’aggressore. Terzo: quand’anche si risolvesse in un’azione militare, non doveva causare mali maggiori di quelli già provocati dalla guerra in corso. Quarto: sarebbe stata condotta dall’ONU, cioè dall’organizzazione che rappresentava tutte le nazioni del mondo.

Quale fu dunque la posizione di Giovanni Paolo II? Un silenzio di delusione. Il 30 agosto 1995 iniziarono i bombardamenti della NATO contro le postazioni serbe: da quel giorno nemmeno il quotidiano della Santa Sede uscì con un giudizio diretto sugli eventi, preoccupandosi solo della cronaca dei fatti. Il Vaticano preferì non pronunciarsi, pensando che almeno la terribile sofferenza delle popolazioni coinvolte nel conflitto, dopo quattro anni, sarebbe in breve tempo terminata. A guerra finita, tuttavia, l’insoddisfazione di Giovanni Paolo II per il modo in cui si era risolta la guerra in Jugoslavia emerse indirettamente il 5 ottobre 1995, nel suo discorso all’ONU per il cinquantesimo anniversario della sua istituzione: “Occorre che l’Organizzazione delle Nazioni Unite si elevi sempre più dallo stadio freddo di istituzione di tipo amministrativo a quello di centro morale, in cui tutte le nazioni si sentano a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, «famiglia di nazioni» nella quale non esiste il dominio dei più forti”.

 

 

 

Il Kosovo: guerra umanitaria?

Nell’autunno 1995, dopo i bombardamenti della NATO, Milošević accettò di trattare. Gli accordi di Dayton, raggiunti il 21 novembre 1995 e firmati a Parigi il 14 dicembre, sancirono la fine della vecchia Jugoslavia. In realtà fu una «falsa pace», che conteneva già i presupposti di una nuova guerra. Questo perché le grandi potenze obbligarono Milošević a risolvere tutti i problemi della ex Jugoslavia, meno uno: quello del Kosovo, accettando che rimanesse sotto la sua sovranità. Questa regione era abitata in maggioranza da albanesi. La coabitazione tra gli albanesi musulmani, che pure godevano di un’ampia autonomia nell’amministrazione della provincia, ed i serbi ortodossi è stata sempre molto difficile: gli albanesi si sono sempre ritenuti oppressi dai serbi, e la minoranza serba discriminata e continuamente minacciata dalle intenzioni secessioniste degli albanesi.

Milošević decise di fare contro i kosovari ciò che non gli era riuscito contro i croati ed i bosniaci: «serbizzare» il Kosovo con una campagna di pulizia etnica contro gli albanesi. Molti kosovari si sentirono abbandonati dai «grandi» del mondo e decisero di rispondere alla forza con la forza: sostennero una formazione militare clandestina, l’UCK (Esercito di liberazione del Kosovo), la quale ingaggiò una vera e propria gara in fatto di violenza e di crudeltà  con i serbi. Se i serbi massacravano gli albanesi, l’UCK massacrava con attentati terroristici ed imboscate la minoranza serba del Kosovo. Nel 1998 l’UCK riuscì ad impadronirsi del 40% del territorio della provincia, ma in estate, con una violenta campagna militare, i serbi ripresero buona parte del terreno perduto. Di fronte all’avanzata dell’artiglieria serba, l’Unione Europea ebbe paura: non aveva digerito l’umiliazione subita nella guerra di Jugoslavia e temeva un altro conflitto in cui si sarebbe nuovamente trovata impantanata. Decise di agire subito e di risolvere la vertenza a livello diplomatico. Ma un’azione diplomatica, se non è sorretta da una minaccia militare, rischia di non essere presa sul serio. Per questo gli europei decisero di coinvolgere nei negoziati di Rambouillet (autunno 1998) gli americani, i quali si impadronirono dell’iniziativa e condussero le trattative. Essi imposero a Milošević un piano che non avrebbe mai potuto accettare: il ritiro delle forze jugoslave dalla provincia e l’indizione, tre anni dopo, di un referendum, nel quale i kosovari avrebbero deciso per l’indipendenza o per il mantenimento della sovranità serba. Se il presidente jugoslavo avesse accettato, avrebbe dovuto rinunciare per sempre al Kosovo. Infatti, non firmò.

Anche la Santa Sede era molto preoccupata per quello che stava accadendo. In un’intervista al Corriere della Sera, il cardinale Sodano rilanciò l’ingerenza umanitaria. Occorreva inviare una forza militare che separasse i contendenti, disarmasse l’aggressore e permettesse l’afflusso degli aiuti umanitari. Ovviamente, l’operazione andava condotta dalla comunità internazionale (il riferimento era all’ONU). Invece, gli americani intervennero nuovamente con la NATO e bombardarono i serbi. Ancora una volta l’Unione Europea rivelò la sua inconsistenza politica e finì per abdicare alla superpotenza americana. Gli Stati Uniti, per contro, colsero un’altra occasione per dimostrare la loro incontrastata egemonia mondiale.

 

Dal 24 marzo 1999, giorno in cui iniziarono i bombardamenti, Giovanni Paolo II non esitò a condannare tanto la violenza dei serbi contro i kosovari quanto la violenza dell’attacco contro i serbi: “In risposta alla violenza, un’ulteriore violenza non è mai una via futura per uscire da una crisi”, disse di fronte ai membri dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa il 29 marzo. L’Osservatore Romano fece lo stesso, denunciando più volte l’inutilità ed il dramma della “duplice guerra, quella che [] insanguina il Kosovo e quella cominciata dalla NATO” [14] .

La preoccupazione per le sofferenze delle popolazioni e la volontà di mettere in atto qualsiasi iniziativa per far sentire concretamente la sua vicinanza alle vittime del conflitto, furono costantemente presenti negli interventi di Wojtyla, dal primo all’ultimo giorno di guerra. Ma nei confronti dei belligeranti, dimostrò la sua libertà di giudizio. Rimanevano delusi coloro i quali chiedevano un pronunciamento più netto di Giovanni Paolo II contro Milošević, soprannominato «Hitler dei Balcani», ed un suo schieramento in difesa dei bombardamenti della NATO. Ma altrettanto delusi rimanevano gli aderenti al movimento pacifista, che fin dall’inizio dei bombardamenti manifestarono contro l’azione della NATO e contro gli Stati Uniti d’America. A questo proposito, la posizione della Santa Sede e di Wojtyla era tutt’altro che pacifista: il cardinale Sodano  aveva proposto un intervento umanitario che, per quanto difensivo e mirato a disarmare gli aggressori, non escludeva a priori l’uso della violenza.

 

Nonostante che Clinton e i suoi alleati europei ribadissero il carattere umanitario della guerra del Kosovo, fu evidente il contrario: la guerra in Kosovo non fu una «guerra umanitaria». Per non rischiare perdite umane la NATO non si impegnò in battaglie terrestri, ma proseguì con i bombardamenti. Però, combattendo a distanza, cresceva la possibilità di errori, e questo nonostante le raffinate apparecchiature elettroniche in possesso degli americani e la loro insistenza sulla precisione chirurgica dei bombardamenti. Ad aprile le bombe colpirono un treno mentre transitava su un ponte definito un obiettivo militare: 14 morti e 15 feriti. “La guerra «intelligente» uccide persone inermi” [15] , intitolò L’Osservatore Romano. Analoga tragedia avvenne in maggio: i bombardamenti colpirono un villaggio kosovaro causando una strage dei profughi.

E tutto questo mentre i bombardamenti non impedivano a Milošević di dimezzare la popolazione albanese del Kosovo, provocando una caotica crisi umanitaria. Solo un intervento militare sul campo avrebbe potuto fermare i massacri disarmando i serbi: l’ingerenza umanitaria che il Papa e la Santa Sede avevano inutilmente invocato.

Pur riuscendo, di fatto, a staccare il Kosovo dalla Jugoslavia senza concedergli l’indipendenza [16] , gli americani non riuscirono a disarmare l’UCK ed a fermare una seconda pulizia etnica, questa volta condotta dagli albanesi contro la minoranza serba della provincia. Una pulizia etnica sulla quale le istituzioni internazionali calarono un inaccettabile silenzio. Per non parlare del silenzio che continua ancora oggi: mentre nel vecchio Continente si discute e ci si divide sul preambolo della nuova Costituzione europea e sull’accenno alle «radici cristiane», si permette che in Kosovo, a due passi da casa nostra, vengano sistematicamente distrutti e saccheggiati decine di antichi monasteri cristiani ortodossi. «Radici cristiane» ancora viventi, strappate con la forza e la violenza nell’indifferenza della comunità internazionale.

L’europeismo di Wojtyla veniva con questa guerra ulteriormente frustrato. L’Unione Europea aveva nuovamente abdicato politicamente e militarmente agli Stati Uniti.

 

 

L'11 settembre

11 settembre 2001: certamente la storia non potrà mai cancellare le immagini dei due aerei dirottati che si schiantano contro le Torri Gemelle di New York. L’opinione pubblica mondiale rimase angosciata, senza parole dopo aver visto e rivisto l’allucinante morte di migliaia di americani.

Nella tragedia, il popolo americano dimostrò di avere una dignità, una tenacia, una forza morale pari, se non superiore a quella politica e militare.

Dopo pochi giorni fu chiara la provenienza dei dirottatori: essi facevano parte dell’organizzazione terroristica Al-Qaeda, fondata da Osama Bin Ladin, uno sceicco saudita che viveva protetto dal governo teocratico dei talebani in Afghanistan.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti, il repubblicano George W. Bush jr, chiese al governo afghano guidato dal mullah Omar di consegnare alla giustizia americana Bin Ladin, la cui responsabilità fu successivamente ammessa da lui stesso in un messaggio televisivo, ma i talebani si rifiutarono. Gli Stati Uniti dichiararono guerra all’Afghanistan. Tutto il mondo fu con loro: il consenso alla guerra, questa volta, fu dato dall’ONU senza la minima esitazione, con la risoluzione n.1.368 del Consiglio di Sicurezza del 12 settembre 2001, per la quale la gravità dell’attentato configurava necessariamente il diritto alla legittima difesa, secondo quanto previsto nella Carta delle Nazioni Unite. Il 7 ottobre iniziarono i bombardamenti anglo-americani contro Kabul.

 

Il Vaticano sostenne subito il diritto degli americani a rispondere all’aggressione subita. E fondamentali furono le successive mosse di Papa Wojtyla. Dal 22 al 27 settembre andò in pellegrinaggio in Kazakistan. Se Pio XII, durante la seconda guerra mondiale, aveva invitato a distinguere tra comunismo e popolo russo e tra nazismo e popolo tedesco, analogamente Giovanni Paolo II, in Kazakistan, Paese a stragrande maggioranza musulmana, invitava a distinguere fra terrorismo islamico e Islam, “l’autentico Islam”. Nei giorni seguenti agli attentati dell’11 settembre, infatti,  una specie di fobia antislamica si era diffusa presso l’opinione pubblica mondiale e aveva contagiato anche diversi cattolici. Molti erano pronti a «benedire» una «crociata antimusulmana». Non Giovanni Paolo II. Egli invitava il mondo a far prevalere la ragione, non l’istinto provocato dalla rabbia. Il Kazakistan era uno Stato a maggioranza musulmana, ma nemico dei talebani e più ancora dei terroristi. Non bisognava fare di ogni erba un fascio: “Desidero riaffermare il rispetto della Chiesa cattolica per l’Islam, l’autentico Islam: l’Islam che prega, che sa farsi solidale con chi è nel bisogno”. Parole dette da un Papa che aveva fatto della mano tesa all’Islam uno dei punti cardini del suo magistero: ventitré Paesi a maggioranza musulmana visitati in ventidue anni di pontificato, senza contare il costante sostegno da lui dimostrato alle vittime musulmane della guerra in Jugoslavia e, primo Papa nella storia,  la sua visita ad una moschea, quella di Damasco, in Siria, nel maggio 2001. Ma al tempo stesso Wojtyla non esitò a condannare il terrorismo: “L’odio, il fanatismo e il terrorismo profanano il nome di Dio e sfigurano l’autentica immagine dell’uomo”. Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002 proclamò: “Il terrorismo si fonda sul disprezzo della vita dell’uomo” e costituisce “un crimine contro l’umanità. Esiste, perciò, un diritto a difendersi dal terrorismo [ in corsivo nel testo, NdA]”.  La Segreteria di Stato autorizzò il portavoce della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, a riconoscere il diritto degli americani ad intervenire militarmente in Afghanistan. Joaquín Navarro-Valls disse: “Se qualcuno ha inferto una grave ferita alla società e c’è il pericolo che – se rimane libero – ne infligga altre, è certo che il responsabile di una nazione ha il diritto di applicare il principio dell’autodifesa, anche se i mezzi necessari potrebbero essere aggressivi”, dopo aver tentato, ovviamente, tutte le strade per una soluzione pacifica della vertenza. Ma l’autodifesa andava esercitata con un criterio ben preciso: l’uso della forza doveva essere proporzionato alla ferita inferta. Insomma, la guerra andava fatta per giustizia, ma non per vendetta. Bisognava punire i responsabili (i terroristi), ma non vendicarsi su un intero popolo innocente (i musulmani afghani). Fin dal 12 settembre Giovanni Paolo II aveva implorato la comunità internazionale perché la giustizia, e non “la spirale dell’odio e della violenza”, prevalesse. “La responsabilità penale è sempre personale e quindi non può essere estesa alle nazioni, alle etnie, alle religioni alle quali appartengono i terroristi”, diceva nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002. La vendetta non faceva altro che aggiungere tragedia a tragedia. Se non si agiva con giustizia, non distinguendo tra terrorismo da un lato e popolo afghano e mondo musulmano dall’altro, si rischiava di suscitare volontà di rivalsa in coloro che venivano ingiustamente colpiti, con gravi conseguenze a livello internazionale. Anzi, “la collaborazione internazionale nella lotta contro l’attività terroristica deve comportare anche un particolare impegno sul piano politico, diplomatico ed economico per risolvere con coraggio e determinazione le eventuali situazioni di oppressione e di emarginazione che fossero all’origine dei disegni terroristici. Il reclutamento dei terroristi, infatti, è più facile nei contesti sociali in cui i diritti vengono conculcati e le ingiustizie troppo a lungo tollerate”. In linea con i suoi predecessori, dunque, anche Giovanni Paolo II si rifiutava di benedire crociate mondiali: sì al buon diritto degli Stati Uniti ad una giusta autodifesa, no a volontà di rivalsa.

 

All’Angelus del 18 novembre 2001 Wojtyla ribadì la sua vicinanza al mondo musulmano chiamando i cattolici ad una giornata di digiuno per la pace nel mondo da tenersi in concomitanza con l’ultimo giorno di Ramadan, il 14 dicembre. Il Papa convocò anche i rappresentanti di tutte le religioni del mondo per una giornata di preghiera ad Assisi, che si tenne il 24 gennaio 2002. Per la terza volta nel suo pontificato [17] , Giovanni Paolo II voleva provare al mondo che le religioni hanno come missione la pace, e che i terroristi fondamentalisti ne davano un’interpretazione gravemente distorta: essi non potevano usare il nome di Dio per fare la guerra o compiere nefandezze simili agli attentati dell’11 settembre. Le delegazioni più numerose erano formate dalle tre religioni monoteiste: cristiani, ebrei e musulmani. Due furono i momenti centrali della giornata. Il pronunciamento di Giovanni Paolo II all’assemblea del mattino: “E’ doveroso che le persone e le comunità religiose manifestino il più netto e radicale ripudio della violenza, di ogni violenza, a partire da quella che pretende di ammaliarsi di religiosità, facendo addirittura appello al nome sacrosanto di Dio per offendere l’uomo. L’offesa dell’uomo è, in definitiva, offesa di Dio. Non v’è finalità religiosa che possa giustificare la pratica della violenza dell’uomo sull’uomo”. L’intervento di Wojtyla richiamava quanto già aveva detto nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002: “Il fanatismo fondamentalista è un atteggiamento radicalmente contrario alla fede in Dio. [] Nessun responsabile delle religioni, pertanto, può avere indulgenza verso il terrorismo e, ancor meno, lo può predicare