
I NORMANNI E IL PAPATO.
STRATEGIE POLITICHE E RELIGIOSE DELLA SANTA
SEDE VERSO GLI "UOMINI DEL NORD.
di
Vito Sibilio
Il
rapporto tra i Normanni e la Santa Sede è uno dei punti qualificanti della
politica dell’Europa dell’XI secolo. Anche grazie a questa relazione ora amichevole
e ora ostile, gli Uomini del Nord riuscirono ad avviare e a realizzare il
sinecismo del Meridione, a dispetto dello stesso Papato, con una determinazione
negli obiettivi e una flessibilità dei metodi che fanno degli Altavilla una
genìa di politici tra i più brillanti dell’epoca, abili, energici, coraggiosi,
prudenti ed esperti.
Il
Papato fu di fatto inferiore nei risultati, riuscendo solo in parte nell’obiettivo
di sfruttarli per i propri scopi. Del resto, la Curia modificò diverse volte
il suo atteggiamento nei loro confronti, e lo subordinò ora alle relazioni
più impegnative con le maggiori potenze dell’epoca, ora addirittura alle proprie
strategie religiose, cercando a volte di inserirli e a volte di estrometterli
dai propri disegni universalistici. E questo perché la Chiesa è anche, ma
non solo, una potenza temporale, che necessariamente deve comparare i propri
obiettivi politici alle sue irrinunciabili prospettive religiose. Possiamo
individuare tre fasi della politica papale nei confronti dei Normanni:
1.
Una fase in cui, sottovalutando la portata
del fenomeno, la Curia romana si serve dei Normanni come mercenari contro
i Bizantini;
2.
Una in cui i Papi si oppongono all’espansionismo
normanno, avendone paventato la pericolosità;
3.
Una in cui inaugurano una collaborazione più
o meno stabile, anche se non priva di qualche contrasto.
Quando
i mercenari normanni si affacciarono alla ribalta della politica italiana,
i loro compatrioti da più di un secolo si erano lanciati, nell’ambito dell’ultimo
scaglione delle Invasioni barbariche, all’assalto dell’Europa cristiana e
del Mediterraneo: a Lindisfarne, nello scozzese regno di Alba, erano arrivati
nel 793; a Dublino nell’839; nelle Fiandre nell’841; in Francia nell’843;
a Oviedo nell’827; a Lisbona e Cadice nell’844; già dall’820 avevano toccato
le sponde del Lago Ladoga, e avevano attraversato tutto quello che sarebbe
stato il Granducato di Kiev nell’895, toccando Costantinopoli nell’866. La
formazione del Ducato di Normandia da parte di Rollone aveva manifestato la
drammatica impotenza del risorto Impero d’Occidente, destinato – come il primo
nel 476 - a cadere, ma ancora più
in fretta, per opera dei barbari. Le scorribande dello stesso Rollone, unite
a quelle degli Ungari e degli Arabi, avevano reso irreversibile la crisi dello
Stato, e costretto Carlo III il Grosso all’abdicazione nell’888. Rurik aveva
fondato la Rus’ di Kiev, destinata ad un grande successo; i suoi mercenari
avevano toccato il Corno d’Oro ancora nel 909 e nel 941. Persino gli Arabi
avevano dovuto subire, e nel Mediterraneo i Vikinghi avevano toccato le Baleari
già nel 798, e poi le coste della Catalogna settentrionale dall’859 all’861,
spingendosi sino a Narbona e Marsiglia. Questi precedenti avrebbero dovuto
dissuadere i tre potentati che, involontariamente, fecero la fortuna dei Normanni
in Italia: Bisanzio, il Papato e l’Impero Germanico. Invece costoro, un po’
per difetto di conoscenza storica – specie in Occidente – un po’ per diffidenza
reciproca, un po’ per la mentalità presuntuosa che impediva loro di vedere
oltre i confini della loro autorità ecumenica, credettero di poter impunemente
inserire i Normanni nel balletto della loro politica di eterni contrasti e
continue riappacificazioni, senza intuire che i barbari li avrebbero giocati.
Fu
proprio la Santa Sede a dare l’avvio al processo che li inserì nella politica
italiana. Il problema di fondo era, per essa, la minaccia bizantina. Nella
galassia di staterelli che si dividevano il Mezzogiorno (Principati di Capua,
Benevento e Salerno, più la Contea di Aversa, ultimi avanzi del dominio longobardo;
le repubbliche autonome di Napoli e Amalfi, formalmente soggette all’Impero
d’Oriente) l’influenza di Bisanzio era andata crescendo sempre più, in concomitanza della
famosa Seconda Colonizzazione, a partire dal IX secolo. Fino alla fine del
X secolo, la Santa Sede, lacerata dalle lotte tra le famiglie aristocratiche
romane, non ha avuto tempo di occuparsi del Mezzogiorno, con l’eccezione della
sfortunata guerra di Capua di Giovanni XII (955-963). L’instaurarsi del dominio
sassone l’ha spinta a caldeggiare la conquista del Meridione da parte dell’Impero
germanico, ma solo andando a rimorchio degli Ottoni, nel quadro rituale degli
innumerevoli scismi religiosi tra Roma e Costantinopoli che accompagnavano
i contrasti tra le due Corti imperiali. Ma una buona parte della nobilitas
capitolina guardò ai Bizantini come ad un contrappeso all’invadenza germanica,
per cui molti sanguinosi episodi della storia del Papato alla fine del 900
si spiegano proprio in questo quadro di contrastanti sfere d’influenza: le
brutali usurpazioni dell’antipapa Bonifacio VII (873-874; 884-885), le fini
drammatiche da lui riservate ai papi scacciati con la violenza (Bendetto VI
fu strangolato nel 973 dal prete Stefano, Giovanni XIV fatto morire di fame
nell’884), la sua stessa morte violenta e il macabro scempio del suo cadavere
fatto dal popolaccio, la tristissima vicenda dell’antipapa Giovanni XVI (997-998),
orribilmente punito da Ottone III e Gregorio V (996-999), ne sono gli esempi.
Inoltre, alla morte di Ottone III (1002), la famiglia dei Crescenzi ne approfittò
per imporre in Roma il proprio potere. Giovanni II Crescenzio († 1012) si
proclamò patricius Romanorum, carica che gli dava
il potere di proteggere Roma e la Santa Sede, in assenza di un imperatore
consacrato. Impose i suoi candidati sul trono di Pietro, tenne lontano Enrico
II il Santo (1002-1024) dalla città e cercò in Bisanzio un contrappeso alla
minaccia germanica. Lo scisma tra Roma e il Bosforo cessò sotto il papato
di Giovanni XVIII, creatura politica del patricius,
e i pontefici dovettero riconoscere come legittimo quell’antipapa Giovanni
XVI che Gregorio V e Ottone III avevano mutilato alla persiana (naso, occhi,
lingua, labbra, mani) e rinchiuso in monastero.
Qualcosa
cambiò a partire dal papato di Sergio IV (1009-1012), ultimo pontefice crescenziano
[1]
: il patriarca Sergio II (1001-1019) di Costantinopoli
ruppe la comunione con Roma probabilmente per la professione di fede del nuovo
papa nella Doppia Processione dello Spirito Santo. La dotta controversia pneumatologica
ebbe una ricaduta politica, e il papa e Crescenzio, evidentemente desiderosi
di estendere la propria influenza verso Sud, appoggiarono la rivolta di Melo
e Datto, facoltosi cittadini baresi che, per la difficile congiuntura economica
culminata in una carestia, si ribellarono al catepano Curcuas in Bari, Bitetto,
Trani e Bitonto, iniziata proprio nel 1009. I rivoltosi s’impossessano della
zona settentrionale del Catapanato, e sono appoggiati dai Longobardi di Salerno.
Ma il nuovo catepano Basilio Mesardonites, forse fratello dello stesso imperatore
Romano III, nel 1011 espugna Bari, e costringe Melo a rifugiarsi in Capua
e Datto a Roma
[2]
.
Qui
la situazione è molto cambiata, e la politica viene vissuta in modo diverso.
Sul trono di Pietro, alle morti di Sergio IV e Giovanni Crescenzio, avvenute
pressoché simultaneamente, è salito Benedetto VIII (1012-1024), il laico Teofilatto,
del Casato dei Conti di Tuscolo
[3]
. Con lui, una volta schiacciata la resistenza crescenziana
sui monti del Lazio e una volta ottenuto il riconoscimento di Enrico II a
dispetto del candidato rivale Gregorio VI, inizia l’ultima dominazione aristocratica
su Roma e il Papato. Ma i tratti di questa dominazione sono diversi, perché
diverso è il cipiglio e più maturo il senso politico di Benedetto VIII. Con
lui non più un patricius domina il papa nel suo Stato, ma il Papato stesso è occupato
da un esponente della famiglia al potere, con enorme aumento del suo prestigio.
E a proteggerlo in Roma, giocoforza, è lo stesso imperatore germanico, che
non è più un nemico, ma un prezioso alleato. Benedetto VIII inoltre opera
un rimescolamento della nobilitas
capitolina, chiamando parecchi ex-nemici a collaborare alle magistrature civili.
L’ex-laico ha una visione alta delle prerogative del Papato, e vuole fare
di Roma il centro politico dell’Italia. Non solo restaurò lo Stato Pontificio,
ma tolse agli Arabi la Sardegna, d’intesa con Pisa e Genova, salvando l’Italia
del nord dall’invasione. Un simile uomo non poteva non avere a cuore le rivendicazioni
papali sul Mezzogiorno, risalenti alla Promissio Carisiaca di Pipino il Breve
e confermate da Carlo Magno, Ludovico il Pio e Ottone il Grande. Sperava inoltre
di rilatinizzare le diocesi del Sud, incorporate a forza nella sfera d’influenza
del Patriarcato bizantino. In Benedetto VIII l’offensiva politica e religiosa
contro Bisanzio sono tutt’uno, e aveva già autorizzato il canto del Credo
nella messa secondo l’uso germanico, e con l’aggiunta del Filioque. Il pontefice accoglie Datto e
gli affida la fortezza del Garigliano. Probabilmente sa del viaggio di Melo
in Germania, ma guarda con sospetto la sua investitura a Duca di Puglia, che
inserirà la regione nel sistema politico germanico. Lui, che non aveva voluto
che Enrico II, all’atto dell’incoronazione, insistesse sulla sovranità feudale
su Roma (1014), non doveva vedere di buon occhio l’estensione della sfera
d’influenza tedesca. A questa opposizione, che ovviamente dovette tenersi
in corpo, Benedetto potè legare iniziative concrete quando seppe che Enrico
II non aveva concesso aiuti materiali. Fu evidentemente con la sua mediazione
che si concluse un accordo tra Melo e i Normanni francesi. Già nel 1015 il
capo rivoltoso barese aveva incontrato a Monte Sant’Angelo dei pellegrini
normanni di ritorno dalla Terra Santa, e li aveva pregati di reclutare soldati
in Normandia per soccorrerlo. Ben felici di mettere al servizio di qualcuno
il loro nomadismo guerriero, questi normanni presumibilmente passarono poi
per Roma, dove l’astuto papa li incoraggiò. L’anno dopo passarono per l’Urbe
molti guerrieri normanni, che – benedetti dal pontefice – raggiunsero Melo
e Guaimaro di Salerno. Con questa strategia, il Papato si prepara a recuperare
regalie spirituali e temporali nel Sud. E’ un’anticipazione della politica
di Gregorio VII. Del resto, Benedetto VIII fu un geniale precursore delle
tattiche politiche di alcuni dei suoi successori più blasonati, Leone IX e
appunto Gregorio, anche se non ne ebbe la mistica pietà e il fervore religioso.
Andrebbe perciò rivalutato. In questo piano, i Normanni sono solo manovalanza,
che si fa macellare, anche se in cambio della vita eterna: il groviglio tra
fede e violenza che porterà ottant’anni dopo alle Crociate comincia anche
di qua, e passa per le vie di pellegrinaggio di Roma, Monte Sant’Angelo e
Gerusalemme.
L’iniziativa
benedettina ha successo all’inizio, ma la controffensiva del catepano Basilio
Boioannes muta le sorti della guerricciola. Il papa non confida più né in
Melo né neo Normanni, e si volge alla Germania. Ma la campagna enriciana del
1021-1022 porta solo ad una pace sulla base dello status quo. Il progetto benedettino di ampliare l’influenza politico-ecclesiastica
di Roma verso il Sud in sintonia con l’Impero germanico era naufragato. Ma
i Normanni continuarono ad operare per consolidare il proprio potere.
Furono
in questo favoriti dagli eventi. La dominazione bizantina va sempre più verso
lo sfacelo, ma né il papa né l’Imperatore tedesco si interessano del problema.
A Roma i successori di Benedetto VIII, il fratello Giovanni XIX (1024-1032)
e il nipote Benedetto IX (1032-1045), non hanno la stessa tempra del fondatore
della singolare dinastia ecclesiastica. Gli scandali e il malgoverno di Benedetto
IX provocano poi il tracollo dei Conti di Tuscolo e danno all’imperatore Enrico
III (1039-1056) la possibilità di restaurare il dominio imperiale sul Papato,
risolvendo col Concilio di Sutri del 1046 l’incresciosa questione della compresenza
di tre aspiranti al Soglio - lo stesso Benedetto, Silvestro III (1045),
scacciato da quello, Gregorio VI (1045-1046), eletto all’abdicazione del Tuscolano
– e designando Clemente II (1046-1047), primo di quattro Papi teutonici. Nel
bel mezzo di questo vuoto di potere, i Normanni assumono la leadership militare della rivolta antibizantina:
sconfiggono le sacre truppe presso l’Olivento (1041), si fanno vassalli di
Argiro, figlio di Melo, autointitolatosi duca di Puglia, s’insediano in varie
città mentre Guglielmo d’Altavilla detto Braccio di Ferro si proclama duca
di Puglia al posto di Argiro ripassato ai Bizantini (1043). Un tentativo di
inserirli nel proprio sistema politico viene da Enrico III che nel 1047 ha
riconosciuto i possessi degli Altavilla, sopraffacendo le rivendicazioni feudali
del Papato, che in quei frangenti non trovarono assertori.
Ma
è proprio il Papato germanizzato che si accorge della necessità di una mutazione
della politica nei confronti degli Altavilla e dei Normanni in genere. S.
Leone IX (1049-1054), Bruno dei Conti di Egisheim, vescovo di Toul e monaco
benedettino
[4]
, capofila dei riformatori pregregoriani, capovolse tutta
l’impostazione opportunistica di Benedetto VIII, e raccolse il “grido di dolore”
dei Meridionali, messi a dura prova dalla rapacità normanna.
Papa
Leone fu il primo – in seno ai circoli innovatori approdati presso la Santa
Sede – a svolgere mansioni ordinate di reclutamento e organizzazione degli
eserciti, pur rimanendo scrupolosamente lontano dall’uso delle armi. Per questo
fu il primo papa che, trovandosi in battaglia a Civitate, lo fece per una
genuina ispirazione religiosa, a differenza di quanto era accaduto fino a
qualche decennio prima, quando ancora Benedetto VIII combatteva perché, di
fatto, era un barone feudale
[5]
.
D’altro
canto, Leone si abituò a questa prassi sin da quando era diacono a Toul, occupandosi
degli affari militari della sua diocesi, e conservando questa cura anche da
vescovo
[6]
. E’ pur vero che aveva ricevuto in tal senso l’esempio
dal capofila dei riformatori lorenesi, Wazone vescovo di Liegi, e anche che
il futuro papa non procedeva mai contro i nemici della sua Chiesa locale se
non dopo averli energicamente ammoniti, sperando di poterli rabbonire senza
armi, ma non va neppure dimenticato che in questa prassi confluivano due linfe
molto diverse: l’una era la prassi bellico-riformatrice delle Paci di Dio,
affermatesi in Francia per supplire alle carenze del potere centrale e irradiatesi
col loro esempio di spiritualità sociale anche in seno all’Impero, dove la
situazione politica era pur tanto diversa
[7]
; l’altra era l’esercizio dei diritti feudali, per
i quali i Signori, compresi quelli ecclesiastici, assai numerosi nell’Impero,
usavano normalmente dello ius belli per i propri scopi.
In questo senso, Leone IX non rivendicava per sé, né da vescovo né
da papa, un diritto nuovo, perché le sue guerre furono sempre legate – come
vedremo – al contesto territoriale dei suoi domini temporali; l’unica differenza
stava nel fatto che egli li viveva con uno spirito religioso, che riassorbiva
in sé, in modo monistico, le prerogative temporali del potere spirituale.
Per inciso, questa lezione, passata pari pari nei papi successivi, una volta
che la Santa Sede cominciò ad atteggiarsi ad arbitra della Cristianità, permise
ad Urbano II di esercitare una funzione temporale – l’organizzazione di una
guerra – per motivi religiosi, avvalendosi di una concezione del potere che
era alla sua origine tanto riformatrice quanto
feudale.
Lo
schema dell’admonitio praevia e
poi del bellum bonum fu adoperato
da papa Leone anzitutto a Roma: egli ammonì energicamente i seguaci dell’ex-papa
Benedetto IX (1033-1045), acquartierati nel Tuscolano, dal cessare di razziare
la Chiesa Romana, e lo fece nella solenne cornice del Concilio Lateranense
del 1049
[8]
, nel corso del quale fulminò l’anatema sul rivale,
che non si era presentato al Sinodo, sebbene citatovi per simonia e eresia.
In conseguenza di ciò il papa alsaziano mandò l’esercito romano nel territorio
ribelle, e inflisse numerosi danni alle loro fortezze, anche se non gli riuscì
di prendere Tuscolo, a causa dell’insorgere della crisi normanna. Sebbene
manchi una documentazione terminologica diretta sugli atti sinodali – che
peraltro presumibilmente non sarebbe stata molto interessante – il resoconto
dei fatti ci restituisce in toto l’ideologia leonina della guerra.
Il papa alsaziano avrebbe conservato la delicatezza dell’ammonizione anche
nei confronti dei suoi maggiori nemici, i Normanni
[9]
. Anche in questo caso Leone si era trovato coinvolto
nella guerra in quanto capo di Stato, perché Benevento, minacciata dai guerrieri
di Roberto il Guiscardo, si era sottomessa alla Chiesa, e il papa, dopo un
primo sfortunato tentativo guerresco, si era recato in Germania a chiedere
aiuto all’imperatore Enrico III, da cui però aveva ottenuto ben poco, anche
per l’opposizione del cancelliere Gebard von Döllnstein-Hirschberg (destinato
a succedere al papa come Vittore II), per poi rientrare in Italia e guidare
personalmente un esercito raccogliticcio, non senza aver cercato l’appoggio
di Costantino IX Monomaco (1042-1055), e per arenarsi alla fine nella sconfitta
di Civitate (18 giugno 1053), che lo aveva visto finire rispettato prigioniero
di Roberto, a cui dovette – per essere liberato – fare presumibilmente qualche
concessione.
Ma
in questo insignificante episodio, che era solo un momento delle complesse
lotte intercorrenti tra Roma, Bisanzio e la Germania, e in cui, almeno fino
ad allora, gli Altavilla sembravano ancora fare i comprimari, Leone portò
un afflato nuovo, e talmente nuovo da suscitare accesi dibattiti, che accompagnarono
non tanto la sua discesa in campo armato personale – disattendendo a quanto
fatto da lui fino ad allora – non diversa da quelle di alcuni predecessori,
ma che verterono proprio sull’ispirazione con la quale egli diceva di farla
[10]
. E di questa ispirazione egli diede eloquente testimonianza
nella Lettera inviata a Costantino IX nel 1054
[11]
, in cui, pro domo sua, affermava:
“Nos quoque
divinum adiutorium nobis adfore, et humanum non deforme credentes, ab hoc
nostrae intentione liberandae Christianitatis non deficiemus, nec dabimus
requies temporibus nostris, nisi cum requie Sanctae Ecclesiae periclitantis…Ad
quam acquirendam et obtinendam habemus..charissimum ..imperatorem Enricum…ad
nostrum subsidium. ..Quapropter ..collaborare nobis dignare ad liberationem
tuae matris Sanctae Ecclesiae”
[12]
La
terminologia è assai eloquente: il subsidium è il termine chiave della teologia
bellica dei Papi dei secc. IX-X, contro i Saraceni, in cui l’aiuto che i fedeli
si davano reciprocamente consisteva proprio nel soccorso armato, reso più
meritevole dal rischio della vita. Tale idea – della guerra come carità –
sarà presente anche nella Crociata, e arriva proprio attraverso la mediazione
della teologia riformatrice, iniziata con Leone IX. La liberatio Ecclesiae prende il posto di quella Imperii, in quanto la Chiesa è, come popolo di Dio, una comunità più
nobile e alta, in cui lo Stato stesso è compreso. Questa liberatio è ancora della Santa Sede, minacciata
nel particulare suo, ma qualche
decennio dopo diverrà proprio di tutta la Chiesa, minacciata dai Saraceni.
In questo contesto, la liberazione della Chiesa è appunto la liberazione della
comunità religiosa, ma anche di quella civile, formata da cristiani e permeata
dai valori religiosi.
Questa
liberatio della Chiesa e della Cristianità, significativamente mescolate,
era una dichiarazione d’intenti, ma era anche la perorazione di una
liberazione che manifestasse una emancipazione spirituale: i Normanni sono
il Male; con essi il papa aveva tentato un’opera di conversione, ma inutilmente:
“Vae mihi si
non evangelizavero
[13]
: necessitas enim mihi incumbit maxima, posituro
rationem aeterno et districto iudici, propter unius regimen Ecclesiae, ex
hoc est, de omnium ecclesiarum merito…saepissime perversitatem eius redargui,
obsecravi, predicavi, opportune importuneque institi, terrorem divinae et
humanae vindictae denuntiavi. Sed quia Sapiens ait: Nemo potest corrigere
quem Deus despexerit, et stultus non corrigitur
[14]
: adeo obdurata et ostinata malitia eius permansit,
ut de die in diem adderet peiora pessimis...”
[15]
Perciò
la minaccia normanna era continuata e nella lettera viene descritta con un
frasario le cui intense immagini venivano da lontano: dalle lettere di Giovanni
VIII (872-882) a Carlo il Calvo e agli altri principi per chiedere aiuto contro
i Mori, e addirittura dalle lettere dei papi del VIII sec., che chiedevano
a Pipino il Breve e a Carlo Magno soccorso contro i Longobardi. Ecco un esempio:
“Illa ergo sollicitudine,
qua omnibus Ecclesiis debeo invigilare, videns indisciplinatam et alienam
gentem incredibili et inaudita rabie, et plusquam pagana empietate adversus
Ecclesias Dei insurgere passim, Christianos trucidare, et nonnullos novis
horribilibusque tormentis usque ad defectionem animae affligere, nec infanti,
aut seni, seu foemineae fragilitati aliquo humanitatis respectu parcere, nec
inter sanctum et profanum aliquam distantiam habere, sanctorum basilicas spoliare,
incendere, et ad solum usque diruere…”
[16]
In
ragione di ciò, Leone IX aveva tentato la strada bellica, ma sforzandosi sempre
di contenere l’uso delle armi nei limiti autoimpostosi in occasione della
campagna contro i Tuscolani, e facendo discendere il suo impegno dalla duplice
autorità – spirituale e temporale – di cui era investito:
“Unde non tantum
exteriora bona pro liberatione ovium Christi cupiens imprendere, sed superimpendi
ipse praeoptans, visum est mihi ad testimonium nequitiae eorum, vel, si sic
expediret, ad repressionem contumaciae, humanae defensionem undecumque attrahendam
fore, audiens ab Apostolo, principes non sine causa gladium portare, sed ministros
Dei esse, vindices in iram omni operanti malum; et quia principes non sunt
timori boni operis, sed mali
[17]
: et reges atque duces missos a Deo ad vindictam
malefactorum. Ruffultus ergo comitatu, qualem temporis brevitas et imminens
necessitas permisit…non ut cuiusquam Nortmannorum, seu aliquorum hominum interitum
optarem, aut mortem tractarem, sed ut saltem humano terrore resipiscerent,
qui divina iudicia minime formidant..”
[18]
Tutto
questo per persuadere l’imperatore bizantino della bontà del suo operato e
per spingerlo ad aiutarlo in un’impresa che, come abbiamo visto, egli non
aveva alcuna intenzione di abbandonare, e che perciò aveva così eloquentemente
– ed esaurientemente – giustificato, lasciandoci così un solo, ma prezioso,
documento. Da quanto letto, emerge che Leone considerava altamente meritoria
la lotta armata contro i Normanni, e non meraviglia dunque che anche ai guerrieri
impegnati in questo conflitto il papa concedette la garanzia dell’ingresso
in Paradiso, come i suoi predecessori avevano fatto con coloro che avevano
combattuto i Saraceni
[19]
; anzi Leone IX considerò coloro che erano caduti
in battaglia come dei martiri, e ne promosse un culto che sembra aver procacciato
ai suoi devoti anche dei miracoli o guarigioni.
[20]
Entrando nei dettagli, va ricordato che già
papa Leone IV (847-854) aveva promesso il Paradiso a chi fosse morto in guerra contro i Saraceni, riprendendo
l’idea carolingia della meritorietà della lotta contro i Longobardi – che
Pipino il Breve aveva fatto in sconto dei suoi peccati. Leone IX riprende
e amplia l’idea di Leone IV (e Giovanni VIII), dando ai morti lo statuto di
martiri, ripreso dalla tradizione bizantina,
in cui l’imperatore Niceforo Phokas aveva chiesto al patriarca Polieucto di
far venerare i caduti nella lotta
contro i Musulmani. Polieucto aveva rifiutato, ma Leone IX ora, di sua sponte,
faceva martiri coloro che erano morti per difendere i cristiani d’Occidente.
Martiri, perché morti per il prossimo come Gesù.
Questa
prassi liturgico-pastorale ci spinge a fare una serie di considerazioni conclusive
sulla liberatio Ecclesiae vel Christianitatis. Anzitutto Leone fu il
papa che portò nell’ambito della Riforma la tradizione bellica antisaracena
del Papato, che ne enucleò il motivo soggiacente della defensio Christianitatis
e che per esso legittimò anche guerre
contro nemici interni: appunto i Normanni. Inoltre, Leone inserì nella sua
teologia l’idea del valore salvifico della guerra, riprendendola dai Predecessori,
ma facendo del martirio dei soldati, almeno in alcuni casi, una garanzia di
santificazione. Peraltro, Leone IX conservò molte remore, anche per la pressione
dell’ambiente circostante, e se segnò un precedente nel non combattere di
persona, lo disattese coi Normanni. Con lui essi ormai sono assurti allo status
di Hostes Dei, per la lotta contro i quali
viene addirittura aggiornata un’antica teologia. Su questa scia si mossero
i suoi successori, ma con risultati ancor più scarsi.
Vittore II (1055-1057), che come abbiamo visto era
stato cancelliere di Enrico III, e in questa veste aveva osteggiato le richieste
di aiuto di Leone IX contro i Normanni, una volta eletto papa per designazione
imperiale, si dovette render conto della reale minaccia che quel popolo costituiva
per lo Stato Pontificio, e riprese il progetto del predecessore, recandosi
persino anche lui in Germania per chiedere soccorso (autunno 1056). Qui le
traversie della politica interna tedesca, segnata dalla morte dell’imperatore,
lo distolsero dal suo piano, e lo concentrarono sui problemi dinastici, volendo
egli favorire la successione di Enrico IV (1056-1106). Pertanto, forse prima
ancora di tornare in Italia, intavolò trattative coi Normanni per una pace
provvisoria, e nel contempo strinse una serie di alleanze con vecchi nemici
di Enrico III (come Goffredo di Lorena, 1040ca-1096) per garantire la pace
della Penisola, e sempre facendo procedere l’impegno politico di pari passo
con quello della riforma
[21]
.
Sulla falsariga di Vittore e Leone, Stefano IX (1057-1058)
[22]
, nella primavera del 1058,
riprese il progetto della spedizione antinormanna, da finanziarsi col tesoro
di Montecassino, di cui il papa, quand’era ancora Federico Gozelone dei Duchi
di Lorena, era stato abate, e che ora diventava il perno di un fronte contro
gli invasori del nord in cui dovevano entrare il fratello di Stefano, Goffredo,
a cui presumibilmente sarebbe andata la corona imperiale a dispetto degli
Svevi, e Isacco I Comneno (1057-1059). Era un grande progetto, in cui la tradizionale
politica papale contro i barbari si fondeva con quella della Casa di Lorena,
senza mai separarsi dallo sforzo riformatore. E nel solco bellico già tracciato
dal riformismo papale si inseriva, per tracciare la strada della nuova impresa,
la già lunga esperienza antinormanna di Montecassino, cristallizzatasi già
in un ampio ciclo agiografico
[23]
. Il progetto aveva dunque
una duplice matrice religiosa: papale e monastica. Ma la morte del papa lo
troncò senza appello, aprendo la strada ad una esperienza radicalmente nuova.
Questa fu l’inedita alleanza che Niccolò II (1058-1061),
Gérard de Tarants della Casa di Borgogna, su consiglio di Desiderio di Montecassino
– poi Vittore III - e dell’arcidiacono Ildebrando – poi Gregorio VII - strinse con Riccardo
d’Aversa e Roberto il Guiscardo (1015ca – 1085), infeudandoli rispettivamente
di Capua e del duplice ducato apulo-calabro nel corso del Sinodo riformatore
di Melfi (23 agosto 1059). Anche in questo caso la svolta era stata preconizzata
a Montecassino, riavvicinatasi ai Normanni per opera del nuovo abate, e non
ebbe alla radice novità ideologiche di rilievo: dal giuramento di fedeltà
dei neo-vassalli si evince che essi avrebbero difeso le regalia B. Petri
e la sicurezza del Papato
[24]
. Ossia erano pronti a a fare
la guerra per i diritti temporali della Chiesa e per proteggerla: nihil
sub sole novum, visto che la difesa in armi della Santa Sede era da secoli
prerogativa del potere temporale e periodicamente richiesta dalla Curia, mentre
la difesa della sovranità temporale aveva spinto alla guerra tutti i papi
più recenti. Ma la svolta stava nel farsi amici quei Normanni che, demonizzati
fino a poco prima, ora diventavano il perno della rivoluzione delle relazioni
internazionali del papato. Il genio politico di Ildebrando appare evidente:
testimone dei fallimenti di Leone e dei suoi successori, consapevole della
necessità dei Normanni di trovare un riconoscimento alle loro conquiste, conscio
dell’ineluttabilità dello scontro con l’Impero per rendere stabile la Riforma,
l’arcidiacono capì che, in una gerarchia di nemici, i Normanni lo erano meno
della Corte imperiale. Egli partì dal presupposto che la Chiesa aveva bisogno
di un supporto militare per la sua politica di riforma: in un’epoca in cui
l’ordinamento religioso si mescola con il sistema politico, che lo tutela,
chi voleva ristrutturare il primo doveva usare strumenti propri del secondo.
Peraltro Ildebrando era pervaso dalla convinzione escatologica che la battaglia
tra Bene e Male iniziasse anche in questo mondo, e che la Chiesa, regno del
Bene, dovesse attivamente combattere contro satana anche in campo temporale.
Da queste considerazioni generali, che furono di tutta una generazione di
ecclesiastici di ferro, discesero le intuizioni politiche dell’arcidiacono.
Capì che l’infeudamento da parte della Chiesa della Puglia e della Calabria
avrebbe segnato il pieno riconoscimento della sovranità papale su quelle terre,
perché concessa a chi già le possedeva, ma senza alcun titolo. Credette di
poter imbrigliare la forza barbarica dei conquistatori addolcendoli verso
i sudditi – cosa che avvenne anche per l’accordo con la Chiesa, ma che i Normanni
avrebbero fatto in ogni caso. Ma soprattutto pensò di aver stabilmente legato
la loro forza militare alla Santa Sede. In quest’ultima cosa sarebbe però
stato smentito. Tuttavia gli altri vantaggi arrivarono subito: con la presa
di Galeria (1059), i Normanni posero
termine allo scisma di Benedetto X (1058-1059)
[25]
, Giovanni Mincio dei Conti
di Tuscolo, eletto abusivamente alla morte di Stefano IX ed esponente dei
circoli ecclesiastici legati all’aristocrazia romana. Molto probabilmente
fu discussa già a Melfi l’invasione della Sicilia da parte dei Normanni
[26]
, che iniziò qualche anno dopo:
era l’ennesima guerra contro i Saraceni, che il Papato riformatore mutuava
dalla tradizione precedente, ma questa volta combattuta dai vecchi nemici
contro quelli di sempre. Gli interessi dinastici degli Altavilla e quelli
riformatori del Papato si saldavano nel quadro della riscossa antimusulmana
[27]
.
Fu Alessandro II (1061-1073),
Anselmo dei conti di Baggio, il grande papa a cui spetta la responsabilità
di aver avviato l’uso in grande stile dello strumento militare in stretta
connessione con le esigenze della Riforma
[28]
. E continuò a servirsi anche degli Altavilla a tale scopo.
La guerra di Sicilia dei Normanni
[29]
fu esplicitamente benedetta
da Alessandro. Per essa, dopo la battaglia di Cerami (1063), la Curia ricevette
dai Normanni un pingue bottino, e – con una commistione tutta medievale di
tempi e modi – il papa ricambiò con l’assoluzione e con un vessillo, segno
di approvazione e sacralizzazione del conflitto. La lettera di accompagnamento
non ci è giunta, ma è la descrizione della battaglia fatta nelle fonti normanne
che ci interessa, e che anticipa concetti propri della Crociata in forma miracolosa,
trascrivendo con un registro espressivo immaginifico idee e valori presenti
anche nella Santa Sede, in una forma ben più consapevole. Per la prima volta
appare San Giorgio, futuro protettore dei crociati, e ha armi scintillanti,
un bianco destriero, un vessillo candido, e una croce splendente su di esso:
è il patrocinio celeste ad acta. Le armi scintillanti dei Santi sono
la promessa di una sicura vittoria; il vessillo, con la Croce, anticipa quella
crucesignatio che accompagnerà la vestizione di ciascun crociato, e
che ben si accorda al gonfalone inviato dal papa; l’apparizione della Croce
sulla lancia di Ruggero è appunto una prima crucesignatio, fatta da
Dio stesso, su un miles Christi.
In merito poi ai temi e ai contenuti del documento
scomparso di papa Alessandro II, essi, almeno nei presupposti, per ovvie ragioni
di buon senso, non dovevano essere molto diversi dall’ideologia guerriera
emersa dalle fonti di storia normanna del periodo. In esse leggiamo che la
decisione di passare lo Stretto di Messina fu presa per ragioni religiose,
volendo restaurare nell’isola l’antico dominio cristiano e lo splendore del
culto cattolico; esse inoltre attestano che non vi era un intento proselitistico,
ma tuttavia i soldati si confessavano e comunicavano prima della battaglia,
i condottieri li arringavano anche mediante argomenti religiosi, e le loro
conquiste erano santificate dalle erezioni di chiese, dalle celebrazioni di
messe e dall’offerta delle primizie del bottino alla Chiesa (come Abramo con
Melchisedek)
[30]
. Anche ammettendo che buona
parte delle trovate dei cronisti siano amplificazioni agiografiche in cui
gli elementi negativi o neutri siano sotto silenzio – come l’uso di cavalieri
saraceni a cui era proibito di farsi cristiani
[31]
- nessuno può dubitare che
questa fosse l’ispirazione ufficiale del conflitto, alla quale si tentava
di uniformare uomini e cose, e che ovviamente era condivisa dalla Curia, se
non suggerita.
Del resto Alessandro II conferì il suo vessillo anche
a Guglielmo il Conquistatore (1066)
[32]
: segno che egli legava le
fortune dei Normanni alle sorti della Riforma ovunque in Europa. I cavalieri
del Nord erano diventati in molti casi il braccio secolare della Chiesa.
Con l’avvento al trono di Pietro di Ildebrando da Soana
[33]
, lo sforzo riformatore del
Papato raggiunse il suo culmine, e con esso l’impegno profuso nel patrocinare
conflitti che favorissero la causa della Chiesa. La disinvoltura con cui questo
pontefice promosse l’uso delle armi lascia supporre che egli avvertisse già
in se stesso, in quanto monaco, una contiguità tra lo stato religioso e quello
militare, quasi che la lotta fisica materializzasse quella spirituale, e che
l’ascetismo si convertisse nella battaglia contro i malvagi. Il suo misticismo
poi è un’ottima chiave di lettura per svariate sue imprese, politicamente
azzardate ed altresì incomprensibili: pervaso dalla convinzione della funzione
sovrana del Papato, non esitò a credere di poter sortire sempre e comunque
la vittoria.
Queste note caratteriali, tutt’altro che superflue,
hanno contribuito molto ad orientare la sua politica militare – che altro
non è che un aspetto della sua politica religiosa – ma anche a farla fallire,
in quanto il papa non seppe entrare in sintonia con l’opinione pubblica, spesso
confusa dalla rigidità del suo pensiero e dalla contraddittorietà delle sue
azioni. In relazione ai Normanni, egli – che pure era stato l’artefice della
loro alleanza con Roma – sperimentò tutte le opzioni politiche: li combattè
ostinatamente, quando capì che la Chiesa non traeva nessun vantaggio dall’alleanza,
ma ci perdeva; li chiamò in suo aiuto, quando si fidò o quando non ebbe nessun
altro; li mobilitò per le sue imprese, cercando di far coincidere l’utile
della Chiesa con il loro; li appoggiò quando presero iniziative consone al
suo sentire. Ma la cosa più stupefacente di tutte è che riuscì a fare molte
di queste cose contemporaneamente.
Le linee portanti della teologia bellica di Gregorio
VII sono quelle della teologia dell’auxilium, pronta a piegarsi agli
usi più disparati. Per esempio, sin dall’inizio del suo pontificato, egli
la utilizzò per la difesa della signoria temporale della Chiesa, non discostandosi
in questo dai predecessori. Anzi, considerando che egli mosse guerra a Roberto
il Guiscardo nel 1074 perché non gli aveva rinnovato il giuramento feudale
e perché minacciava lo Stato della Chiesa, dobbiamo costatare che era pronto
ad usare della guerra in modo assai spregiudicato per un riformatore. In ogni
caso, dopo aver scomunicato Roberto nel Sinodo quaresimale di quell’anno,
annodò una coalizione con Gisulfo di Salerno, Matilde di Toscana, Goffredo
di Lorena e Guglielmo di Borgogna
[34]
. A questi si rivolse con la
stessa lettera adoperata per invitarlo alla Crociata. Infatti Gregorio ne
caldeggiò un progetto ante litteram
[35]
, che si mescola con la strafexpedition antinormanna da lui voluta.
Il piano prese corpo già dal 2 febbraio del 1074, quando il pontefice
scrisse a Guglielmo conte di Borgogna
[36]
, invocando il suo aiuto contro
i Normanni e proponendogli, una volta che i nemici fossero stati intimoriti
a sufficienza, di passare il mare per andare a soccorrere i cristiani d’Oriente.
Sicuramente un simile piano aveva più possibilità di successo presso
i fedeli di una guerra contro altri cristiani, i Normanni, come il papa ben
sapeva. Considerati gli scopi della campagna, non stupisce che il papa facesse
leva sull’etica feudale, ma la valenza religiosa che egli attribuiva all’impresa
è indiscussa, come pure l’ampia interpretazione del concetto di difesa:
“Neque enim se condecet oblivisci
promissionis qua Deo se…obligavit ut, quacumque hora necesse fuisset, vestra
manus ad dimicandum pro defensione rerum Sancti Petri non deesset,
si quidam requisita fuisset. Unde, memores nobilitatis vestrae fidei, rogamus
et admonemus strenuitatis vestrae prudentiam praeparetis vestrae militiae
fortitudinem ad succurrendum Romanae Ecclesiae, libertati scilicet
si necesse fuerit, veniatis huc cum exercitu vestro in servitio Sancti
Petri..
[37]
”
Per tale concezione, si sentì in dovere di partecipare
lui stesso alla spedizione. Ma l’esito fu fallimentare, per lo sfilacciarsi
della coalizione da lui voluta. Ed è proprio nella rampogna inviata a Goffredo
(26 aprile 1074)
[38]
, il quale aveva mancato ai
suoi doveri, che noi vediamo come, nella mente di Gregorio, la fedeltà politica
e religiosa sono la stessa cosa:
“Ubi est auxilium quod pollicebaris? Ubi milites quos ad honorem
et subsidium Sancti Petri te ducturum nobis promisisti
[39]
?”
In ogni caso, quando le controversie con i Normanni
si riaprirono, a causa del loro espansionismo, Gregorio VII non riprese più
l’idea del conflitto, ma si limitò a scomunicare coloro che usurpavano i beni
temporali della Chiesa nei Sinodi quaresimali del 1078 e del 1080
[40]
. Lo stesso anno concluse con
loro il Trattato di Ceprano.
Nonostante poi i suoi contrasti con i Normanni, non
mancò di sostenere la loro guerra in Sicilia, accordando nuovamente l’assoluzione
ai militari, purchè compissero la penitenza prescritta
[41]
. Probabilmente si riferiva
al proposito di emendarsi, in quanto se avesse voluto conservare la penitenza
canonica, avrebbe di fatto squalificato la guerra contro i Saraceni, a dispetto
dei suoi predecessori. Invece egli ne aveva una grande considerazione.
Peraltro, egli interpretava in senso lato il suo dovere
di difesa dei cristiani, e come riteneva l’opposizione alla Riforma religiosa
una forma di dispotismo nei confronti dei fedeli, così era pronto ad intervenire
dove coloro che avevano chiesto la sua collaborazione erano minacciati. Infatti,
dopo aver scomunicato Niceforo III Botaniate (1078-1081), che aveva deposto
Michele VII,
“qui auxilium Beati Petri,
necnon filii nostri gloriosissimi ducis Roberti flagitaturus Italiam petiit
[42]
,”
il papa progettò di far intervenire i Normanni per
restaurarlo sul trono, e definendo esplicitamente questa impresa un auxilium,
dovuto all’ex-imperatore per solidarietà dagli altri fideles B. Petri:
“A fidelibus Beati Petri subveniendum
sibi fore putavimus..ut milites auxiliatores, recta fide, non dissimilibus
animis ire constanter in adiutorium et defensionem prefati imperatoris
debeant, apostolica auctoritate praecipimus quatenus illi qui militiam ipsius
intrare statuerint, in contrariam partem proditoria tergiversatione transire
non audeant
[43]
.”
Una simile
impresa, che evidentemente egli considerava prodromo di una ripresa dei piani
crociati, era ai suoi occhi altamente meritoria, per cui ordinava ai vescovi
pugliesi e calabresi quanto segue:
“Ut vestrum officium exigit,
moneatis condigna poenitentiam agere, et rectam fidem, sicut decet Christianos,
circa illos servare, in omnibus actibus suis timorem Dei et amorem prae oculis
habere, et in bonis operibus perseverare; sicque illos fulti nostrae auctoritate,
imo Beati Petri protestate, a peccatis absolvite
[44]
.”
Probabilmente il papa scomunicò anche Alessio I, non
appena questi eliminò il Botaniate
[45]
.
In relazione invece alla lotta tra Enrico IV e Rodolfo
di Reinhfelden in Germania il papa promosse una pacificazione generale della
nei due sinodi del 1078, stabilendo di inviarvi dei legati che tenessero un
arbitrato sui due contendenti al trono. E proprio nel Sinodo quaresimale compare
un’idea che ha tanto fatto discutere:
“Vinculo eum anathematis alligamus
et non solum in spiritu verum etiam et in corpore et omni prosperitate huius
vite apostolica potestate innodamus et victoriam eis in armis auferimus, ut
sic saltim confundantur et duplici confusione et contritione conterantur
[46]
.”
La pretesa di poter disporre della vittoria e della
sconfitta peraltro è espressa nello stessa occasione in cui furono scomunicati
i Normanni per la seconda volta. Evidentemente il papa pensava di poter fare
a meno di ogni sostegno temporale. E’ dunque erronea l’idea di un Gregorio
VII che si aspetta la vittoria dalla spada del Guiscardo: piuttosto è lui,
con la sua nobile causa, che crede di potergliela conferire.
Fu anche piuttosto a malincuore che egli si rassegnò
a chiedere l’aiuto dei suoi irrequieti vassalli contro Enrico IV e Clemente
III (1080-1099). Furono loro a disperdere le truppe imperiali presso Roma
una prima volta nel 1084. Quando poi Clemente III ci entrò corrompendo la
guarnigione, ancora a Roberto – in guerra nei Balcani in nome della Chiesa
ma nel suo interesse – Gregorio dovette chiedere aiuto. Ma essi, una volta
espugnata Roma, si abbandonarono ad uno di quei saccheggi che Leone IX aveva
tanto deprecato. I romani insorsero e scacciarono il pontefice e i suoi fautori,
cedendo la Santa Sede a Clemente. Gregorio morì in esilio. Non è certo questa
la sede per valutarne l’operato, ma la sua politica, sebbene avesse individuato
gli aspetti ambigui del comportamento normanno, ligi alla Chiesa solo finchè
convenisse, e avesse cercato di porvi rimedio, aveva peccato di troppa esuberanza.
Più profeta che politico, Gregorio fu troppo contraddittorio contro i Normanni.
E nell’immediato ci perse più di loro.
Toccò ai successori agire in modo da non disperdere
l’eredità religiosa di Gregorio, correggendone gli errori tattici. Già Vittore
III (1086-1087) incarnò, nel suo breve papato, questo nuovo equilibrio
[47]
. Eletto dopo una lunga vacanza
del Soglio per le pressioni di Giordano da Capua, principe normanno, era senz’altro
il più qualificato esponente della factio favorevole agli Altavilla. Fu grazie
a loro che potè risiedere a Roma per tre distinti intervalli di tempo.
Urbano II (1088-1099)
[48]
, senza dubbio la mente più
lungimirante del Papato dell’epoca, ricalcò saggiamente queste orme. Mise
il suo primo grande sinodo riformatore (1089) sotto la protezione normanna,
a Melfi. Grazie anche ai suoi vassalli, potè alla fine tornare a Roma, dopo
alterne vicende.
Urbano II patrocinò la Riconquista della Sicilia
[49]
da parte dei Normanni. Essa,
con Crociata e Reconquista, costituisce un trittico antimusulmano di
rara potenza storica. La guerra normanna per la liberazione della Sicilia
è assai vicina – anzi è pressochè identica – da un punto di vista ideologico
alla restitutio ispanica, quella della Reconquista,
ed è essa stessa una restitutio sicula. Simile è la situazione politica:
anche i Normanni, come molti re spagnoli, sono vassalli della Chiesa, e ricevono
da tale condizione una legittimazione giuridica del loro espansionismo; simile
il contesto concettuale: anche qui i sovrani svolgono una funzione indispensabile
nell’azione bellica, e sopravvive in loro il modello della teocrazia regia
altomedievale – anzi qui sopravvisse ancora più a lungo, perché la Riconquista
della Sicilia – allargatasi in imprese belliche africane - trovò nella politica
degli Altavilla ragioni più che sufficienti per arrivare in porto, senza temere
la concorrenza di altri richiami guerrieri indulgenziati, magari palestinesi;
tanto più che la Sicilia fu liberata completamente molto prima della Spagna.
Dunque il conte viene inserito nel sistema ierocratico urbaniano, ma con delle
concessioni ancor più cospicue, come la Monarchia Sicula, mentre tuttavia
il processo di latinizzazione liturgico-canonica non verrà osteggiato dai
Normanni, come invece si era tentato di fare in Spagna. Vediamo dunque qualche
testimonianza documentaria significativa:
“Universis fere per orbem Christianorum
populis notum esse credimus Siciliae insulam, multis quondam et nobilibus
illustratam Ecclesiis opibusque
et populo copiosam, multorum quae religione effulsisse virorum, et
quarundam sanctissimarum martyrum et virginum claruisse martyrio. Verum, peccatis
exigentibus, tanta species rerum tantaque probitas morum ad nihilum subito
redacta est; effera etenim Saracenorum gens, praefatam insulam ingressam,
quoscumque ibi Christianae fidei cultores reperit alios
gladio peremit, quondam esilio deputavit, plures miserabili servituti oppressit,
sicque Christiana religio per ccc fere annos a Dei sui cultura cessavit. Dominator
autem rerum omnium Deus, cuius sapientia et fortitudo, quando vult, regnum
transfert, et mutat tempora, quemadmodum ex Occidentis partibus militem Rogerium,
scilicet virum et consilio optimum et bello strenuissimum, ad eandem insulam
transtulit, qui multo labore, frequentis praeliis, et crebris suorum militum
caede et sanguinis effusione regionem praedictam a servituti gentilium
opitulante Domino liberavit
[50]
.”
Con questa descrizione della mutevole sorte della Cristianità
siciliana, passata dalla liberazione alla servitù e poi di nuovo alla libertà,
Urbano II – in questa lettera scritta il 1 dicembre 1093 per la ricostituzione
della Chiesa di Siracusa – mostra chiaramente di assimilare le guerra di Ruggero
I a quelle dei Giudici: il papa descrive sempre e solo le sorti di questa
parte dell’Orbe cristiano, per far poi risaltare le imprese di quei principi
che, suscitati direttamente da Dio, in quella specifica regione, ponevano
mano alla spada per liberare il popolo dei fedeli; esattamente come gli antichi
Giudici, essi liberavano solo una parte della comunità. E’ sempre sulla falsariga
della Restitutio che va intesa la ricostituzione dell’arcidiocesi di
Siracusa, e del resto il pontefice si adeguerà ancora in Sicilia e nel Mezzogiorno
ai criteri adoperati in Spagna, quando per esempio concederà alla Sede di
Salerno ampi diritti metropolitani per rispetto del duca Ruggero e dell’Apostolo
Matteo, sepolto nella città, con un gesto che ricorda quello del Privilegium
a Compostela
[51]
, e che ben si può ricondurre
alla sua teologia bellica - sebbene nella zona non vi fossero guerre contro
i Saraceni - per la stretta e sempre operante alleanza tra il Papato e i Normanni
[52]
.
Analogamente,
nella Lettera per l’istituzione della Monarchia sicula (1098), riaffiora il
motivo dell’interconnessione tra espansione politica e religiosa, e si riafferma
– come dicevo - il nuovo statuto del re sacerdote, inserito nella ierocrazia
ecclesiastica gregoriana
[53]
.
In relazione all’Oriente, Urbano seppe utilizzare i Normanni,
senza farsene strumentalizzare. Inviò appena eletto una legazione sul Bosforo, per
mezzo della quale assolse il Βασιλέυς
Alessio dalla scomunica di Gregorio, chiese conto della discriminazione dei
fedeli di rito latino e domandò che il suo nome fosse scritto nei dittici.
Questa apertura urbaniana aveva del tempismo, in quanto la situazione politica
orientale aveva preso una piega che avrebbe potuto escludere il Papato dal
gioco diplomatico. Questo, con Gregorio VII, aveva dato copertura all’espansionismo
di Roberto il Guiscardo in Epiro, Macedonia e Tessaglia. Ma Alessio I, alleandosi
con la Serenissima, aveva riacquistato il primato sul mare e – nonostante
la sconfitta patita a Durazzo nell’ottobre 1089 – si era definitivamente sbarazzato
del nemico, dapprima fomentando rivolte nel Mezzogiorno (così da costringere
il Guiscardo a tornare in patria, lasciando il figlio Boemondo alla testa
degli eserciti d’oltremare), poi sconfiggendone – sempre con l’aiuto di Venezia
– le truppe, e in ultimo apprendendo con soddisfazione la notizia della morte
di Roberto, alla vigilia di una ripresa in grande stile dell’offensiva antibizantina
(1085)
[54]
. Il
Comneno, per resistere ai Normanni, aveva peraltro dovuto accettare l’occupazione
di tutta l’Asia Minore da parte del sultano di Al-Rūm (Iconio), Sulaimān
I (1077/78-1086), concedendogli retroattivamente il territorio conquistato
come ad un federato dell’Impero. Questa débacle era stata praticamente
favorita dall’alleanza tra Roma e il Guiscardo, e costituiva una clamorosa
smentita dei progetti crociati che Gregorio VII aveva caldeggiato. Dopo la
sconfitta dei Normanni, dunque, il Papato aveva perso in Oriente tutta la
sua credibilità – e i suoi margini di manovra - e se Bisanzio si fosse potuta
accingere alla riscossa contro i Turchi senza ulteriori problemi, la frattura
politica difficilmente si sarebbe potuta ricomporre. Ma dal 1086 al 1091 la
situazione si complicò, in quanto uno dei successori di Sulaimān, Tsacha,
emiro di Smirne, annodò una coalizione con i Peceneghi contro l’Impero, che
raggiunse il suo apice con l’assedio della capitale tra il 1090 e il 1091.
In questo contesto cadde l’ambasceria urbaniana: desideroso di ampliare la
sua obbedienza contro l’antipapa Clemente III (1080-1100) e di rinforzare
la sua posizione contro Enrico IV (1056-1106), ma anche convinto assertore
dell’unità ecclesiale, il nuovo pontefice tendeva la mano all’Impero in difficoltà,
facendo così dimenticare i pur recenti trascorsi e allontanandosi dall’ingombrante
politica dei Normanni, in quei frangenti lacerati da discordie interne.
Da qui prese il via quella poltica di aiuti che culminò nella Crociata,
a cui i Normanni parteciparono massicciamente.
E’ tuttavia un dato di fatto
che Urbano II non si fece nemmeno strumentalizzare dai Bizantini in chiave
antinormanna: nell’estate del 1089, si recò nel Mezzogiorno, tenne il già
menzionato Concilio di Melfi, infeudò la Puglia al duca Ruggero (ledendo,
per inciso, le rivendicazioni di Bisanzio, con un gesto sul quale il Bosforo
non avrebbe sorvolato, se non fosse stato tanto in difficoltà) e fece concludere
una Pace di Dio – peraltro più che necessaria per i torbidi che travagliavano
il Mezzogiorno. Più che preludere ad un aiuto a Bisanzio, essa serviva a rinsaldare
lo Stato; Urbano, consapevole del ruolo della Chiesa nella proclamazione di
queste Paci proprio in frangenti di debolezza del potere statale (era pur
sempre un francese, e le paces Dei erano nate nel suo paese, proprio
in situazioni simili), svolgeva un compito pastorale pressoché ordinario ai
suoi tempi, a cui avrebbe adempiuto anche altre volte, e proprio in territorio
normanno (nel Sinodo di Troia, ad esempio, nel 1093). Se proprio avesse voluto
preludere a qualche conflitto esterno, questa Pace avrebbe al massimo riguardato
la conquista della Sicilia, a cui il pontefice guardò sempre con interesse,
non lesinando espressioni di elogio ai guerrieri normanni
[55]
. D’altro canto, Urbano II
visitò in autunno inoltrato proprio la Sicilia, dove incontrò il conte Ruggero,
a cui presumibilmente chiese un parere sulle relazioni che aveva allacciato
con Bisanzio. Un gesto significativo, ma non necessariamente nel senso di
un orientamento filobizantino che il papa volesse imprimere alla politica
normanna – alla quale non so peraltro, qualora essa lo avesse assecondato
in un simile proposito, quale contropartita avrebbe potuto offrire
[56]
. Infatti, con la Crociata,
egli stemperò l’influenza militare che gli Altavilla avevano sulla Chiesa
nel quadro di una grosse koalition
da lui stesso annodata tra gli aristocratici d’Europa.
I suoi successori cercarono
di mantenere questo equilibrio, con alterni successi. Fino a quando proseguì
la Lotta per le Investiture, le sorti del Papato e degli Altavilla furono
sostanzialmente unite in modo indissolubile. Per esempio Pasquale II (1099-1118)
[57]
si avvalse del loro aiuto
finanziario per comprare i fautori di Clemente III e sloggiarli dai dintorni
di Roma. Il loro aiuto fu fondamentale per custodire gli antipapi Teoderico
(1100-1101) e Alberto (1101), succeduti a Clemente e rapidamente neutralizzati
da Pasquale. Godette inoltre del loro appoggio nel contrasto con Enrico V
(1106-1125), e si rifugiò a Benevento, praticamente sotto la protezione normanna, quando l’imperatore scese
a Roma nel 1117. Tuttavia fu incapace di mantenere una giusta distanza dagli
interessi degli Altavilla, come dimostra l’incauto appoggio, a lui estorto
con l’inganno, concesso alla spedizione antibizantina di Boemondo I (1052
ca - 1111), presentata come una crociata
[58]
. Gelasio II (1118-1119) e
Callisto II (1119-1124), nelle movimentate circostanze del loro pontificato,
si avvalsero poco della collaborazione normanna, e non poterono controllare
ciò che accadeva nel Mezzogiorno. La formazione di un forte regno nel Sud
non era nei progetti della Curia, ma questa non potè impedirlo. L’alleanza
tra il Papato e i Normanni si rivelò quindi in ultima analisi più proficua
per questi ultimi: rafforzati dalla monarchia sicula, sostenuti contro i nemici
comuni, incoraggiati in avventure imperialistiche, essi alla fine realizzarono
quel sinecismo del Mezzogiorno che era sicuramente l’esatto contrario di quell’egemonia
che la Curia avrebbe voluto esercitarvi. E così Onorio II (1124-1130) dovette,
dopo una sfortunata guerricciola, rassegnarsi a riconoscere l’unificazione
delle corone sicula e apula nella persona di Ruggero II (1095-1154), in cambio
del giuramento di fedeltà
[59]
.
Tuttavia la Curia aveva potuto
contare su una milizia sostanzialmente sempre disponibile, di indubbio valore
e di provato coraggio. Aveva sperimentato una strada propria per la sicurezza
militare, sganciandosi dalla tradizionale collaborazione con l’Impero.Aveva
esteso la propria signoria feudale a tutto il Sud, escludendo da questa sfera
d’influenza la Germania. Aveva arruolato sotto le bandiere della fede nugoli
di cavalieri in missioni militari
di grande prestigio, terminate di solito con grandi successi. Aveva ricacciato
l’influenza bizantina oltre il Canale d’Otranto, e i musulmani oltre quello
di Sicilia. Possiamo dunque dire che l’alleanza fu proficua, anche se un po’
meno, anche per la Chiesa, specie negli aspetti meno caduchi della sua politica,
perché legati agli aspetti spirituali della sua missione: la Riforma, la Lotta
per le Investiture, la Crociata e il contenimento dell’Islam, l’espansione
del rito latino.
[1]
Su papa Sergio
IV si vedano le voci dei dizionari specializzati, in particolare dell’Enciclopedia
dei Papi, a cura dell’Istituto dell’Enciclopedia Treccani,
voll. I-III, Roma 2000, vol. II, s.v., con una ricca bibliografia; KELLY,
Grande Dizionario Illustrato dei Papi, Casale Monferrato 1989, pp.
376-377, con una bibliografia più sommaria; cfr. anche SEPPELT F.X., Geschichte
der Päpste, München 1954-1959 (tit. it.: Storia dei Papi, Roma
1962-1964), II, 401 ss.
[2]
Per la storia meridionale e pugliese in particolare
– data la collocazione geografica delle vicende, cfr. P.CORSI, Ai confini dell’Impero, Bari 2002, pp.
129-178; G.MUSCA, Il secolo XI, in
AA.VV., Storia della Puglia, vol.
I – II, Bari 1979, I, pp. 221-236; entrambe hanno in appendice ricche bibliografie
ragionate.
[3] Cfr. su di lui K.J.HERMANN, Das Tuskulaner Papstum (1012-1046), Stuttgart 1973; KELLY, pp. 378-380; EP, II, s.v., con bibl.; SEPPELT II, 403-408.
[4]
Cfr. L.SITTLER
– P.STINZI, S.Léon IX, le pape alsacien, Colmar 1950; EP, s.v., con bibl.; KELLY, pp. 395-397; SEPPELT III, 12-31.
[5]
Per la teologia
della guerra di Leone che si va ad esporre cfr. V.SIBILIO, Le
parole della Prima Crociata, Lecce 2004, pp. 188-193; ID., La battaglia di Civitate e la formazione dell’idea di Crociata, in
Atti del XXV Convegno di Preistoria, Protostoria
e Storia della Daunia, San Severo, novembre 2003, in corso di stampa;
entrambe hanno bibl. nell’apparato erudito, che si riproduce in parte anche
in queste pagg.
[6]
Cfr. GUIBERTO, Vita Leonis IX, in J.M.WATTERICH,
Pontificum Romanorum vitae, I, Lipsia 1862, pp. 93-177, 731-738,
in partic. p. 134ss; Vita Leonis IX, in S.BORGIA, Memorie istoriche della Pontificia
Città di Benevento, II, Roma 1764,
pp.303ss.
[7]
Il movimento delle Paci di Dio è più antico del Papato
riformatore. Cfr. sull’argomento F. CARDINI, La guerra santa, in AA.VV., “Militia
Christi" e Crociata nei secc. XI-XII, Atti della XI settimana
internaz. di studio della Mendola, 28 ag.-1 sett. 1989, Milano 1992, pp. 387-402, in partic. p. 389; M.BALARD, Les Croisades,
Parigi 1988, pp.111-113. Il fenomeno,
attestato dal 975 col Concilio di Le Puy, voleva supplire alle carenze del
potere civile nelle Francia meridionale nel garantire la sicurezza e l’ordine.
Ai Concili – nei quali i presuli stabilivano l’obbligo di astenersi da violenze
di ogni tipo e, se necessario, di procedere contro gli inadempienti anche
con le armi, oltre che con le sanzioni spirituali – partecipavano numerose
folle, e nel corso del loro svolgimento, c’erano processioni di reliquie
patronali, spesso accompagnate da guarigioni. Spesso i fedeli acclamavano
la pace, e la ratifica dei decreti avveniva, da parte dei vescovi, innalzando
al cielo i pastorali. Cfr. sull’argomento i classici H.HOFFMANN, Gottesfriede
und Tregua Dei, Stoccarda 1964, e B.TÖPFER, Volk und Kirche zur zeit
der beginnenden Gottes friedensbewegung in Frankreich, Berlino 1957;
E.DELARUELLE, Paix de Dieu et Croisade dans la chrétienté du XIIe
siècle, in AA.VV., Paix de Dieu et guerre sainte en Languedoc au
XIIIe siècle, Tolosa 1969, pp. 51-71; G.DUBY, Les laïcs
et la paix de Dieu, in AA.VV., I laici nella « Societas Christiana »
dei secoli XI e XII – Atti della III Settimana Internazionale di Studio
della Mendola, 21-27 agosto 1965, Milano 1968, pp. 448-469.
[8]
JW I 530.
[9]
Cfr. S.TRAMONTANA, La monarchia normanna e sveva, in AA.VV., Storia
d’Italia, a cura di G.GALASSO, voll. I-XXIII, Torino 1979-1995, in part.
vol. III – Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, 1983, pp. 481-511, 511-518; R.MANSELLI, Roberto il Guiscardo
e il Papato, in AA.VV., “PGNS”, Bari 1973, pp. 167-187; M.FUIANO,
La battaglia di Civitate (1053), in ASP 3 (1949), pp. 124-133; E.PETRUCCI,
Rapporti di Leone IX con Costantinopoli, in “StudMed,” n.s., XIV
(1973) pp.735-831.
[10]
Ermanno di Reichenau per esempio addebitò proprio all’innaturale
presenza del papa alla testa di un esercito – peraltro composto da una marmaglia
a cui erano stati concessi benefici spirituali – la ragione della sconfitta,
vista come un castigo di Dio. Cfr. ERMANNO DI REICHENAU, Chronica,
ed. E.v. OFELE, in MGH SS V, p.132.
[11]
LEONE IX, Epistolae, in PL CXLIII, coll. 591- 800, in partic. 777-781.
[12]
PL CXLIII, 779 B-C-D.
[13]
1 Cor 9, 16b.
[14]
Qo 7,4.
[15]
PL CXLIII, 778 C-D.
[16]
PL CXLIII, 778 C.
[17]
Rom 13,3.
[18]
PL CXLIII, 778 D-779A
[19]
cfr. ERMANNO DI REICHENAU, Cronica cit., p.132.
[20]
Cfr. Vita Leonis, ed. A.PONCELET, in Vie et
miracles du Pape S.Léon, in AnBoll 25 (1906), pp. 258-296, in partic.
p. 286ss, 289ss, 294; GUIBERTO, Vita Leonis IX cit., p. 165; Vita
Leonis IX, in S.BORGIA, Memorie istoriche cit., pp. 324ss; BRUNO
DI SEGNI, Libellus de Symoniacis, ed. E.DÜMMLER e a., in MGH LibLit,
II pp. 546 – 562, in partic. 550ss; De episcopis Eichstetentibus,
c.37, ed. L.C.BETHMANN, MGH SS VII, Hannover 1846, pp. 254-267, in
partic. p. 265; BONIZONE DI SUTRI, Liber ad Amicum ed. E. DÜMMLER
cit., p.589, cfr. anche p .620.
[21]
Cfr. KELLY, pp. 398-399, con
bibl., e SEPPELT III, pp.32-35. Per le fonti delle relazioni normanno-pontificie
cfr. Chronica Monasterii Cassinensis, II, c.81, ed. G.H.PERTZ in
MGH SS VII, pp. 222- 730, in partic. p. 684 ss.; Annales Romani,
ed. G.H.PERTZ in MGH SS V, Lipsia 1985 (rist.; ed.or.: 1844), pp.
468- 480, in partic. p. 470.
[22]
Cfr. KELLY, pp. 400-401, con
bibl.; SEPPELT III, pp. 34-38.
[23]
Cfr. DESIDERIO DI MONTECASSINO,
Dialogi de miraculis Sancti Benedicti, II, c. 22, ed. A.HOFFMEISTER,
in MGH SS XXX/2, Lipsia 1976 (rist.; ed. or.: Hannover 1932), pp. 1111-1151,
in partic. p. 1128, e Chronica Monasterii Casinensis cit., II, c.75.
p. 681.
[24]
Il testo è in DEUSDEDIT, Collectio
canonum, III, c. 284s., (156s), ed. V.WOLF - V.GLANWELL, Paderborn 1905,
p.393; e III, c.288, (159), p. 395; nonchè nel Liber Censuum, ed.
P.FABRE-L.DUCHESNE, I, Parigi 1905, p.421, n. 162ss., e p. 93, n. 42.
[25]
Cfr. KELLY, pp. 402-406, con
bibl. su Niccolò II e Benedetto X; SEPPELT III, pp. 37-50; TRAMONTANA, La
monarchia normanna e sveva cit., pp. 496-500.
[26]
Fu lì che Roberto ricevette
pure il titolo di duca di Sicilia, da ottenersi in futuro con l’aiuto di
Dio e di San Pietro. L’intento bellicoso è pertanto fuori luogo, e chiaramente
inserito in una cornice spirituale. Sulla conquista della Sicilia cfr. sempre
TRAMONTANA, La monarchia normanna e sveva cit., pp. 519-528, con
bibl. alle pp. 779-781.
[27]
Per la politica
militare dei papi Vittore II, Stefano IX, Niccolò II e sull’impresa di Galeria
cfr. SIBILIO, Le parole cit., pp. 194; 194-195; 195.
[28]
Cfr.KELLY, pp. 407-409, con
bibl.; SEPPELT III, pp. 50-64; C.VIOLANTE, s.v., in DBI II, Roma
1960, pp. 176-183, con ulteriore bibl. La teologia bellica di Alessandro,
per tutti i casi a cui si farà riferimento, è trattata in SIBILIO, Le parole cit., pp. 195-197; 198-201, con bibl. nell’apparato erudito.