Saggi

 

 

I NORMANNI E IL PAPATO.

STRATEGIE POLITICHE E RELIGIOSE DELLA SANTA SEDE VERSO GLI "UOMINI DEL NORD."

 

di Vito Sibilio

 

 

Il rapporto tra i Normanni e la Santa Sede è uno dei punti qualificanti della politica dell’Europa dell’XI secolo. Anche grazie a questa relazione ora amichevole e ora ostile, gli Uomini del Nord riuscirono ad avviare e a realizzare il sinecismo del Meridione, a dispetto dello stesso Papato, con una determinazione negli obiettivi e una flessibilità dei metodi che fanno degli Altavilla una genìa di politici tra i più brillanti dell’epoca, abili, energici, coraggiosi, prudenti ed esperti.

Il Papato fu di fatto inferiore nei risultati, riuscendo solo in parte nell’obiettivo di sfruttarli per i propri scopi. Del resto, la Curia modificò diverse volte il suo atteggiamento nei loro confronti, e lo subordinò ora alle relazioni più impegnative con le maggiori potenze dell’epoca, ora addirittura alle proprie strategie religiose, cercando a volte di inserirli e a volte di estrometterli dai propri disegni universalistici. E questo perché la Chiesa è anche, ma non solo, una potenza temporale, che necessariamente deve comparare i propri obiettivi politici alle sue irrinunciabili prospettive religiose. Possiamo individuare tre fasi della politica papale nei confronti dei Normanni:

1.      Una fase in cui, sottovalutando la portata del fenomeno, la Curia romana si serve dei Normanni come mercenari contro i Bizantini;

2.      Una in cui i Papi si oppongono all’espansionismo normanno, avendone paventato la pericolosità;

3.      Una in cui inaugurano una collaborazione più o meno stabile, anche se non priva di qualche contrasto.

Quando i mercenari normanni si affacciarono alla ribalta della politica italiana, i loro compatrioti da più di un secolo si erano lanciati, nell’ambito dell’ultimo scaglione delle Invasioni barbariche, all’assalto dell’Europa cristiana e del Mediterraneo: a Lindisfarne, nello scozzese regno di Alba, erano arrivati nel 793; a Dublino nell’839; nelle Fiandre nell’841; in Francia nell’843; a Oviedo nell’827; a Lisbona e Cadice nell’844; già dall’820 avevano toccato le sponde del Lago Ladoga, e avevano attraversato tutto quello che sarebbe stato il Granducato di Kiev nell’895, toccando Costantinopoli nell’866. La formazione del Ducato di Normandia da parte di Rollone aveva manifestato la drammatica impotenza del risorto Impero d’Occidente, destinato – come il primo nel 476 -  a cadere, ma ancora più in fretta, per opera dei barbari. Le scorribande dello stesso Rollone, unite a quelle degli Ungari e degli Arabi, avevano reso irreversibile la crisi dello Stato, e costretto Carlo III il Grosso all’abdicazione nell’888. Rurik aveva fondato la Rus’ di Kiev, destinata ad un grande successo; i suoi mercenari avevano toccato il Corno d’Oro ancora nel 909 e nel 941. Persino gli Arabi avevano dovuto subire, e nel Mediterraneo i Vikinghi avevano toccato le Baleari già nel 798, e poi le coste della Catalogna settentrionale dall’859 all’861, spingendosi sino a Narbona e Marsiglia. Questi precedenti avrebbero dovuto dissuadere i tre potentati che, involontariamente, fecero la fortuna dei Normanni in Italia: Bisanzio, il Papato e l’Impero Germanico. Invece costoro, un po’ per difetto di conoscenza storica – specie in Occidente – un po’ per diffidenza reciproca, un po’ per la mentalità presuntuosa che impediva loro di vedere oltre i confini della loro autorità ecumenica, credettero di poter impunemente inserire i Normanni nel balletto della loro politica di eterni contrasti e continue riappacificazioni, senza intuire che i barbari li avrebbero giocati.

Fu proprio la Santa Sede a dare l’avvio al processo che li inserì nella politica italiana. Il problema di fondo era, per essa, la minaccia bizantina. Nella galassia di staterelli che si dividevano il Mezzogiorno (Principati di Capua, Benevento e Salerno, più la Contea di Aversa, ultimi avanzi del dominio longobardo; le repubbliche autonome di Napoli e Amalfi, formalmente soggette all’Impero d’Oriente) l’influenza di Bisanzio era andata  crescendo sempre più, in concomitanza della famosa Seconda Colonizzazione, a partire dal IX secolo. Fino alla fine del X secolo, la Santa Sede, lacerata dalle lotte tra le famiglie aristocratiche romane, non ha avuto tempo di occuparsi del Mezzogiorno, con l’eccezione della sfortunata guerra di Capua di Giovanni XII (955-963). L’instaurarsi del dominio sassone l’ha spinta a caldeggiare la conquista del Meridione da parte dell’Impero germanico, ma solo andando a rimorchio degli Ottoni, nel quadro rituale degli innumerevoli scismi religiosi tra Roma e Costantinopoli che accompagnavano i contrasti tra le due Corti imperiali. Ma una buona parte della nobilitas capitolina guardò ai Bizantini come ad un contrappeso all’invadenza germanica, per cui molti sanguinosi episodi della storia del Papato alla fine del 900 si spiegano proprio in questo quadro di contrastanti sfere d’influenza: le brutali usurpazioni dell’antipapa Bonifacio VII (873-874; 884-885), le fini drammatiche da lui riservate ai papi scacciati con la violenza (Bendetto VI fu strangolato nel 973 dal prete Stefano, Giovanni XIV fatto morire di fame nell’884), la sua stessa morte violenta e il macabro scempio del suo cadavere fatto dal popolaccio, la tristissima vicenda dell’antipapa Giovanni XVI (997-998), orribilmente punito da Ottone III e Gregorio V (996-999), ne sono gli esempi. Inoltre, alla morte di Ottone III (1002), la famiglia dei Crescenzi ne approfittò per imporre in Roma il proprio potere. Giovanni II Crescenzio († 1012) si proclamò patricius Romanorum, carica che gli dava il potere di proteggere Roma e la Santa Sede, in assenza di un imperatore consacrato. Impose i suoi candidati sul trono di Pietro, tenne lontano Enrico II il Santo (1002-1024) dalla città e cercò in Bisanzio un contrappeso alla minaccia germanica. Lo scisma tra Roma e il Bosforo cessò sotto il papato di Giovanni XVIII, creatura politica del patricius, e i pontefici dovettero riconoscere come legittimo quell’antipapa Giovanni XVI che Gregorio V e Ottone III avevano mutilato alla persiana (naso, occhi, lingua, labbra, mani) e rinchiuso in monastero.

Qualcosa cambiò a partire dal papato di Sergio IV (1009-1012), ultimo pontefice crescenziano [1] : il patriarca Sergio II (1001-1019) di Costantinopoli ruppe la comunione con Roma probabilmente per la professione di fede del nuovo papa nella Doppia Processione dello Spirito Santo. La dotta controversia pneumatologica ebbe una ricaduta politica, e il papa e Crescenzio, evidentemente desiderosi di estendere la propria influenza verso Sud, appoggiarono la rivolta di Melo e Datto, facoltosi cittadini baresi che, per la difficile congiuntura economica culminata in una carestia, si ribellarono al catepano Curcuas in Bari, Bitetto, Trani e Bitonto, iniziata proprio nel 1009. I rivoltosi s’impossessano della zona settentrionale del Catapanato, e sono appoggiati dai Longobardi di Salerno. Ma il nuovo catepano Basilio Mesardonites, forse fratello dello stesso imperatore Romano III, nel 1011 espugna Bari, e costringe Melo a rifugiarsi in Capua e Datto a Roma [2] .

Qui la situazione è molto cambiata, e la politica viene vissuta in modo diverso. Sul trono di Pietro, alle morti di Sergio IV e Giovanni Crescenzio, avvenute pressoché simultaneamente, è salito Benedetto VIII (1012-1024), il laico Teofilatto, del Casato dei Conti di Tuscolo [3] . Con lui, una volta schiacciata la resistenza crescenziana sui monti del Lazio e una volta ottenuto il riconoscimento di Enrico II a dispetto del candidato rivale Gregorio VI, inizia l’ultima dominazione aristocratica su Roma e il Papato. Ma i tratti di questa dominazione sono diversi, perché diverso è il cipiglio e più maturo il senso politico di Benedetto VIII. Con lui non più un patricius domina il papa nel suo Stato, ma il Papato stesso è occupato da un esponente della famiglia al potere, con enorme aumento del suo prestigio. E a proteggerlo in Roma, giocoforza, è lo stesso imperatore germanico, che non è più un nemico, ma un prezioso alleato. Benedetto VIII inoltre opera un rimescolamento della nobilitas capitolina, chiamando parecchi ex-nemici a collaborare alle magistrature civili. L’ex-laico ha una visione alta delle prerogative del Papato, e vuole fare di Roma il centro politico dell’Italia. Non solo restaurò lo Stato Pontificio, ma tolse agli Arabi la Sardegna, d’intesa con Pisa e Genova, salvando l’Italia del nord dall’invasione. Un simile uomo non poteva non avere a cuore le rivendicazioni papali sul Mezzogiorno, risalenti alla Promissio Carisiaca di Pipino il Breve e confermate da Carlo Magno, Ludovico il Pio e Ottone il Grande. Sperava inoltre di rilatinizzare le diocesi del Sud, incorporate a forza nella sfera d’influenza del Patriarcato bizantino. In Benedetto VIII l’offensiva politica e religiosa contro Bisanzio sono tutt’uno, e aveva già autorizzato il canto del Credo nella messa secondo l’uso germanico, e con l’aggiunta del Filioque. Il pontefice accoglie Datto e gli affida la fortezza del Garigliano. Probabilmente sa del viaggio di Melo in Germania, ma guarda con sospetto la sua investitura a Duca di Puglia, che inserirà la regione nel sistema politico germanico. Lui, che non aveva voluto che Enrico II, all’atto dell’incoronazione, insistesse sulla sovranità feudale su Roma (1014), non doveva vedere di buon occhio l’estensione della sfera d’influenza tedesca. A questa opposizione, che ovviamente dovette tenersi in corpo, Benedetto potè legare iniziative concrete quando seppe che Enrico II non aveva concesso aiuti materiali. Fu evidentemente con la sua mediazione che si concluse un accordo tra Melo e i Normanni francesi. Già nel 1015 il capo rivoltoso barese aveva incontrato a Monte Sant’Angelo dei pellegrini normanni di ritorno dalla Terra Santa, e li aveva pregati di reclutare soldati in Normandia per soccorrerlo. Ben felici di mettere al servizio di qualcuno il loro nomadismo guerriero, questi normanni presumibilmente passarono poi per Roma, dove l’astuto papa li incoraggiò. L’anno dopo passarono per l’Urbe molti guerrieri normanni, che – benedetti dal pontefice – raggiunsero Melo e Guaimaro di Salerno. Con questa strategia, il Papato si prepara a recuperare regalie spirituali e temporali nel Sud. E’ un’anticipazione della politica di Gregorio VII. Del resto, Benedetto VIII fu un geniale precursore delle tattiche politiche di alcuni dei suoi successori più blasonati, Leone IX e appunto Gregorio, anche se non ne ebbe la mistica pietà e il fervore religioso. Andrebbe perciò rivalutato. In questo piano, i Normanni sono solo manovalanza, che si fa macellare, anche se in cambio della vita eterna: il groviglio tra fede e violenza che porterà ottant’anni dopo alle Crociate comincia anche di qua, e passa per le vie di pellegrinaggio di Roma, Monte Sant’Angelo e Gerusalemme.

L’iniziativa benedettina ha successo all’inizio, ma la controffensiva del catepano Basilio Boioannes muta le sorti della guerricciola. Il papa non confida più né in Melo né neo Normanni, e si volge alla Germania. Ma la campagna enriciana del 1021-1022 porta solo ad una pace sulla base dello status quo. Il progetto benedettino di ampliare l’influenza politico-ecclesiastica di Roma verso il Sud in sintonia con l’Impero germanico era naufragato. Ma i Normanni continuarono ad operare per consolidare il proprio potere.

Furono in questo favoriti dagli eventi. La dominazione bizantina va sempre più verso lo sfacelo, ma né il papa né l’Imperatore tedesco si interessano del problema. A Roma i successori di Benedetto VIII, il fratello Giovanni XIX (1024-1032) e il nipote Benedetto IX (1032-1045), non hanno la stessa tempra del fondatore della singolare dinastia ecclesiastica. Gli scandali e il malgoverno di Benedetto IX provocano poi il tracollo dei Conti di Tuscolo e danno all’imperatore Enrico III (1039-1056) la possibilità di restaurare il dominio imperiale sul Papato, risolvendo col Concilio di Sutri del 1046 l’incresciosa questione della compresenza di tre aspiranti al Soglio -  lo stesso Benedetto, Silvestro III (1045), scacciato da quello, Gregorio VI (1045-1046), eletto all’abdicazione del Tuscolano – e designando Clemente II (1046-1047), primo di quattro Papi teutonici. Nel bel mezzo di questo vuoto di potere, i Normanni assumono la leadership militare della rivolta antibizantina: sconfiggono le sacre truppe presso l’Olivento (1041), si fanno vassalli di Argiro, figlio di Melo, autointitolatosi duca di Puglia, s’insediano in varie città mentre Guglielmo d’Altavilla detto Braccio di Ferro si proclama duca di Puglia al posto di Argiro ripassato ai Bizantini (1043). Un tentativo di inserirli nel proprio sistema politico viene da Enrico III che nel 1047 ha riconosciuto i possessi degli Altavilla, sopraffacendo le rivendicazioni feudali del Papato, che in quei frangenti non trovarono assertori.

Ma è proprio il Papato germanizzato che si accorge della necessità di una mutazione della politica nei confronti degli Altavilla e dei Normanni in genere. S. Leone IX (1049-1054), Bruno dei Conti di Egisheim, vescovo di Toul e monaco benedettino [4] , capofila dei riformatori pregregoriani, capovolse tutta l’impostazione opportunistica di Benedetto VIII, e raccolse il “grido di dolore” dei Meridionali, messi a dura prova dalla rapacità normanna.

Papa Leone fu il primo – in seno ai circoli innovatori approdati presso la Santa Sede – a svolgere mansioni ordinate di reclutamento e organizzazione degli eserciti, pur rimanendo scrupolosamente lontano dall’uso delle armi. Per questo fu il primo papa che, trovandosi in battaglia a Civitate, lo fece per una genuina ispirazione religiosa, a differenza di quanto era accaduto fino a qualche decennio prima, quando ancora Benedetto VIII combatteva perché, di fatto, era un barone feudale [5] .

D’altro canto, Leone si abituò a questa prassi sin da quando era diacono a Toul, occupandosi degli affari militari della sua diocesi, e conservando questa cura anche da vescovo [6] . E’ pur vero che aveva ricevuto in tal senso l’esempio dal capofila dei riformatori lorenesi, Wazone vescovo di Liegi, e anche che il futuro papa non procedeva mai contro i nemici della sua Chiesa locale se non dopo averli energicamente ammoniti, sperando di poterli rabbonire senza armi, ma non va neppure dimenticato che in questa prassi confluivano due linfe molto diverse: l’una era la prassi bellico-riformatrice delle Paci di Dio, affermatesi in Francia per supplire alle carenze del potere centrale e irradiatesi col loro esempio di spiritualità sociale anche in seno all’Impero, dove la situazione politica era pur tanto diversa [7] ; l’altra era l’esercizio dei diritti feudali, per i quali i Signori, compresi quelli ecclesiastici, assai numerosi nell’Impero, usavano normalmente dello ius belli per i propri scopi.  In questo senso, Leone IX non rivendicava per sé, né da vescovo né da papa, un diritto nuovo, perché le sue guerre furono sempre legate – come vedremo – al contesto territoriale dei suoi domini temporali; l’unica differenza stava nel fatto che egli li viveva con uno spirito religioso, che riassorbiva in sé, in modo monistico, le prerogative temporali del potere spirituale. Per inciso, questa lezione, passata pari pari nei papi successivi, una volta che la Santa Sede cominciò ad atteggiarsi ad arbitra della Cristianità, permise ad Urbano II di esercitare una funzione temporale – l’organizzazione di una guerra – per motivi religiosi, avvalendosi di una concezione del potere che era  alla sua origine tanto riformatrice quanto feudale.

Lo schema dell’admonitio praevia e poi del bellum bonum fu adoperato da papa Leone anzitutto a Roma: egli ammonì energicamente i seguaci dell’ex-papa Benedetto IX (1033-1045), acquartierati nel Tuscolano, dal cessare di razziare la Chiesa Romana, e lo fece nella solenne cornice del Concilio Lateranense del 1049 [8] , nel corso del quale fulminò l’anatema sul rivale, che non si era presentato al Sinodo, sebbene citatovi per simonia e eresia. In conseguenza di ciò il papa alsaziano mandò l’esercito romano nel territorio ribelle, e inflisse numerosi danni alle loro fortezze, anche se non gli riuscì di prendere Tuscolo, a causa dell’insorgere della crisi normanna. Sebbene manchi una documentazione terminologica diretta sugli atti sinodali – che peraltro presumibilmente non sarebbe stata molto interessante – il resoconto dei fatti ci restituisce in toto l’ideologia leonina della guerra. Il papa alsaziano avrebbe conservato la delicatezza dell’ammonizione anche nei confronti dei suoi maggiori nemici, i Normanni [9] . Anche in questo caso Leone si era trovato coinvolto nella guerra in quanto capo di Stato, perché Benevento, minacciata dai guerrieri di Roberto il Guiscardo, si era sottomessa alla Chiesa, e il papa, dopo un primo sfortunato tentativo guerresco, si era recato in Germania a chiedere aiuto all’imperatore Enrico III, da cui però aveva ottenuto ben poco, anche per l’opposizione del cancelliere Gebard von Döllnstein-Hirschberg (destinato a succedere al papa come Vittore II), per poi rientrare in Italia e guidare personalmente un esercito raccogliticcio, non senza aver cercato l’appoggio di Costantino IX Monomaco (1042-1055), e per arenarsi alla fine nella sconfitta di Civitate (18 giugno 1053), che lo aveva visto finire rispettato prigioniero di Roberto, a cui dovette – per essere liberato – fare presumibilmente qualche concessione.

Ma in questo insignificante episodio, che era solo un momento delle complesse lotte intercorrenti tra Roma, Bisanzio e la Germania, e in cui, almeno fino ad allora, gli Altavilla sembravano ancora fare i comprimari, Leone portò un afflato nuovo, e talmente nuovo da suscitare accesi dibattiti, che accompagnarono non tanto la sua discesa in campo armato personale – disattendendo a quanto fatto da lui fino ad allora – non diversa da quelle di alcuni predecessori, ma che verterono proprio sull’ispirazione con la quale egli diceva di farla [10] . E di questa ispirazione egli diede eloquente testimonianza nella Lettera inviata a Costantino IX nel 1054 [11] , in cui, pro domo sua, affermava:

“Nos quoque divinum adiutorium nobis adfore, et humanum non deforme credentes, ab hoc nostrae intentione liberandae Christianitatis non deficiemus, nec dabimus requies temporibus nostris, nisi cum requie Sanctae Ecclesiae periclitantis…Ad quam acquirendam et obtinendam habemus..charissimum ..imperatorem Enricum…ad nostrum subsidium. ..Quapropter ..collaborare nobis dignare ad liberationem tuae matris Sanctae Ecclesiae” [12]

La terminologia è assai eloquente: il subsidium è il termine chiave della teologia bellica dei Papi dei secc. IX-X, contro i Saraceni, in cui l’aiuto che i fedeli si davano reciprocamente consisteva proprio nel soccorso armato, reso più meritevole dal rischio della vita. Tale idea – della guerra come carità – sarà presente anche nella Crociata, e arriva proprio attraverso la mediazione della teologia riformatrice, iniziata con Leone IX. La liberatio Ecclesiae prende il posto di quella Imperii, in quanto la Chiesa è, come popolo di Dio, una comunità più nobile e alta, in cui lo Stato stesso è compreso. Questa liberatio è ancora della Santa Sede, minacciata nel particulare suo, ma qualche decennio dopo diverrà proprio di tutta la Chiesa, minacciata dai Saraceni. In questo contesto, la liberazione della Chiesa è appunto la liberazione della comunità religiosa, ma anche di quella civile, formata da cristiani e permeata dai valori religiosi.

Questa liberatio della Chiesa e della Cristianità, significativamente mescolate, era  una dichiarazione d’intenti, ma era anche la perorazione di una liberazione che manifestasse una emancipazione spirituale: i Normanni sono il Male; con essi il papa aveva tentato un’opera di conversione, ma inutilmente:

“Vae mihi si non evangelizavero [13] : necessitas enim mihi incumbit maxima, posituro rationem aeterno et districto iudici, propter unius regimen Ecclesiae, ex hoc est, de omnium ecclesiarum merito…saepissime perversitatem eius redargui, obsecravi, predicavi, opportune importuneque institi, terrorem divinae et humanae vindictae denuntiavi. Sed quia Sapiens ait: Nemo potest corrigere quem Deus despexerit, et stultus non corrigitur [14] : adeo obdurata et ostinata malitia eius permansit, ut de die in diem adderet peiora pessimis...” [15]

Perciò la minaccia normanna era continuata e nella lettera viene descritta con un frasario le cui intense immagini venivano da lontano: dalle lettere di Giovanni VIII (872-882) a Carlo il Calvo e agli altri principi per chiedere aiuto contro i Mori, e addirittura dalle lettere dei papi del VIII sec., che chiedevano a Pipino il Breve e a Carlo Magno soccorso contro i Longobardi. Ecco un esempio:

“Illa ergo sollicitudine, qua omnibus Ecclesiis debeo invigilare, videns indisciplinatam et alienam gentem incredibili et inaudita rabie, et plusquam pagana empietate adversus Ecclesias Dei insurgere passim, Christianos trucidare, et nonnullos novis horribilibusque tormentis usque ad defectionem animae affligere, nec infanti, aut seni, seu foemineae fragilitati aliquo humanitatis respectu parcere, nec inter sanctum et profanum aliquam distantiam habere, sanctorum basilicas spoliare, incendere, et ad solum usque diruere…” [16]

In ragione di ciò, Leone IX aveva tentato la strada bellica, ma sforzandosi sempre di contenere l’uso delle armi nei limiti autoimpostosi in occasione della campagna contro i Tuscolani, e facendo discendere il suo impegno dalla duplice autorità – spirituale e temporale – di cui era investito:

“Unde non tantum exteriora bona pro liberatione ovium Christi cupiens imprendere, sed superimpendi ipse praeoptans, visum est mihi ad testimonium nequitiae eorum, vel, si sic expediret, ad repressionem contumaciae, humanae defensionem undecumque attrahendam fore, audiens ab Apostolo, principes non sine causa gladium portare, sed ministros Dei esse, vindices in iram omni operanti malum; et quia principes non sunt timori boni operis, sed mali [17] : et reges atque duces missos a Deo ad vindictam malefactorum. Ruffultus ergo comitatu, qualem temporis brevitas et imminens necessitas permisit…non ut cuiusquam Nortmannorum, seu aliquorum hominum interitum optarem, aut mortem tractarem, sed ut saltem humano terrore resipiscerent, qui divina iudicia minime formidant..” [18]

Tutto questo per persuadere l’imperatore bizantino della bontà del suo operato e per spingerlo ad aiutarlo in un’impresa che, come abbiamo visto, egli non aveva alcuna intenzione di abbandonare, e che perciò aveva così eloquentemente – ed esaurientemente – giustificato, lasciandoci così un solo, ma prezioso, documento. Da quanto letto, emerge che Leone considerava altamente meritoria la lotta armata contro i Normanni, e non meraviglia dunque che anche ai guerrieri impegnati in questo conflitto il papa concedette la garanzia dell’ingresso in Paradiso, come i suoi predecessori avevano fatto con coloro che avevano combattuto i Saraceni [19] ; anzi Leone IX considerò coloro che erano caduti in battaglia come dei martiri, e ne promosse un culto che sembra aver procacciato ai suoi devoti anche dei miracoli o guarigioni. [20]   Entrando nei dettagli, va ricordato che già papa Leone IV (847-854) aveva promesso il Paradiso a chi fosse morto in guerra contro i Saraceni, riprendendo l’idea carolingia della meritorietà della lotta contro i Longobardi – che Pipino il Breve aveva fatto in sconto dei suoi peccati. Leone IX riprende e amplia l’idea di Leone IV (e Giovanni VIII), dando ai morti lo statuto di martiri, ripreso dalla tradizione bizantina, in cui l’imperatore Niceforo Phokas aveva chiesto al patriarca Polieucto di far venerare  i caduti nella lotta contro i Musulmani. Polieucto aveva rifiutato, ma Leone IX ora, di sua sponte, faceva martiri coloro che erano morti per difendere i cristiani d’Occidente. Martiri, perché morti per il prossimo come Gesù.

Questa prassi liturgico-pastorale ci spinge a fare una serie di considerazioni conclusive sulla liberatio Ecclesiae vel Christianitatis. Anzitutto Leone fu il papa che portò nell’ambito della Riforma la tradizione bellica antisaracena del Papato, che ne enucleò il motivo soggiacente della defensio Christianitatis e che per  esso legittimò anche guerre contro nemici interni: appunto i Normanni. Inoltre, Leone inserì nella sua teologia l’idea del valore salvifico della guerra, riprendendola dai Predecessori, ma facendo del martirio dei soldati, almeno in alcuni casi, una garanzia di santificazione. Peraltro, Leone IX conservò molte remore, anche per la pressione dell’ambiente circostante, e se segnò un precedente nel non combattere di persona, lo disattese coi Normanni. Con lui essi ormai sono assurti allo status di Hostes Dei, per la lotta contro i quali viene addirittura aggiornata un’antica teologia. Su questa scia si mossero i suoi successori, ma con risultati ancor più scarsi.

Vittore II (1055-1057), che come abbiamo visto era stato cancelliere di Enrico III, e in questa veste aveva osteggiato le richieste di aiuto di Leone IX contro i Normanni, una volta eletto papa per designazione imperiale, si dovette render conto della reale minaccia che quel popolo costituiva per lo Stato Pontificio, e riprese il progetto del predecessore, recandosi persino anche lui in Germania per chiedere soccorso (autunno 1056). Qui le traversie della politica interna tedesca, segnata dalla morte dell’imperatore, lo distolsero dal suo piano, e lo concentrarono sui problemi dinastici, volendo egli favorire la successione di Enrico IV (1056-1106). Pertanto, forse prima ancora di tornare in Italia, intavolò trattative coi Normanni per una pace provvisoria, e nel contempo strinse una serie di alleanze con vecchi nemici di Enrico III (come Goffredo di Lorena, 1040ca-1096) per garantire la pace della Penisola, e sempre facendo procedere l’impegno politico di pari passo con quello della riforma [21] .

Sulla falsariga di Vittore e Leone, Stefano IX (1057-1058) [22] , nella primavera del 1058, riprese il progetto della spedizione antinormanna, da finanziarsi col tesoro di Montecassino, di cui il papa, quand’era ancora Federico Gozelone dei Duchi di Lorena, era stato abate, e che ora diventava il perno di un fronte contro gli invasori del nord in cui dovevano entrare il fratello di Stefano, Goffredo, a cui presumibilmente sarebbe andata la corona imperiale a dispetto degli Svevi, e Isacco I Comneno (1057-1059). Era un grande progetto, in cui la tradizionale politica papale contro i barbari si fondeva con quella della Casa di Lorena, senza mai separarsi dallo sforzo riformatore. E nel solco bellico già tracciato dal riformismo papale si inseriva, per tracciare la strada della nuova impresa, la già lunga esperienza antinormanna di Montecassino, cristallizzatasi già in un ampio ciclo agiografico [23] . Il progetto aveva dunque una duplice matrice religiosa: papale e monastica. Ma la morte del papa lo troncò senza appello, aprendo la strada ad una esperienza radicalmente nuova.

Questa fu l’inedita alleanza che Niccolò II (1058-1061), Gérard de Tarants della Casa di Borgogna, su consiglio di Desiderio di Montecassino – poi Vittore III -  e dell’arcidiacono Ildebrando – poi Gregorio VII - strinse con Riccardo d’Aversa e Roberto il Guiscardo (1015ca – 1085), infeudandoli rispettivamente di Capua e del duplice ducato apulo-calabro nel corso del Sinodo riformatore di Melfi (23 agosto 1059). Anche in questo caso la svolta era stata preconizzata a Montecassino, riavvicinatasi ai Normanni per opera del nuovo abate, e non ebbe alla radice novità ideologiche di rilievo: dal giuramento di fedeltà dei neo-vassalli si evince che essi avrebbero difeso le regalia B. Petri e la sicurezza del Papato [24] . Ossia erano pronti a a fare la guerra per i diritti temporali della Chiesa e per proteggerla: nihil sub sole novum, visto che la difesa in armi della Santa Sede era da secoli prerogativa del potere temporale e periodicamente richiesta dalla Curia, mentre la difesa della sovranità temporale aveva spinto alla guerra tutti i papi più recenti. Ma la svolta stava nel farsi amici quei Normanni che, demonizzati fino a poco prima, ora diventavano il perno della rivoluzione delle relazioni internazionali del papato. Il genio politico di Ildebrando appare evidente: testimone dei fallimenti di Leone e dei suoi successori, consapevole della necessità dei Normanni di trovare un riconoscimento alle loro conquiste, conscio dell’ineluttabilità dello scontro con l’Impero per rendere stabile la Riforma, l’arcidiacono capì che, in una gerarchia di nemici, i Normanni lo erano meno della Corte imperiale. Egli partì dal presupposto che la Chiesa aveva bisogno di un supporto militare per la sua politica di riforma: in un’epoca in cui l’ordinamento religioso si mescola con il sistema politico, che lo tutela, chi voleva ristrutturare il primo doveva usare strumenti propri del secondo. Peraltro Ildebrando era pervaso dalla convinzione escatologica che la battaglia tra Bene e Male iniziasse anche in questo mondo, e che la Chiesa, regno del Bene, dovesse attivamente combattere contro satana anche in campo temporale. Da queste considerazioni generali, che furono di tutta una generazione di ecclesiastici di ferro, discesero le intuizioni politiche dell’arcidiacono. Capì che l’infeudamento da parte della Chiesa della Puglia e della Calabria avrebbe segnato il pieno riconoscimento della sovranità papale su quelle terre, perché concessa a chi già le possedeva, ma senza alcun titolo. Credette di poter imbrigliare la forza barbarica dei conquistatori addolcendoli verso i sudditi – cosa che avvenne anche per l’accordo con la Chiesa, ma che i Normanni avrebbero fatto in ogni caso. Ma soprattutto pensò di aver stabilmente legato la loro forza militare alla Santa Sede. In quest’ultima cosa sarebbe però stato smentito. Tuttavia gli altri vantaggi arrivarono subito: con la presa di Galeria (1059),  i Normanni posero termine allo scisma di Benedetto X (1058-1059) [25] , Giovanni Mincio dei Conti di Tuscolo, eletto abusivamente alla morte di Stefano IX ed esponente dei circoli ecclesiastici legati all’aristocrazia romana. Molto probabilmente fu discussa già a Melfi l’invasione della Sicilia da parte dei Normanni [26] , che iniziò qualche anno dopo: era l’ennesima guerra contro i Saraceni, che il Papato riformatore mutuava dalla tradizione precedente, ma questa volta combattuta dai vecchi nemici contro quelli di sempre. Gli interessi dinastici degli Altavilla e quelli riformatori del Papato si saldavano nel quadro della riscossa antimusulmana [27] .

Fu Alessandro II (1061-1073), Anselmo dei conti di Baggio, il grande papa a cui spetta la responsabilità di aver avviato l’uso in grande stile dello strumento militare in stretta connessione con le esigenze della Riforma [28] . E continuò a servirsi anche degli Altavilla a tale scopo. La guerra di Sicilia dei Normanni [29] fu esplicitamente benedetta da Alessandro. Per essa, dopo la battaglia di Cerami (1063), la Curia ricevette dai Normanni un pingue bottino, e – con una commistione tutta medievale di tempi e modi – il papa ricambiò con l’assoluzione e con un vessillo, segno di approvazione e sacralizzazione del conflitto. La lettera di accompagnamento non ci è giunta, ma è la descrizione della battaglia fatta nelle fonti normanne che ci interessa, e che anticipa concetti propri della Crociata in forma miracolosa, trascrivendo con un registro espressivo immaginifico idee e valori presenti anche nella Santa Sede, in una forma ben più consapevole. Per la prima volta appare San Giorgio, futuro protettore dei crociati, e ha armi scintillanti, un bianco destriero, un vessillo candido, e una croce splendente su di esso: è il patrocinio celeste ad acta. Le armi scintillanti dei Santi sono la promessa di una sicura vittoria; il vessillo, con la Croce, anticipa quella crucesignatio che accompagnerà la vestizione di ciascun crociato, e che ben si accorda al gonfalone inviato dal papa; l’apparizione della Croce sulla lancia di Ruggero è appunto una prima crucesignatio, fatta da Dio stesso, su un miles Christi.

In merito poi ai temi e ai contenuti del documento scomparso di papa Alessandro II, essi, almeno nei presupposti, per ovvie ragioni di buon senso, non dovevano essere molto diversi dall’ideologia guerriera emersa dalle fonti di storia normanna del periodo. In esse leggiamo che la decisione di passare lo Stretto di Messina fu presa per ragioni religiose, volendo restaurare nell’isola l’antico dominio cristiano e lo splendore del culto cattolico; esse inoltre attestano che non vi era un intento proselitistico, ma tuttavia i soldati si confessavano e comunicavano prima della battaglia, i condottieri li arringavano anche mediante argomenti religiosi, e le loro conquiste erano santificate dalle erezioni di chiese, dalle celebrazioni di messe e dall’offerta delle primizie del bottino alla Chiesa (come Abramo con Melchisedek) [30] . Anche ammettendo che buona parte delle trovate dei cronisti siano amplificazioni agiografiche in cui gli elementi negativi o neutri siano sotto silenzio – come l’uso di cavalieri saraceni a cui era proibito di farsi cristiani [31] - nessuno può dubitare che questa fosse l’ispirazione ufficiale del conflitto, alla quale si tentava di uniformare uomini e cose, e che ovviamente era condivisa dalla Curia, se non suggerita.

Del resto Alessandro II conferì il suo vessillo anche a Guglielmo il Conquistatore (1066) [32] : segno che egli legava le fortune dei Normanni alle sorti della Riforma ovunque in Europa. I cavalieri del Nord erano diventati in molti casi il braccio secolare della Chiesa.

Con l’avvento al trono di Pietro di Ildebrando da Soana [33] , lo sforzo riformatore del Papato raggiunse il suo culmine, e con esso l’impegno profuso nel patrocinare conflitti che favorissero la causa della Chiesa. La disinvoltura con cui questo pontefice promosse l’uso delle armi lascia supporre che egli avvertisse già in se stesso, in quanto monaco, una contiguità tra lo stato religioso e quello militare, quasi che la lotta fisica materializzasse quella spirituale, e che l’ascetismo si convertisse nella battaglia contro i malvagi. Il suo misticismo poi è un’ottima chiave di lettura per svariate sue imprese, politicamente azzardate ed altresì incomprensibili: pervaso dalla convinzione della funzione sovrana del Papato, non esitò a credere di poter sortire sempre e comunque la vittoria.

Queste note caratteriali, tutt’altro che superflue, hanno contribuito molto ad orientare la sua politica militare – che altro non è che un aspetto della sua politica religiosa – ma anche a farla fallire, in quanto il papa non seppe entrare in sintonia con l’opinione pubblica, spesso confusa dalla rigidità del suo pensiero e dalla contraddittorietà delle sue azioni. In relazione ai Normanni, egli – che pure era stato l’artefice della loro alleanza con Roma – sperimentò tutte le opzioni politiche: li combattè ostinatamente, quando capì che la Chiesa non traeva nessun vantaggio dall’alleanza, ma ci perdeva; li chiamò in suo aiuto, quando si fidò o quando non ebbe nessun altro; li mobilitò per le sue imprese, cercando di far coincidere l’utile della Chiesa con il loro; li appoggiò quando presero iniziative consone al suo sentire. Ma la cosa più stupefacente di tutte è che riuscì a fare molte di queste cose contemporaneamente.

Le linee portanti della teologia bellica di Gregorio VII sono quelle della teologia dell’auxilium, pronta a piegarsi agli usi più disparati. Per esempio, sin dall’inizio del suo pontificato, egli la utilizzò per la difesa della signoria temporale della Chiesa, non discostandosi in questo dai predecessori. Anzi, considerando che egli mosse guerra a Roberto il Guiscardo nel 1074 perché non gli aveva rinnovato il giuramento feudale e perché minacciava lo Stato della Chiesa, dobbiamo costatare che era pronto ad usare della guerra in modo assai spregiudicato per un riformatore. In ogni caso, dopo aver scomunicato Roberto nel Sinodo quaresimale di quell’anno, annodò una coalizione con Gisulfo di Salerno, Matilde di Toscana, Goffredo di Lorena e Guglielmo di Borgogna [34] . A questi si rivolse con la stessa lettera adoperata per invitarlo alla Crociata. Infatti Gregorio ne caldeggiò un progetto ante litteram [35] , che si mescola con la strafexpedition antinormanna da lui voluta.  Il piano prese corpo già dal 2 febbraio del 1074, quando il pontefice scrisse a Guglielmo conte di Borgogna [36] , invocando il suo aiuto contro i Normanni e proponendogli, una volta che i nemici fossero stati intimoriti a sufficienza, di passare il mare per andare a soccorrere i cristiani d’Oriente.  Sicuramente un simile piano aveva più possibilità di successo presso i fedeli di una guerra contro altri cristiani, i Normanni, come il papa ben sapeva. Considerati gli scopi della campagna, non stupisce che il papa facesse leva sull’etica feudale, ma la valenza religiosa che egli attribuiva all’impresa è indiscussa, come pure l’ampia interpretazione del concetto di difesa:

“Neque enim se condecet oblivisci promissionis qua Deo se…obligavit ut, quacumque hora necesse fuisset, vestra manus ad dimicandum pro defensione rerum Sancti Petri non deesset, si quidam requisita fuisset. Unde, memores nobilitatis vestrae fidei, rogamus et admonemus strenuitatis vestrae prudentiam praeparetis vestrae militiae fortitudinem ad succurrendum Romanae Ecclesiae, libertati scilicet si necesse fuerit, veniatis huc cum exercitu vestro in servitio Sancti Petri.. [37]

Per tale concezione, si sentì in dovere di partecipare lui stesso alla spedizione. Ma l’esito fu fallimentare, per lo sfilacciarsi della coalizione da lui voluta. Ed è proprio nella rampogna inviata a Goffredo (26 aprile 1074) [38] , il quale aveva mancato ai suoi doveri, che noi vediamo come, nella mente di Gregorio, la fedeltà politica e religiosa sono la stessa cosa:

“Ubi est auxilium quod pollicebaris? Ubi milites quos ad honorem et subsidium Sancti Petri te ducturum nobis promisisti  [39] ?”

In ogni caso, quando le controversie con i Normanni si riaprirono, a causa del loro espansionismo, Gregorio VII non riprese più l’idea del conflitto, ma si limitò a scomunicare coloro che usurpavano i beni temporali della Chiesa nei Sinodi quaresimali del 1078 e del 1080 [40] . Lo stesso anno concluse con loro il Trattato di Ceprano.

Nonostante poi i suoi contrasti con i Normanni, non mancò di sostenere la loro guerra in Sicilia, accordando nuovamente l’assoluzione ai militari, purchè compissero la penitenza prescritta [41] . Probabilmente si riferiva al proposito di emendarsi, in quanto se avesse voluto conservare la penitenza canonica, avrebbe di fatto squalificato la guerra contro i Saraceni, a dispetto dei suoi predecessori. Invece egli ne aveva una grande considerazione.

Peraltro, egli interpretava in senso lato il suo dovere di difesa dei cristiani, e come riteneva l’opposizione alla Riforma religiosa una forma di dispotismo nei confronti dei fedeli, così era pronto ad intervenire dove coloro che avevano chiesto la sua collaborazione erano minacciati. Infatti, dopo aver scomunicato Niceforo III Botaniate (1078-1081), che aveva deposto Michele VII,

“qui auxilium Beati Petri, necnon filii nostri gloriosissimi ducis Roberti flagitaturus Italiam petiit [42] ,”

il papa progettò di far intervenire i Normanni per restaurarlo sul trono, e definendo esplicitamente questa impresa un auxilium, dovuto all’ex-imperatore per solidarietà dagli altri fideles B. Petri:

“A fidelibus Beati Petri subveniendum sibi fore putavimus..ut milites auxiliatores, recta fide, non dissimilibus animis ire constanter in adiutorium et defensionem prefati imperatoris debeant, apostolica auctoritate praecipimus quatenus illi qui militiam ipsius intrare statuerint, in contrariam partem proditoria tergiversatione transire non audeant [43] .”

 Una simile impresa, che evidentemente egli considerava prodromo di una ripresa dei piani crociati, era ai suoi occhi altamente meritoria, per cui ordinava ai vescovi pugliesi e calabresi quanto segue:

“Ut vestrum officium exigit, moneatis condigna poenitentiam agere, et rectam fidem, sicut decet Christianos, circa illos servare, in omnibus actibus suis timorem Dei et amorem prae oculis habere, et in bonis operibus perseverare; sicque illos fulti nostrae auctoritate, imo Beati Petri protestate, a peccatis absolvite [44] .”

Probabilmente il papa scomunicò anche Alessio I, non appena questi eliminò il Botaniate [45] .

In relazione invece alla lotta tra Enrico IV e Rodolfo di Reinhfelden in Germania il papa promosse una pacificazione generale della nei due sinodi del 1078, stabilendo di inviarvi dei legati che tenessero un arbitrato sui due contendenti al trono. E proprio nel Sinodo quaresimale compare un’idea che ha tanto fatto discutere:

“Vinculo eum anathematis alligamus et non solum in spiritu verum etiam et in corpore et omni prosperitate huius vite apostolica potestate innodamus et victoriam eis in armis auferimus, ut sic saltim confundantur et duplici confusione et contritione conterantur [46] .”

La pretesa di poter disporre della vittoria e della sconfitta peraltro è espressa nello stessa occasione in cui furono scomunicati i Normanni per la seconda volta. Evidentemente il papa pensava di poter fare a meno di ogni sostegno temporale. E’ dunque erronea l’idea di un Gregorio VII che si aspetta la vittoria dalla spada del Guiscardo: piuttosto è lui, con la sua nobile causa, che crede di potergliela conferire.

Fu anche piuttosto a malincuore che egli si rassegnò a chiedere l’aiuto dei suoi irrequieti vassalli contro Enrico IV e Clemente III (1080-1099). Furono loro a disperdere le truppe imperiali presso Roma una prima volta nel 1084. Quando poi Clemente III ci entrò corrompendo la guarnigione, ancora a Roberto – in guerra nei Balcani in nome della Chiesa ma nel suo interesse – Gregorio dovette chiedere aiuto. Ma essi, una volta espugnata Roma, si abbandonarono ad uno di quei saccheggi che Leone IX aveva tanto deprecato. I romani insorsero e scacciarono il pontefice e i suoi fautori, cedendo la Santa Sede a Clemente. Gregorio morì in esilio. Non è certo questa la sede per valutarne l’operato, ma la sua politica, sebbene avesse individuato gli aspetti ambigui del comportamento normanno, ligi alla Chiesa solo finchè convenisse, e avesse cercato di porvi rimedio, aveva peccato di troppa esuberanza. Più profeta che politico, Gregorio fu troppo contraddittorio contro i Normanni. E nell’immediato ci perse più di loro.

Toccò ai successori agire in modo da non disperdere l’eredità religiosa di Gregorio, correggendone gli errori tattici. Già Vittore III (1086-1087) incarnò, nel suo breve papato, questo nuovo equilibrio [47] . Eletto dopo una lunga vacanza del Soglio per le pressioni di Giordano da Capua, principe normanno, era senz’altro il più qualificato esponente della factio favorevole agli Altavilla. Fu grazie a loro che potè risiedere a Roma per tre distinti intervalli di tempo.

Urbano II (1088-1099) [48] , senza dubbio la mente più lungimirante del Papato dell’epoca, ricalcò saggiamente queste orme. Mise il suo primo grande sinodo riformatore (1089) sotto la protezione normanna, a Melfi. Grazie anche ai suoi vassalli, potè alla fine tornare a Roma, dopo alterne vicende.

Urbano II patrocinò la Riconquista della Sicilia [49] da parte dei Normanni. Essa, con Crociata e Reconquista, costituisce un trittico antimusulmano di rara potenza storica. La guerra normanna per la liberazione della Sicilia è assai vicina – anzi è pressochè identica – da un punto di vista ideologico alla restitutio ispanica, quella della Reconquista, ed è essa stessa una restitutio sicula. Simile è la situazione politica: anche i Normanni, come molti re spagnoli, sono vassalli della Chiesa, e ricevono da tale condizione una legittimazione giuridica del loro espansionismo; simile il contesto concettuale: anche qui i sovrani svolgono una funzione indispensabile nell’azione bellica, e sopravvive in loro il modello della teocrazia regia altomedievale – anzi qui sopravvisse ancora più a lungo, perché la Riconquista della Sicilia – allargatasi in imprese belliche africane - trovò nella politica degli Altavilla ragioni più che sufficienti per arrivare in porto, senza temere la concorrenza di altri richiami guerrieri indulgenziati, magari palestinesi; tanto più che la Sicilia fu liberata completamente molto prima della Spagna. Dunque il conte viene inserito nel sistema ierocratico urbaniano, ma con delle concessioni ancor più cospicue, come la Monarchia Sicula, mentre tuttavia il processo di latinizzazione liturgico-canonica non verrà osteggiato dai Normanni, come invece si era tentato di fare in Spagna. Vediamo dunque qualche testimonianza documentaria significativa:

“Universis fere per orbem Christianorum populis notum esse credimus Siciliae insulam, multis quondam et nobilibus illustratam Ecclesiis     opibusque    et populo copiosam, multorum quae religione effulsisse virorum, et quarundam sanctissimarum martyrum et virginum claruisse martyrio. Verum, peccatis exigentibus, tanta species rerum tantaque probitas morum ad nihilum subito redacta est; effera etenim Saracenorum gens, praefatam insulam ingressam, quoscumque ibi Christianae fidei cultores reperit alios gladio peremit, quondam esilio deputavit, plures miserabili servituti oppressit, sicque Christiana religio per ccc fere annos a Dei sui cultura cessavit. Dominator autem rerum omnium Deus, cuius sapientia et fortitudo, quando vult, regnum transfert, et mutat tempora, quemadmodum ex Occidentis partibus militem Rogerium, scilicet virum et consilio optimum et bello strenuissimum, ad eandem insulam transtulit, qui multo labore, frequentis praeliis, et crebris suorum militum caede et sanguinis effusione regionem praedictam a servituti gentilium opitulante Domino liberavit [50] .”

Con questa descrizione della mutevole sorte della Cristianità siciliana, passata dalla liberazione alla servitù e poi di nuovo alla libertà, Urbano II – in questa lettera scritta il 1 dicembre 1093 per la ricostituzione della Chiesa di Siracusa – mostra chiaramente di assimilare le guerra di Ruggero I a quelle dei Giudici: il papa descrive sempre e solo le sorti di questa parte dell’Orbe cristiano, per far poi risaltare le imprese di quei principi che, suscitati direttamente da Dio, in quella specifica regione, ponevano mano alla spada per liberare il popolo dei fedeli; esattamente come gli antichi Giudici, essi liberavano solo una parte della comunità. E’ sempre sulla falsariga della Restitutio che va intesa la ricostituzione dell’arcidiocesi di Siracusa, e del resto il pontefice si adeguerà ancora in Sicilia e nel Mezzogiorno ai criteri adoperati in Spagna, quando per esempio concederà alla Sede di Salerno ampi diritti metropolitani per rispetto del duca Ruggero e dell’Apostolo Matteo, sepolto nella città, con un gesto che ricorda quello del Privilegium a Compostela [51] , e che ben si può ricondurre alla sua teologia bellica - sebbene nella zona non vi fossero guerre contro i Saraceni - per la stretta e sempre operante alleanza tra il Papato e i Normanni [52] .

  Analogamente, nella Lettera per l’istituzione della Monarchia sicula (1098), riaffiora il motivo dell’interconnessione tra espansione politica e religiosa, e si riafferma – come dicevo - il nuovo statuto del re sacerdote, inserito nella ierocrazia ecclesiastica gregoriana [53] .

In relazione all’Oriente, Urbano seppe utilizzare i Normanni, senza farsene strumentalizzare. Inviò appena eletto una legazione sul Bosforo, per mezzo della quale assolse il Βασιλέυς Alessio dalla scomunica di Gregorio, chiese conto della discriminazione dei fedeli di rito latino e domandò che il suo nome fosse scritto nei dittici. Questa apertura urbaniana aveva del tempismo, in quanto la situazione politica orientale aveva preso una piega che avrebbe potuto escludere il Papato dal gioco diplomatico. Questo, con Gregorio VII, aveva dato copertura all’espansionismo di Roberto il Guiscardo in Epiro, Macedonia e Tessaglia. Ma Alessio I, alleandosi con la Serenissima, aveva riacquistato il primato sul mare e – nonostante la sconfitta patita a Durazzo nell’ottobre 1089 – si era definitivamente sbarazzato del nemico, dapprima fomentando rivolte nel Mezzogiorno (così da costringere il Guiscardo a tornare in patria, lasciando il figlio Boemondo alla testa degli eserciti d’oltremare), poi sconfiggendone – sempre con l’aiuto di Venezia – le truppe, e in ultimo apprendendo con soddisfazione la notizia della morte di Roberto, alla vigilia di una ripresa in grande stile dell’offensiva antibizantina (1085) [54] . Il Comneno, per resistere ai Normanni, aveva peraltro dovuto accettare l’occupazione di tutta l’Asia Minore da parte del sultano di Al-Rūm (Iconio), Sulaimān I (1077/78-1086), concedendogli retroattivamente il territorio conquistato come ad un federato dell’Impero. Questa débacle era stata praticamente favorita dall’alleanza tra Roma e il Guiscardo, e costituiva una clamorosa smentita dei progetti crociati che Gregorio VII aveva caldeggiato. Dopo la sconfitta dei Normanni, dunque, il Papato aveva perso in Oriente tutta la sua credibilità – e i suoi margini di manovra - e se Bisanzio si fosse potuta accingere alla riscossa contro i Turchi senza ulteriori problemi, la frattura politica difficilmente si sarebbe potuta ricomporre. Ma dal 1086 al 1091 la situazione si complicò, in quanto uno dei successori di Sulaimān, Tsacha, emiro di Smirne, annodò una coalizione con i Peceneghi contro l’Impero, che raggiunse il suo apice con l’assedio della capitale tra il 1090 e il 1091. In questo contesto cadde l’ambasceria urbaniana: desideroso di ampliare la sua obbedienza contro l’antipapa Clemente III (1080-1100) e di rinforzare la sua posizione contro Enrico IV (1056-1106), ma anche convinto assertore dell’unità ecclesiale, il nuovo pontefice tendeva la mano all’Impero in difficoltà, facendo così dimenticare i pur recenti trascorsi e allontanandosi dall’ingombrante politica dei Normanni, in quei frangenti lacerati da discordie interne.             Da qui prese il via quella poltica di aiuti che culminò nella Crociata, a cui i Normanni parteciparono massicciamente.

E’ tuttavia un dato di fatto che Urbano II non si fece nemmeno strumentalizzare dai Bizantini in chiave antinormanna: nell’estate del 1089, si recò nel Mezzogiorno, tenne il già menzionato Concilio di Melfi, infeudò la Puglia al duca Ruggero (ledendo, per inciso, le rivendicazioni di Bisanzio, con un gesto sul quale il Bosforo non avrebbe sorvolato, se non fosse stato tanto in difficoltà) e fece concludere una Pace di Dio – peraltro più che necessaria per i torbidi che travagliavano il Mezzogiorno. Più che preludere ad un aiuto a Bisanzio, essa serviva a rinsaldare lo Stato; Urbano, consapevole del ruolo della Chiesa nella proclamazione di queste Paci proprio in frangenti di debolezza del potere statale (era pur sempre un francese, e le paces Dei erano nate nel suo paese, proprio in situazioni simili), svolgeva un compito pastorale pressoché ordinario ai suoi tempi, a cui avrebbe adempiuto anche altre volte, e proprio in territorio normanno (nel Sinodo di Troia, ad esempio, nel 1093). Se proprio avesse voluto preludere a qualche conflitto esterno, questa Pace avrebbe al massimo riguardato la conquista della Sicilia, a cui il pontefice guardò sempre con interesse, non lesinando espressioni di elogio ai guerrieri normanni [55] . D’altro canto, Urbano II visitò in autunno inoltrato proprio la Sicilia, dove incontrò il conte Ruggero, a cui presumibilmente chiese un parere sulle relazioni che aveva allacciato con Bisanzio. Un gesto significativo, ma non necessariamente nel senso di un orientamento filobizantino che il papa volesse imprimere alla politica normanna – alla quale non so peraltro, qualora essa lo avesse assecondato in un simile proposito, quale contropartita avrebbe potuto offrire [56] . Infatti, con la Crociata, egli stemperò l’influenza militare che gli Altavilla avevano sulla Chiesa nel quadro di una grosse koalition da lui stesso annodata tra gli aristocratici d’Europa.

I suoi successori cercarono di mantenere questo equilibrio, con alterni successi. Fino a quando proseguì la Lotta per le Investiture, le sorti del Papato e degli Altavilla furono sostanzialmente unite in modo indissolubile. Per esempio Pasquale II (1099-1118) [57] si avvalse del loro aiuto finanziario per comprare i fautori di Clemente III e sloggiarli dai dintorni di Roma. Il loro aiuto fu fondamentale per custodire gli antipapi Teoderico (1100-1101) e Alberto (1101), succeduti a Clemente e rapidamente neutralizzati da Pasquale. Godette inoltre del loro appoggio nel contrasto con Enrico V (1106-1125), e si rifugiò a Benevento, praticamente sotto la  protezione normanna, quando l’imperatore scese a Roma nel 1117. Tuttavia fu incapace di mantenere una giusta distanza dagli interessi degli Altavilla, come dimostra l’incauto appoggio, a lui estorto con l’inganno, concesso alla spedizione antibizantina di Boemondo I (1052 ca - 1111), presentata come una crociata [58] . Gelasio II (1118-1119) e Callisto II (1119-1124), nelle movimentate circostanze del loro pontificato, si avvalsero poco della collaborazione normanna, e non poterono controllare ciò che accadeva nel Mezzogiorno. La formazione di un forte regno nel Sud non era nei progetti della Curia, ma questa non potè impedirlo. L’alleanza tra il Papato e i Normanni si rivelò quindi in ultima analisi più proficua per questi ultimi: rafforzati dalla monarchia sicula, sostenuti contro i nemici comuni, incoraggiati in avventure imperialistiche, essi alla fine realizzarono quel sinecismo del Mezzogiorno che era sicuramente l’esatto contrario di quell’egemonia che la Curia avrebbe voluto esercitarvi. E così Onorio II (1124-1130) dovette, dopo una sfortunata guerricciola, rassegnarsi a riconoscere l’unificazione delle corone sicula e apula nella persona di Ruggero II (1095-1154), in cambio del giuramento di fedeltà [59] .

Tuttavia la Curia aveva potuto contare su una milizia sostanzialmente sempre disponibile, di indubbio valore e di provato coraggio. Aveva sperimentato una strada propria per la sicurezza militare, sganciandosi dalla tradizionale collaborazione con l’Impero.Aveva esteso la propria signoria feudale a tutto il Sud, escludendo da questa sfera d’influenza la Germania. Aveva arruolato sotto le bandiere della fede nugoli di cavalieri in missioni  militari di grande prestigio, terminate di solito con grandi successi. Aveva ricacciato l’influenza bizantina oltre il Canale d’Otranto, e i musulmani oltre quello di Sicilia. Possiamo dunque dire che l’alleanza fu proficua, anche se un po’ meno, anche per la Chiesa, specie negli aspetti meno caduchi della sua politica, perché legati agli aspetti spirituali della sua missione: la Riforma, la Lotta per le Investiture, la Crociata e il contenimento dell’Islam, l’espansione del rito latino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Su papa Sergio IV si vedano le voci dei dizionari specializzati, in particolare dell’Enciclopedia dei Papi,  a cura dell’Istituto dell’Enciclopedia Treccani, voll. I-III, Roma 2000, vol. II, s.v., con una ricca bibliografia; KELLY, Grande Dizionario Illustrato dei Papi, Casale Monferrato 1989, pp. 376-377, con una bibliografia più sommaria; cfr. anche SEPPELT F.X., Geschichte der Päpste, München 1954-1959 (tit. it.: Storia dei Papi, Roma 1962-1964), II, 401 ss.

[2] Per la storia meridionale e pugliese in particolare – data la collocazione geografica delle vicende, cfr. P.CORSI, Ai confini dell’Impero, Bari 2002, pp. 129-178; G.MUSCA, Il secolo XI, in AA.VV., Storia della Puglia, vol. I – II, Bari 1979, I, pp. 221-236; entrambe hanno in appendice ricche bibliografie ragionate.

[3] Cfr. su di lui K.J.HERMANN, Das Tuskulaner Papstum (1012-1046), Stuttgart 1973; KELLY, pp. 378-380; EP, II, s.v., con bibl.; SEPPELT II, 403-408.

[4] Cfr. L.SITTLER – P.STINZI, S.Léon IX, le pape alsacien, Colmar 1950; EP, s.v., con bibl.; KELLY, pp. 395-397; SEPPELT III, 12-31.

[5] Per la teologia della guerra di Leone che si va ad esporre cfr. V.SIBILIO, Le parole della Prima Crociata, Lecce 2004, pp. 188-193; ID., La battaglia di Civitate e la formazione dell’idea di Crociata, in Atti del XXV Convegno di Preistoria, Protostoria e Storia della Daunia, San Severo, novembre 2003, in corso di stampa; entrambe hanno bibl. nell’apparato erudito, che si riproduce in parte anche in queste pagg.

[6] Cfr. GUIBERTO, Vita Leonis IX, in J.M.WATTERICH, Pontificum Romanorum vitae, I, Lipsia 1862, pp. 93-177, 731-738, in partic. p. 134ss; Vita Leonis IX, in S.BORGIA, Memorie istoriche della Pontificia Città di Benevento, II, Roma 1764, pp.303ss.

[7] Il movimento delle Paci di Dio è più antico del Papato riformatore. Cfr. sull’argomento F. CARDINI, La guerra santa, in AA.VV., “Militia Christi" e Crociata nei secc. XI-XII, Atti della XI settimana internaz. di studio della Mendola, 28 ag.-1 sett. 1989, Milano 1992, pp. 387-402, in partic. p. 389; M.BALARD, Les Croisades, Parigi 1988, pp.111-113. Il fenomeno, attestato dal 975 col Concilio di Le Puy, voleva supplire alle carenze del potere civile nelle Francia meridionale nel garantire la sicurezza e l’ordine. Ai Concili – nei quali i presuli stabilivano l’obbligo di astenersi da violenze di ogni tipo e, se necessario, di procedere contro gli inadempienti anche con le armi, oltre che con le sanzioni spirituali – partecipavano numerose folle, e nel corso del loro svolgimento, c’erano processioni di reliquie patronali, spesso accompagnate da guarigioni. Spesso i fedeli acclamavano la pace, e la ratifica dei decreti avveniva, da parte dei vescovi, innalzando al cielo i pastorali. Cfr. sull’argomento i classici H.HOFFMANN, Gottesfriede und Tregua Dei, Stoccarda 1964, e B.TÖPFER, Volk und Kirche zur zeit der beginnenden Gottes friedensbewegung in Frankreich, Berlino 1957; E.DELARUELLE, Paix de Dieu et Croisade dans la chrétienté du XIIe siècle, in AA.VV., Paix de Dieu et guerre sainte en Languedoc au XIIIe siècle, Tolosa 1969, pp. 51-71; G.DUBY, Les laïcs et la paix de Dieu, in AA.VV., I laici nella « Societas Christiana » dei secoli XI e XII – Atti della III Settimana Internazionale di Studio della Mendola, 21-27 agosto 1965, Milano 1968, pp. 448-469.

[8] JW I 530.

[9] Cfr. S.TRAMONTANA, La monarchia normanna e sveva, in AA.VV., Storia d’Italia, a cura di G.GALASSO, voll. I-XXIII, Torino 1979-1995, in part. vol. III – Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, 1983, pp. 481-511, 511-518; R.MANSELLI, Roberto il Guiscardo e il Papato, in AA.VV., PGNS”, Bari 1973, pp. 167-187; M.FUIANO, La battaglia di Civitate (1053), in ASP 3 (1949), pp. 124-133; E.PETRUCCI, Rapporti di Leone IX con Costantinopoli, in “StudMed,” n.s., XIV (1973) pp.735-831.

[10] Ermanno di Reichenau per esempio addebitò proprio all’innaturale presenza del papa alla testa di un esercito – peraltro composto da una marmaglia a cui erano stati concessi benefici spirituali – la ragione della sconfitta, vista come un castigo di Dio. Cfr. ERMANNO DI REICHENAU, Chronica, ed. E.v. OFELE, in MGH SS V, p.132.

[11] LEONE IX, Epistolae, in PL CXLIII,  coll. 591- 800, in partic. 777-781.

[12] PL CXLIII, 779 B-C-D.

[13] 1 Cor 9, 16b.

[14] Qo 7,4.

[15] PL CXLIII, 778 C-D.

[16] PL CXLIII, 778 C.

[17] Rom 13,3.

[18] PL CXLIII, 778 D-779A

[19] cfr. ERMANNO DI REICHENAU, Cronica cit., p.132.

[20] Cfr. Vita Leonis, ed. A.PONCELET, in Vie et miracles du Pape S.Léon, in AnBoll 25 (1906), pp. 258-296, in partic. p. 286ss, 289ss, 294; GUIBERTO, Vita Leonis IX cit., p. 165; Vita Leonis IX, in S.BORGIA, Memorie istoriche cit., pp. 324ss; BRUNO DI SEGNI, Libellus de Symoniacis, ed. E.DÜMMLER e a., in MGH LibLit, II pp. 546 – 562, in partic. 550ss; De episcopis Eichstetentibus, c.37, ed. L.C.BETHMANN, MGH SS VII, Hannover 1846, pp. 254-267, in partic. p. 265; BONIZONE DI SUTRI, Liber ad Amicum ed. E. DÜMMLER cit., p.589, cfr. anche p .620.

[21] Cfr. KELLY, pp. 398-399, con bibl., e SEPPELT III, pp.32-35. Per le fonti delle relazioni normanno-pontificie cfr. Chronica Monasterii Cassinensis, II, c.81, ed. G.H.PERTZ in MGH SS VII, pp. 222- 730, in partic. p. 684 ss.; Annales Romani, ed. G.H.PERTZ in MGH SS V, Lipsia 1985 (rist.; ed.or.: 1844), pp. 468- 480, in partic. p. 470.

[22] Cfr. KELLY, pp. 400-401, con bibl.; SEPPELT III, pp. 34-38.

[23] Cfr. DESIDERIO DI MONTECASSINO, Dialogi de miraculis Sancti Benedicti, II, c. 22, ed. A.HOFFMEISTER, in MGH SS XXX/2, Lipsia 1976 (rist.; ed. or.: Hannover 1932), pp. 1111-1151, in partic. p. 1128, e Chronica Monasterii Casinensis cit., II, c.75. p. 681.

[24] Il testo è in DEUSDEDIT, Collectio canonum, III, c. 284s., (156s), ed. V.WOLF - V.GLANWELL, Paderborn 1905, p.393; e III, c.288, (159), p. 395; nonchè nel Liber Censuum, ed. P.FABRE-L.DUCHESNE, I, Parigi 1905, p.421, n. 162ss., e p. 93, n. 42.

[25] Cfr. KELLY, pp. 402-406, con bibl. su Niccolò II e Benedetto X; SEPPELT III, pp. 37-50; TRAMONTANA, La monarchia normanna e sveva cit., pp. 496-500.

[26] Fu lì che Roberto ricevette pure il titolo di duca di Sicilia, da ottenersi in futuro con l’aiuto di Dio e di San Pietro. L’intento bellicoso è pertanto fuori luogo, e chiaramente inserito in una cornice spirituale. Sulla conquista della Sicilia cfr. sempre TRAMONTANA, La monarchia normanna e sveva cit., pp. 519-528, con bibl. alle pp. 779-781.

[27] Per la politica militare dei papi Vittore II, Stefano IX, Niccolò II e sull’impresa di Galeria cfr. SIBILIO, Le parole cit., pp. 194; 194-195; 195.

[28] Cfr.KELLY, pp. 407-409, con bibl.; SEPPELT III, pp. 50-64; C.VIOLANTE, s.v., in DBI II, Roma 1960, pp. 176-183, con ulteriore bibl. La teologia bellica di Alessandro, per tutti i casi a cui si farà riferimento, è trattata in SIBILIO, Le parole cit., pp. 195-197; 198-201, con bibl. nell’apparato erudito.