
IL PAPATO, LA CAPITANATA E LA BATTAGLIA
DI CANNE DEL 1018
di Vito Sibilio
La
Capitanata ha visto più volte correre la storia dei popoli e delle nazioni
lungo le sue strade. La vicenda della Battaglia di Canne, come punto di svolta
della Rivolta di Melo, è sicuramente uno di questi percorsi metaforici, nel
quale s’incontrarono le vicende dei potentati dell’epoca e si prepararono
molti dei loro destini, compresi quelli che, dopo secoli, avrebbero definitivamente
riportato il Mezzogiorno nell’orbita dell’Occidente latino, a cui appartiene
naturalmente. Nella vicenda furono protagonisti Bisanzio, l’Impero romano-germanico,
la Santa Sede, i Normanni: ossia i grandi poteri che si contendevano e si
sarebbero contesi l’egemonia sulla nostra regione e su tutto il Meridione,
secondo disegni strategici che però travalicavano di molto i confini di queste
terre. A mio avviso in modo particolare la Curia Romana fece dell’appoggio
a Melo un punto qualificante della sua politica, per svariate ragioni, e considerò
– non a torto – la battaglia di Canne del 1018 un punto di svolta.
Tutti
più o meno conosciamo le vicende generali che portarono alla Battaglia. Nel
1009, poco dopo l’insediamento del nuovo catalano Curcuas
[1]
, in concomitanza di una disastrosa carestia causata da
condizioni climatiche avverse, il fuoco della rivolta divampò in Trani, Bitetto,
Bitonto e nel capoluogo Bari. Capeggia la ribellione Melo (probabilmente diminutivo
di Ismaele), barese ricco e influente, forse di origine armena (come molti
militari e funzionari dell’epoca nel nostro Sud), appartenente presumibilmente
agli ambienti locali greci altolocati – come suggerisce il nome del figlio,
Argiro – ma anche legato all’aristocrazia longobarda – come risulta dalle
sue relazioni politiche e anche dal nome della moglie, Maralda
[2]
. Il ribelle probabilmente caldeggiava uno stato pugliese
autonomo, simile ai principati longobardi, magari ufficialmente inserito ancora
nella formale cornice dell’Impero d’Oriente, come lo erano stati lo Stato
Pontificio e la Repubblica di Venezia agli inizi della loro storia. Qualche
influenza in tal senso può essersi esercitata sin dal 1003, quando la flotta
di Pietro II Orseolo aveva salvato i Baresi dall’ultima grave incursione araba,
quella del qaid siciliano Safi
[3]
. Forse i Baresi, gente di mare, avevano ammirato i risultati
di efficienza raggiunti dai Veneziani, capaci di difendere sé e gli altri
da dei nemici da cui invece gli imperiali non sapevano più tutelarli. Certo
la crisi economica, esasperata dal fiscalismo bizantino, fu la molla della
ribellione. La congiuntura politica internazionale era favorevole all’impresa
per le stesse ragioni per cui era stata possibile la sortita di Safi: l’imperatore
Basilio II (976-1025) era impegnato in una guerra generale contro lo zar bulgaro
Samuele (976-1014), la cui rivolta dilagava in tutti i Balcani. Tale conflitto
non solo dava il cattivo esempio – Samuele era armeno di origine e figlio
di un funzionario imperiale in Macedonia …- ma distoglieva uomini e mezzi
da qualsiasi altro fronte, con uno sforzo che, iniziato nel 976, sarebbe proseguito
sino al 1014. E al momento della ribellione di Melo la guerra balcanica era
in pieno svolgimento.
La
rivolta si allargò alla parte settentrionale della regione, mentre le guarnigioni
di molte città tradirono i Bizantini. In questo contesto, probabilmente non
solo i principi longobardi campani, ma anche il papa Sergio IV (1009-1012)
e il suo patrizio Giovanni II Crescenzio (†1012) fornirono ai rivoltosi il
loro appoggio. Ci si può interrogare su questa scelta politica di Sergio e
Giovanni. Quest’ultimo, infatti, era sempre stato un fautore acceso del partito
bizantino a Roma, contro la fazione filogermanica. Suo zio Giovanni I (†988)
aveva sostenuto l’antipapa Bonifacio VII (973-974; 984-985) contro i papi
ottoniani Benedetto VI (973) e Giovanni XIV (983-984) e aveva infastidito
in ogni modo Giovanni XV (985-996); suo padre Crescenzio II Nomentano (†998)
aveva ancora oppresso il papa e poi concertato, con l’ambasciatore bizantino,
l’elezione dell’antipapa Giovanni XVI (997-998) – il greco-calabrese Giovanni
Filagato – contro il papa sassone Gregorio V (996-999), cugino di Ottone III
(996-1002), e aveva pagato con la vita. Alla morte di Ottone, Giovanni II
si era impadronito della signoria temporale di Roma in qualità di patrizio,
e dal 1003 aveva imposto i suoi candidati al papato: persone degne, ma politicamente
inconsistenti. La prova che in questo periodo Giovanni II si era appoggiato
a Bisanzio sta nel fatto che nel pontificato di Giovanni XVIII (1003-1009)
il patriarca di Costantinopoli Sergio II (1001-1019) fu in comunione con lui,
e il papa potè esercitare una certa influenza persino in Russia. Col papato
di Sergio IV (1009-1012) le cose cambiarono, per ragioni che ci sfuggono.
Sappiamo che Sergio IV inviò un intronistikà
in cui professava la doppia processione dello Spirito Santo. Fu forse questo
a far rompere la comunione tra le Chiese ? Influì sull’atteggiamento della
Curia e del patrizio in relazione alla rivolta di Melo ? Certo Giovanni non
era uomo di sottigliezze teologiche. Ma l’iniziativa della rottura venne da
Bisanzio, sebbene l’intronistikà
fosse provocatoria. Forse Giovanni temeva che una restaurazione bizantina
potesse essere di preludio ad una rinnovata egemonia orientale su Roma, visto
che la rivolta e lo scisma erano iniziati nello stesso anno. Forse temeva
così di perdere quell’autonomia di cui era così geloso. Paventava la fine
del suo dominio, se i tedescofili avessero, in simili circostanze, chiamato
in loro soccorso Enrico II il Santo (1002-1024), a cui lo stesso Sergio guardò
con insistenza nel suo breve papato. Di certo approvò il moderato appoggio
che il pontefice concesse ai ribelli di Melo.
A
loro Bisanzio oppose il nuovo catepano Basilio Mesardonites
[4]
, membro della famiglia imperiale degli Argiri e forse fratello
dello stesso Romano III (1028 – 1034). Egli assediò ed espugnò Bari nel 1011,
costringendo Melo e suo fratello Datto alla fuga
[5]
. Melo si rintanò a Ascoli, e di là raggiunse Benevento,
Salerno e Capua. Datto invece raggiunse lo Stato Pontificio, dove ottenne
una piccola fortezza sul Garigliano. Con questa mossa, il Papato legò esplicitamente
le sue sorti politiche alla rivolta. Infatti qualcosa è cambiato nell’Urbe:
sul soglio è salito Benedetto VIII (1012-1024), Teofilatto dei Conti di Tuscolo.
Egli perseguirà con una nuova consapevolezza la collaborazione con Melo per
la liberazione della Puglia, perché ben più alta è la considerazione che egli
ha del Papato rispetto al predecessore.
Teofilatto
era un laico, e approfittò della morte quasi simultanea di Sergio IV e Giovanni
II per strappare ai Crescenzi il Papato e darlo alla sua famiglia. Ma l’idea
geniale, che lo innalza rispetto ai vari aristocratici romani che nell’ultimo
secolo avevano tentato di soggiogare la Chiesa imponendo i propri candidati,
è quella di fare se stesso pontefice, così da restituire alla Curia il dominio
su Roma – che le toccava de iure – senza però perderlo, anzi acquistando l’autorità
spirituale. Inoltre, facendosi papa e non patrizio, non aveva niente da temere
dai re germanici che, una volta imperatori, toglievano ogni ragione di essere
al patriziato, concepito per durare nelle vacanze del soglio imperiale. Infatti,
da papa Benedetto VIII poteva pretendere la protezione dell’imperatore stesso.
In quale modo poi Benedetto contasse di conservare il potere alla sua famiglia
si vide con le elezioni dei suoi successori: Giovanni XIX (1024-1032) e Benedetto
IX (1032-1045) erano rispettivamente suo fratello e suo nipote.
Anche
Enrico II aveva capito l’opportunità che gli si presentava: poteva raggiungere
la corona imperiale che Giovanni II Crescenzio gli aveva sempre negato, nonostante
la buona volontà dei papi in cattedra. E così, chiamato a pronunziarsi tra
Benedetto e il suo competitore Gregorio VI (1012), legato ai Crescenzi, scelse
il primo.
Benedetto
VIII consolidò il suo potere nello Stato Pontificio, snidando i suoi rivali
crescenziani. Il fatto che abbia concesso a Datto una fortezza strategica
come quella del Garigliano attesta che i legami tra loro erano forti, e che
per il papa la difesa del suo potere temporale era da farsi dai Crescenzi
e dai Bizantini. E questa è una prima ragione che lo spinse verso Melo.
Inoltre
il papa mirava, come dimostra tutto il suo governo, a mettere Roma al centro
politico dell’Italia. Cosa chiaramente incompatibile con una restaurazione
bizantina. Quando Enrico II nel 1014 fu incoronato imperatore, egli giurò
di proteggere la Chiesa, ma non insistette sulla sovranità feudale su Roma.
Benedetto aveva così ridotto al minimo l’influenza germanica sulla città.
Lo stesso pontefice avrebbe poi tessuto un alleanza con Pisa e Genova per
sconfiggere gli Arabi e liberare la Sardegna dal loro dominio (1016). Alleandosi
con l’abbazia di Farfa – nemica dei Crescenzi – e con l’arcivescovo di Ravenna
Arnoldo, fratellastro di Enrico II, il papa aveva assunto il controllo dell’Italia
centrale. Ora doveva solo neutralizzare la concorrenza bizantina, la cui sovranità
sul Mezzogiorno ledeva le rivendicazioni territoriali del Papato.
E
qui veniamo al secondo motivo del suo sostegno a Melo: egli ravvisò nella
sua rivolta la possibilità di estendere la sovranità feudale della Chiesa
verso sud. Da quando Pipino il Breve (751-768) aveva, con la Promissio Carisiaca (754), promesso al Papato tutta l’Italia peninsulare,
la Curia non aveva mai perduto la speranza di impadronirsene. Le promesse
erano state confermate da Carlo Magno e dagli altri imperatori, ma non si
erano mai realizzate. Peraltro gli imperatori della Casa di Sassonia avevano
tentato con le armi di riunire tutta l’Italia sotto il loro dominio, ma inutilmente.
Ora Benedetto cerca di sfruttare l’occasione.
A
quest’interesse non erano inoltre estranee le questioni più strettamente religiose:
sbaglierebbe chi considerasse Benedetto un papa completamente insensibile
a tal genere di questioni. Sebbene non fosse un chierico, e quindi non avesse
una cultura teologica, ebbe buoni consiglieri, e capì bene quali fossero le
poste in gioco con la Chiesa d’Oriente. Anzitutto la dottrina della doppia
processione dello Spirito Santo, affermata dai Latini e negata – almeno sub condicione – dai Greci. Certo la controversia
non poteva essere risolta in battaglia, ma Benedetto nel sinodo del 1014,
presieduto assieme al neo-imperatore Enrico, aveva accettato che il Credo
fosse, secondo l’uso nordico, cantato nella messa e con l’aggiunta del Filioque. Ma larga parte dell’Italia, che
era pur sempre parte del Patriarcato romano e sottoposta all’autorità primaziale
di Roma, non poteva ricevere quest’usanza: era appunto il Mezzogiorno, costretto
a gravitare ecclesiasticamente attorno a Costantinopoli.
Vi
era poi la questione più specificamente giurisdizionale: i Greci andavano
bizantinizzando tutta la regione meridionale, se non in chiave antiromana,
almeno in senso antilongobardo. Quando papa Giovanni XIII (965-972) aveva
elevato Capua e Benevento a sedi metropolitane, il patriarca di Costantinopoli,
ravvisando in questo gesto un sostegno alla politica di Ottone I (962-973)
nel Sud – quale esso era realmente – reagì promuovendo Otranto ad arcidiocesi
ed assegnandole cinque sedi suffraganee e ostacolando in ogni modo le relazioni
tra Roma, la Puglia e la Calabria. L’imperatore Niceforo II Phokas (963-969)
aveva poi nel 968 ordinato al patriarca di contenere al massimo l’influenza
latina in Capitanata
[6]
. Papa Benedetto VII (974-983) – peraltro duramente osteggiato
dall’usurpatore filobizantino Bonifacio VII – aveva reagito elevando Salerno
al rango di arcidiocesi e fondando a Trani una diocesi direttamente sottoposta
alla Santa Sede e svincolata dalla metropoli barese, sottomessa al patriarca
bizantino. Anche queste misure facevano il paio con la politica del nuovo
imperatore Ottone II (973-983). Dal canto loro i Bizantini non stavano con
le mani in mano: proprio in Capitanata si moltiplicano i monasteri di regola
basiliana; già da prima del 1005 promuovono Lucera ad arcidiocesi, unita a
Lesina; a Bari poi il rango ecclesiastico della città viene eguagliato a quello
politico con l’istituzione dell’arcivescovado forse sin dalla metà del X sec.,
ma Roma lo riconobbe probabilmente solo nel 1025, con Giovanni XIX. Di solito
i Greci ottenevano la fedeltà dei presuli latini elevando ad arcidiocesi le
sedi dei capoluoghi, o sottraendo le diocesi ai metropoliti esterni
[7]
.
E’
dunque un complesso di ragioni che spinge Benedetto VIII a tentare l’avventura
del sostegno a Melo, il quale si rianima e tenta nuove mosse. Infatti prima
del 1015 si reca per la prima volta dall’imperatore Enrico II il Santo in
Germania per chiedere aiuto. E’ impossibile che Benedetto VIII non conoscesse
il progetto e non lo approvasse. Quanto potesse sperare che Enrico II aiutasse
in armi Melo non sappiamo, mirando di sicuro ad una propria sovranità feudale.
Ma l’ipotesi non gli poteva essere completamente sgradita, visto che lo Stato
Pontificio era pur sempre un membro separato dell’Impero, e così le sue dipendenze
feudali. L’imperatore accolse Melo
tra i suoi vassalli e lo investì del Ducato di Puglia, ma non gli fornì alcun
aiuto. Tuttavia questi ritornò in Italia, riannodò la congiura insurrezionalista
coi principi longobardi e coi magistrati delle città dissidenti e si procurò
mercenari normanni, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica
italiana. Probabilmente Melo conobbe i primi normanni a Monte Sant’Angelo:
essi, di ritorno dalla Terra Santa, erano in pellegrinaggio presso lo speco
micaelico, e si lasciarono persuadere a procurare aiuti alla causa dei ribelli,
promettendo di ritornare dalla Normandia con una nutrita falange di cavalieri.
Questo
approccio fu senz’altro conosciuto e approvato dalla Curia, cioè da Benedetto,
che s ne servì per fornire a Melo quegli aiuti che Enrico non aveva dato,
e per renderlo così debitore. I Normanni dovettero passare per Roma al fine
di tornare in Normandia. Qui il papa dovette caldeggiare la causa di Melo.
In qualche modo potrebbe aver fornito delle credenziali. Forse fu lui stesso
a favorire l’abboccamento tra Melo e i guerrieri erranti. Ben esperto di cose
militari, Benedetto sapeva che i Normanni potevano essere ottimi mercenari.
Quello che non sapeva era che potevano essere anche abili politici…e avrebbero
tratto partito buono dal loro ingresso sulla scena del Sud Italia.
Circa
un anno dopo, la schiera dei mercenari passò per Roma, dove Benedetto VIII
la benedisse: segno inequivocabile di approvazione e incoraggiamento. Esso
appare come uno di quei gesti simbolici con cui l’XI sec. si va preparando,
più o meno consapevolmente, alle Crociate. Del resto Benedetto, con le sue
azioni più che con le sue riflessioni, preparò molte iniziative belliche del
Papato riformatore, destinate a loro volta a confluire nella teoria e nella
prassi delle Crociate.
Della
schiera normanna, una parte raggiunge Guaimaro di Salerno, un’altra Melo a
Capua, che con loro da lì mosse verso la Capitanata nella primavera del 1017.
Qui avvennero gli episodi bellici più significativi di questa seconda fase
della sua rivolta: sconfissee i Bizantini ad Arènola presso il Fortore, a
Civitate, a Vaccarizza presso Troia
[8]
. Erano tutti centri di notevole importanza strategica,
per cui Melo si aprì così la strada fino a Trani. Ma Bisanzio inviò il nuovo
catepano Basilio Boioannes
[9]
, che riprese molte città ribelli e ingaggiò a Canne la
battaglia decisiva, nel 1018. La città che aveva visto la sconfitta di Roma,
vide anche quella di Melo, a cui i Bizantini decimarono i Normanni. Melo fuggì
a nord, per raggiungere di nuovo Enrico II. Il fratello Datto fu invece assediato
al Garigliano da Basilio, fatto prigioniero, portato a Bari e gettato in mare
legato in un sacco come traditore. La costa pugliese ritornò sotto i Bizantini,
che avevano potuto contare sulla fedeltà di alcuni centri dell’interno, come
Troia.
La
sconfitta dei ribelli ebbe naturalmente il suo contraccolpo anche in Laterano.
Già l’arrivo delle truppe bizantine al Garigliano era una minaccia all’indipendenza
dello Stato Pontificio. Inoltre, la rioccupazione della Capitanata appariva
stabile, per cui l’indomito papa decise di recarsi in Germania lui stesso
per chiedere sostegno a Enrico II. Questi lo aveva già invitato in Germania
nel Sinodo di Ravenna del 1014; ora Benedetto VIII poteva aderire all’invito,
col pretesto di accontentare il sovrano, e allontanandosi da eventuali pericoli.
Il
suo arrivo in Germania suscitò una grande impressione: mai nessun predecessore
vi era stato, e l’ultimo papa in viaggio era stato Giovanni VIII (872-882),
in Francia. Benedetto incontrò Enrico a Bamberga nella pasqua del 1020, quando
il sovrano ripromulgò, a vantaggio della Chiesa, il Privilegium Othonis del 962, in cui i diritti pontifici sul Mezzogiorno
erano ribaditi. Ma era ribadita anche la sovranità dell’imperatore: la battaglia
di Canne aveva creato un fatto nuovo, in quanto aveva esaurito lo spazio di
manovra del Papato. Probabilmente Benedetto deve essersi accorto di quanto
prudente era stata la politica di Enrico con Melo nella sua prima visita:
gli aveva dato una copertura giuridica ma non sostegni. Se la rivolta fosse
andata a buon fine, la corona germanica ne avrebbe tratto vantaggio, estendendo
la propria sovranità sul Meridione; se fosse andata male, i rapporti col Bosforo
non ne avrebbero risentito. Enrico aveva lasciato al Papato, più direttamente
e tradizionalmente coinvolto nella politica meridionale, un ruolo maggiore,
riservandosi al momento opportuno di mettere il cappello su una sua eventuale
vittoria o di defilarsi da una sua sconfitta, avendo sempre l’autorevolezza
per proteggerlo da eventuali eccessi bizantini. Ora il papa doveva coinvolgere
Enrico nella vicenda: non poteva accettare un simile smacco, né che la corte
germanica ne uscisse indenne, dopo tutti i suoi maneggi dietro le quinte.
Melo, che aveva raggiunto Enrico prima di Benedetto, e lo aveva scongiurato
di scendere in Italia ad aiutarlo, era morto a Bamberga nel 1020. Ma il pontefice
non aveva intenzione di cedere, e alla fine Enrico, convinto da lui, decise
di ricalcare le orme di Ottone I e Ottone II. La differenza sta nel fatto
che quelli avevano preso l’iniziativa spontaneamente, imponendola ai papi;
ora era un papa a prospettare all’imperatore i vantaggi di questa spedizione.
Enrico
scese in Italia nel 1021, accompagnato dal pontefice; fino al 1022 condusse
tuttavia una campagna inutile contro Bisanzio, essenzialmente in Capitanata,
culminata in un estenuante assedio di Troia, poi abbandonata dopo tre mesi.
Enrico ritornò così in Germania, avendo soltanto restaurato lo status quo.
Cosa
guadagnò Benedetto VIII da questa impresa ? Un po’ poco, in verità. L’unico
successo significativo fu la salvaguardia dello Stato della Chiesa e il contenimento
dell’espansione bizantina. Era sicuramente importante, ma di gran lunga inferiore
a quanto sperato. Dell’estensione dei domini papali a Sud non si fece nulla.
Inoltre, l’influenza bizantina sulle diocesi meridionali aumentò: Basilio
Boioannes scisse la sede di Siponto da quella di Benevento, facendola archidiocesi
a sé, e costituendo diverse nuove sedi episcopali. La sede principalmente
favorita dal processo di ricostruzione fu Troia. Fortificò inoltre molte altre
città, sedi spesso anch’esse di vescovi: oltre Troia, Dragonara, Civitate,
Castel Fiorentino. Tuttavia queste misure furono più orientate contro i Longobardi
che contro il Papato: evidentemente Basilio non considerava più la Curia una
minaccia politica –essendo stato umiliato persino l’imperatore germanico –
e temeva invece le connivenze tra i principi di Benevento, Salerno e Capua
e i loro connazionali sudditi di Bisanzio. Inoltre la latinità era molto radicata
nel popolo, per cui era sconsigliabile, proprio per scongiurare altri torbidi,
imporre un distacco da Roma. Ragion per cui le sedi della Capitanata non ebbero
impedimenti nelle relazioni con il papa, e Boioannes gli chiese di difenderne
l’autonomia dalle mire del metropolita di Benevento. I risultati non tardarono
a farsi vedere: il riordinamento brasiliano dell’assetto ecclesiastico avvenne
tra il 1018 e il 1024, anno della morte di Benedetto VIII, e comportò una
coesistenza abbastanza tranquilla tra Roma, governo bizantino e vescovi latini.
Questi furono poi leali sudditi dell’imperatore d’Oriente. In buona sostanza,
se la bizantinocrazia determinò l’assetto ecclesiastico, il primato papale
non ne fu indebolito maggiormente. Ma questo fu più merito del tatto di Boioannes
che della bellicosità di Benedetto.
Questi
poi dovette pagare un prezzo di cui probabilmente non valutò l’onerosità:
anche il suo nome fu escluso dai dittici dal patriarca di Costantinopoli Sergio
II. Sia la questione del Filioque
che la politica militare del papa debbono aver influito. Né Roma né Costantinopoli
erano molto sensibili al problema dell’unità canonica: la rompevano facilmente,
e facilmente la posponevano ad altre priorità, anche politiche. Insensibilmente
si scivolava verso l’irreparabile scisma del 1054.
Gli
unici che guadagnarono veramente da tutto questo furono i Normanni. Essi non
smisero più di guerreggiare nel Mezzogiorno, schierandosi con altri ribelli
antibizantini o patrocinando in proprio le rivolte, fino a minacciare gli
stessi vecchi alleati del 1018: Longobardi e Papato. La brusca inversione
di rotta della Chiesa, che tentò allora di combatterli a Civitate, non servì
a nulla, e non impedì l’ascesa progressiva del loro dominio, culminata a Melfi
nel 1058, con l’accordo col Papato e a Bari nel 1071, con la conquista della
città e l’estromissione di Bisanzio dall’Italia dopo cinquecento anni. Solo
per i Normanni la sconfitta di Canne fu vittoriosa, e aprì loro le strade
del futuro.
[1]
Su Curcuas cfr. P.CORSI, Ai confini dell’Impero – Bisanzio e la Puglia dal VI all’XI secolo,
Bari 2002, pp. 17. 32. 120. 218.
[2]
Su Melo e la sua rivolta
cfr. P.CORSI, Ai confini cit., pp. 6. 7. 30. 54. 120.
122. 129-131. 133. 135. 190. 212. 249. 256. 276.
[3]
Su Pietro II e i suoi
rapporti con Bari e la Puglia cfr. CORSI, Ai confini cit., pp. 51. 116.
118. 120-121. 126. 127; su Safi, pp. 51. 115.
[4]
Cfr. su di lui CORSI, Ai confini cit., pp. 16. 32. 195.
[5]
Su Datto cfr. CORSI, Ai confini cit., p. 129.
[6] Cfr. CORSI, Ai confini cit., p.194.
[7] Cfr. CORSI, Ai confini cit., pp. 122. 194-199.
[8] Per queste città sotto i Bizantini cfr. CORSI, Ai confini cit., per Civitate: pp. 7. 12. 140. 191-192. 198. 217. 249. 256. 276; per Vaccarizza, p. 15; per Troia, pp. 15-16. 37. 129. 149 -150. 164-165. 183. 187. 191-192. 194-195. 198-199. 229, 265, 271, 276.
[9]
Su di lui CORSI, Ai
confini cit., pp. 9. 15. 17. 129. 130. 133. 190-192. 195. 198. 213.
216. 218. 247-248. 256. 276.