Saggi-Essays

 

IL PAPATO, LA CAPITANATA E LA BATTAGLIA DI CANNE DEL 1018

 

di Vito Sibilio

 

 

La Capitanata ha visto più volte correre la storia dei popoli e delle nazioni lungo le sue strade. La vicenda della Battaglia di Canne, come punto di svolta della Rivolta di Melo, è sicuramente uno di questi percorsi metaforici, nel quale s’incontrarono le vicende dei potentati dell’epoca e si prepararono molti dei loro destini, compresi quelli che, dopo secoli, avrebbero definitivamente riportato il Mezzogiorno nell’orbita dell’Occidente latino, a cui appartiene naturalmente. Nella vicenda furono protagonisti Bisanzio, l’Impero romano-germanico, la Santa Sede, i Normanni: ossia i grandi poteri che si contendevano e si sarebbero contesi l’egemonia sulla nostra regione e su tutto il Meridione, secondo disegni strategici che però travalicavano di molto i confini di queste terre. A mio avviso in modo particolare la Curia Romana fece dell’appoggio a Melo un punto qualificante della sua politica, per svariate ragioni, e considerò – non a torto – la battaglia di Canne del 1018 un punto di svolta.

Tutti più o meno conosciamo le vicende generali che portarono alla Battaglia. Nel 1009, poco dopo l’insediamento del nuovo catalano Curcuas [1] , in concomitanza di una disastrosa carestia causata da condizioni climatiche avverse, il fuoco della rivolta divampò in Trani, Bitetto, Bitonto e nel capoluogo Bari. Capeggia la ribellione Melo (probabilmente diminutivo di Ismaele), barese ricco e influente, forse di origine armena (come molti militari e funzionari dell’epoca nel nostro Sud), appartenente presumibilmente agli ambienti locali greci altolocati – come suggerisce il nome del figlio, Argiro – ma anche legato all’aristocrazia longobarda – come risulta dalle sue relazioni politiche e anche dal nome della moglie, Maralda [2] . Il ribelle probabilmente caldeggiava uno stato pugliese autonomo, simile ai principati longobardi, magari ufficialmente inserito ancora nella formale cornice dell’Impero d’Oriente, come lo erano stati lo Stato Pontificio e la Repubblica di Venezia agli inizi della loro storia. Qualche influenza in tal senso può essersi esercitata sin dal 1003, quando la flotta di Pietro II Orseolo aveva salvato i Baresi dall’ultima grave incursione araba, quella del qaid siciliano Safi [3] . Forse i Baresi, gente di mare, avevano ammirato i risultati di efficienza raggiunti dai Veneziani, capaci di difendere sé e gli altri da dei nemici da cui invece gli imperiali non sapevano più tutelarli. Certo la crisi economica, esasperata dal fiscalismo bizantino, fu la molla della ribellione. La congiuntura politica internazionale era favorevole all’impresa per le stesse ragioni per cui era stata possibile la sortita di Safi: l’imperatore Basilio II (976-1025) era impegnato in una guerra generale contro lo zar bulgaro Samuele (976-1014), la cui rivolta dilagava in tutti i Balcani. Tale conflitto non solo dava il cattivo esempio – Samuele era armeno di origine e figlio di un funzionario imperiale in Macedonia …- ma distoglieva uomini e mezzi da qualsiasi altro fronte, con uno sforzo che, iniziato nel 976, sarebbe proseguito sino al 1014. E al momento della ribellione di Melo la guerra balcanica era in pieno svolgimento.

La rivolta si allargò alla parte settentrionale della regione, mentre le guarnigioni di molte città tradirono i Bizantini. In questo contesto, probabilmente non solo i principi longobardi campani, ma anche il papa Sergio IV (1009-1012) e il suo patrizio Giovanni II Crescenzio (†1012) fornirono ai rivoltosi il loro appoggio. Ci si può interrogare su questa scelta politica di Sergio e Giovanni. Quest’ultimo, infatti, era sempre stato un fautore acceso del partito bizantino a Roma, contro la fazione filogermanica. Suo zio Giovanni I (†988) aveva sostenuto l’antipapa Bonifacio VII (973-974; 984-985) contro i papi ottoniani Benedetto VI (973) e Giovanni XIV (983-984) e aveva infastidito in ogni modo Giovanni XV (985-996); suo padre Crescenzio II Nomentano (†998) aveva ancora oppresso il papa e poi concertato, con l’ambasciatore bizantino, l’elezione dell’antipapa Giovanni XVI (997-998) – il greco-calabrese Giovanni Filagato – contro il papa sassone Gregorio V (996-999), cugino di Ottone III (996-1002), e aveva pagato con la vita. Alla morte di Ottone, Giovanni II si era impadronito della signoria temporale di Roma in qualità di patrizio, e dal 1003 aveva imposto i suoi candidati al papato: persone degne, ma politicamente inconsistenti. La prova che in questo periodo Giovanni II si era appoggiato a Bisanzio sta nel fatto che nel pontificato di Giovanni XVIII (1003-1009) il patriarca di Costantinopoli Sergio II (1001-1019) fu in comunione con lui, e il papa potè esercitare una certa influenza persino in Russia. Col papato di Sergio IV (1009-1012) le cose cambiarono, per ragioni che ci sfuggono. Sappiamo che Sergio IV inviò un intronistikà in cui professava la doppia processione dello Spirito Santo. Fu forse questo a far rompere la comunione tra le Chiese ? Influì sull’atteggiamento della Curia e del patrizio in relazione alla rivolta di Melo ? Certo Giovanni non era uomo di sottigliezze teologiche. Ma l’iniziativa della rottura venne da Bisanzio, sebbene l’intronistikà fosse provocatoria. Forse Giovanni temeva che una restaurazione bizantina potesse essere di preludio ad una rinnovata egemonia orientale su Roma, visto che la rivolta e lo scisma erano iniziati nello stesso anno. Forse temeva così di perdere quell’autonomia di cui era così geloso. Paventava la fine del suo dominio, se i tedescofili avessero, in simili circostanze, chiamato in loro soccorso Enrico II il Santo (1002-1024), a cui lo stesso Sergio guardò con insistenza nel suo breve papato. Di certo approvò il moderato appoggio che il pontefice concesse ai ribelli di Melo.

A loro Bisanzio oppose il nuovo catepano Basilio Mesardonites [4] , membro della famiglia imperiale degli Argiri e forse fratello dello stesso Romano III (1028 – 1034). Egli assediò ed espugnò Bari nel 1011, costringendo Melo e suo fratello Datto alla fuga [5] . Melo si rintanò a Ascoli, e di là raggiunse Benevento, Salerno e Capua. Datto invece raggiunse lo Stato Pontificio, dove ottenne una piccola fortezza sul Garigliano. Con questa mossa, il Papato legò esplicitamente le sue sorti politiche alla rivolta. Infatti qualcosa è cambiato nell’Urbe: sul soglio è salito Benedetto VIII (1012-1024), Teofilatto dei Conti di Tuscolo. Egli perseguirà con una nuova consapevolezza la collaborazione con Melo per la liberazione della Puglia, perché ben più alta è la considerazione che egli ha del Papato rispetto al predecessore.

Teofilatto era un laico, e approfittò della morte quasi simultanea di Sergio IV e Giovanni II per strappare ai Crescenzi il Papato e darlo alla sua famiglia. Ma l’idea geniale, che lo innalza rispetto ai vari aristocratici romani che nell’ultimo secolo avevano tentato di soggiogare la Chiesa imponendo i propri candidati, è quella di fare se stesso pontefice, così da restituire alla Curia il dominio su Roma – che le toccava de iure – senza però perderlo, anzi acquistando l’autorità spirituale. Inoltre, facendosi papa e non patrizio, non aveva niente da temere dai re germanici che, una volta imperatori, toglievano ogni ragione di essere al patriziato, concepito per durare nelle vacanze del soglio imperiale. Infatti, da papa Benedetto VIII poteva pretendere la protezione dell’imperatore stesso. In quale modo poi Benedetto contasse di conservare il potere alla sua famiglia si vide con le elezioni dei suoi successori: Giovanni XIX (1024-1032) e Benedetto IX (1032-1045) erano rispettivamente suo fratello e suo nipote.

Anche Enrico II aveva capito l’opportunità che gli si presentava: poteva raggiungere la corona imperiale che Giovanni II Crescenzio gli aveva sempre negato, nonostante la buona volontà dei papi in cattedra. E così, chiamato a pronunziarsi tra Benedetto e il suo competitore Gregorio VI (1012), legato ai Crescenzi, scelse il primo.

Benedetto VIII consolidò il suo potere nello Stato Pontificio, snidando i suoi rivali crescenziani. Il fatto che abbia concesso a Datto una fortezza strategica come quella del Garigliano attesta che i legami tra loro erano forti, e che per il papa la difesa del suo potere temporale era da farsi dai Crescenzi e dai Bizantini. E questa è una prima ragione che lo spinse verso Melo.

Inoltre il papa mirava, come dimostra tutto il suo governo, a mettere Roma al centro politico dell’Italia. Cosa chiaramente incompatibile con una restaurazione bizantina. Quando Enrico II nel 1014 fu incoronato imperatore, egli giurò di proteggere la Chiesa, ma non insistette sulla sovranità feudale su Roma. Benedetto aveva così ridotto al minimo l’influenza germanica sulla città. Lo stesso pontefice avrebbe poi tessuto un alleanza con Pisa e Genova per sconfiggere gli Arabi e liberare la Sardegna dal loro dominio (1016). Alleandosi con l’abbazia di Farfa – nemica dei Crescenzi – e con l’arcivescovo di Ravenna Arnoldo, fratellastro di Enrico II, il papa aveva assunto il controllo dell’Italia centrale. Ora doveva solo neutralizzare la concorrenza bizantina, la cui sovranità sul Mezzogiorno ledeva le rivendicazioni territoriali del Papato.

E qui veniamo al secondo motivo del suo sostegno a Melo: egli ravvisò nella sua rivolta la possibilità di estendere la sovranità feudale della Chiesa verso sud. Da quando Pipino il Breve (751-768) aveva, con la Promissio Carisiaca (754), promesso al Papato tutta l’Italia peninsulare, la Curia non aveva mai perduto la speranza di impadronirsene. Le promesse erano state confermate da Carlo Magno e dagli altri imperatori, ma non si erano mai realizzate. Peraltro gli imperatori della Casa di Sassonia avevano tentato con le armi di riunire tutta l’Italia sotto il loro dominio, ma inutilmente. Ora Benedetto cerca di sfruttare l’occasione.

A quest’interesse non erano inoltre estranee le questioni più strettamente religiose: sbaglierebbe chi considerasse Benedetto un papa completamente insensibile a tal genere di questioni. Sebbene non fosse un chierico, e quindi non avesse una cultura teologica, ebbe buoni consiglieri, e capì bene quali fossero le poste in gioco con la Chiesa d’Oriente. Anzitutto la dottrina della doppia processione dello Spirito Santo, affermata dai Latini e negata – almeno sub condicione – dai Greci. Certo la controversia non poteva essere risolta in battaglia, ma Benedetto nel sinodo del 1014, presieduto assieme al neo-imperatore Enrico, aveva accettato che il Credo fosse, secondo l’uso nordico, cantato nella messa e con l’aggiunta del Filioque. Ma larga parte dell’Italia, che era pur sempre parte del Patriarcato romano e sottoposta all’autorità primaziale di Roma, non poteva ricevere quest’usanza: era appunto il Mezzogiorno, costretto a gravitare ecclesiasticamente attorno a Costantinopoli.

Vi era poi la questione più specificamente giurisdizionale: i Greci andavano bizantinizzando tutta la regione meridionale, se non in chiave antiromana, almeno in senso antilongobardo. Quando papa Giovanni XIII (965-972) aveva elevato Capua e Benevento a sedi metropolitane, il patriarca di Costantinopoli, ravvisando in questo gesto un sostegno alla politica di Ottone I (962-973) nel Sud – quale esso era realmente – reagì promuovendo Otranto ad arcidiocesi ed assegnandole cinque sedi suffraganee e ostacolando in ogni modo le relazioni tra Roma, la Puglia e la Calabria. L’imperatore Niceforo II Phokas (963-969) aveva poi nel 968 ordinato al patriarca di contenere al massimo l’influenza latina in Capitanata [6] . Papa Benedetto VII (974-983) – peraltro duramente osteggiato dall’usurpatore filobizantino Bonifacio VII – aveva reagito elevando Salerno al rango di arcidiocesi e fondando a Trani una diocesi direttamente sottoposta alla Santa Sede e svincolata dalla metropoli barese, sottomessa al patriarca bizantino. Anche queste misure facevano il paio con la politica del nuovo imperatore Ottone II (973-983). Dal canto loro i Bizantini non stavano con le mani in mano: proprio in Capitanata si moltiplicano i monasteri di regola basiliana; già da prima del 1005 promuovono Lucera ad arcidiocesi, unita a Lesina; a Bari poi il rango ecclesiastico della città viene eguagliato a quello politico con l’istituzione dell’arcivescovado forse sin dalla metà del X sec., ma Roma lo riconobbe probabilmente solo nel 1025, con Giovanni XIX. Di solito i Greci ottenevano la fedeltà dei presuli latini elevando ad arcidiocesi le sedi dei capoluoghi, o sottraendo le diocesi ai metropoliti esterni [7] .

E’ dunque un complesso di ragioni che spinge Benedetto VIII a tentare l’avventura del sostegno a Melo, il quale si rianima e tenta nuove mosse. Infatti prima del 1015 si reca per la prima volta dall’imperatore Enrico II il Santo in Germania per chiedere aiuto. E’ impossibile che Benedetto VIII non conoscesse il progetto e non lo approvasse. Quanto potesse sperare che Enrico II aiutasse in armi Melo non sappiamo, mirando di sicuro ad una propria sovranità feudale. Ma l’ipotesi non gli poteva essere completamente sgradita, visto che lo Stato Pontificio era pur sempre un membro separato dell’Impero, e così le sue dipendenze feudali.  L’imperatore accolse Melo tra i suoi vassalli e lo investì del Ducato di Puglia, ma non gli fornì alcun aiuto. Tuttavia questi ritornò in Italia, riannodò la congiura insurrezionalista coi principi longobardi e coi magistrati delle città dissidenti e si procurò mercenari normanni, che fecero così la loro comparsa sulla scena politica italiana. Probabilmente Melo conobbe i primi normanni a Monte Sant’Angelo: essi, di ritorno dalla Terra Santa, erano in pellegrinaggio presso lo speco micaelico, e si lasciarono persuadere a procurare aiuti alla causa dei ribelli, promettendo di ritornare dalla Normandia con una nutrita falange di cavalieri.

Questo approccio fu senz’altro conosciuto e approvato dalla Curia, cioè da Benedetto, che s ne servì per fornire a Melo quegli aiuti che Enrico non aveva dato, e per renderlo così debitore. I Normanni dovettero passare per Roma al fine di tornare in Normandia. Qui il papa dovette caldeggiare la causa di Melo. In qualche modo potrebbe aver fornito delle credenziali. Forse fu lui stesso a favorire l’abboccamento tra Melo e i guerrieri erranti. Ben esperto di cose militari, Benedetto sapeva che i Normanni potevano essere ottimi mercenari. Quello che non sapeva era che potevano essere anche abili politici…e avrebbero tratto partito buono dal loro ingresso sulla scena del Sud Italia.

Circa un anno dopo, la schiera dei mercenari passò per Roma, dove Benedetto VIII la benedisse: segno inequivocabile di approvazione e incoraggiamento. Esso appare come uno di quei gesti simbolici con cui l’XI sec. si va preparando, più o meno consapevolmente, alle Crociate. Del resto Benedetto, con le sue azioni più che con le sue riflessioni, preparò molte iniziative belliche del Papato riformatore, destinate a loro volta a confluire nella teoria e nella prassi delle Crociate.

Della schiera normanna, una parte raggiunge Guaimaro di Salerno, un’altra Melo a Capua, che con loro da lì mosse verso la Capitanata nella primavera del 1017. Qui avvennero gli episodi bellici più significativi di questa seconda fase della sua rivolta: sconfissee i Bizantini ad Arènola presso il Fortore, a Civitate, a Vaccarizza presso Troia [8] . Erano tutti centri di notevole importanza strategica, per cui Melo si aprì così la strada fino a Trani. Ma Bisanzio inviò il nuovo catepano Basilio Boioannes [9] , che riprese molte città ribelli e ingaggiò a Canne la battaglia decisiva, nel 1018. La città che aveva visto la sconfitta di Roma, vide anche quella di Melo, a cui i Bizantini decimarono i Normanni. Melo fuggì a nord, per raggiungere di nuovo Enrico II. Il fratello Datto fu invece assediato al Garigliano da Basilio, fatto prigioniero, portato a Bari e gettato in mare legato in un sacco come traditore. La costa pugliese ritornò sotto i Bizantini, che avevano potuto contare sulla fedeltà di alcuni centri dell’interno, come Troia.

La sconfitta dei ribelli ebbe naturalmente il suo contraccolpo anche in Laterano. Già l’arrivo delle truppe bizantine al Garigliano era una minaccia all’indipendenza dello Stato Pontificio. Inoltre, la rioccupazione della Capitanata appariva stabile, per cui l’indomito papa decise di recarsi in Germania lui stesso per chiedere sostegno a Enrico II. Questi lo aveva già invitato in Germania nel Sinodo di Ravenna del 1014; ora Benedetto VIII poteva aderire all’invito, col pretesto di accontentare il sovrano, e allontanandosi da eventuali pericoli.

Il suo arrivo in Germania suscitò una grande impressione: mai nessun predecessore vi era stato, e l’ultimo papa in viaggio era stato Giovanni VIII (872-882), in Francia. Benedetto incontrò Enrico a Bamberga nella pasqua del 1020, quando il sovrano ripromulgò, a vantaggio della Chiesa, il Privilegium Othonis del 962, in cui i diritti pontifici sul Mezzogiorno erano ribaditi. Ma era ribadita anche la sovranità dell’imperatore: la battaglia di Canne aveva creato un fatto nuovo, in quanto aveva esaurito lo spazio di manovra del Papato. Probabilmente Benedetto deve essersi accorto di quanto prudente era stata la politica di Enrico con Melo nella sua prima visita: gli aveva dato una copertura giuridica ma non sostegni. Se la rivolta fosse andata a buon fine, la corona germanica ne avrebbe tratto vantaggio, estendendo la propria sovranità sul Meridione; se fosse andata male, i rapporti col Bosforo non ne avrebbero risentito. Enrico aveva lasciato al Papato, più direttamente e tradizionalmente coinvolto nella politica meridionale, un ruolo maggiore, riservandosi al momento opportuno di mettere il cappello su una sua eventuale vittoria o di defilarsi da una sua sconfitta, avendo sempre l’autorevolezza per proteggerlo da eventuali eccessi bizantini. Ora il papa doveva coinvolgere Enrico nella vicenda: non poteva accettare un simile smacco, né che la corte germanica ne uscisse indenne, dopo tutti i suoi maneggi dietro le quinte. Melo, che aveva raggiunto Enrico prima di Benedetto, e lo aveva scongiurato di scendere in Italia ad aiutarlo, era morto a Bamberga nel 1020. Ma il pontefice non aveva intenzione di cedere, e alla fine Enrico, convinto da lui, decise di ricalcare le orme di Ottone I e Ottone II. La differenza sta nel fatto che quelli avevano preso l’iniziativa spontaneamente, imponendola ai papi; ora era un papa a prospettare all’imperatore i vantaggi di questa spedizione.

Enrico scese in Italia nel 1021, accompagnato dal pontefice; fino al 1022 condusse tuttavia una campagna inutile contro Bisanzio, essenzialmente in Capitanata, culminata in un estenuante assedio di Troia, poi abbandonata dopo tre mesi. Enrico ritornò così in Germania, avendo soltanto restaurato lo status quo.

Cosa guadagnò Benedetto VIII da questa impresa ? Un po’ poco, in verità. L’unico successo significativo fu la salvaguardia dello Stato della Chiesa e il contenimento dell’espansione bizantina. Era sicuramente importante, ma di gran lunga inferiore a quanto sperato. Dell’estensione dei domini papali a Sud non si fece nulla. Inoltre, l’influenza bizantina sulle diocesi meridionali aumentò: Basilio Boioannes scisse la sede di Siponto da quella di Benevento, facendola archidiocesi a sé, e costituendo diverse nuove sedi episcopali. La sede principalmente favorita dal processo di ricostruzione fu Troia. Fortificò inoltre molte altre città, sedi spesso anch’esse di vescovi: oltre Troia, Dragonara, Civitate, Castel Fiorentino. Tuttavia queste misure furono più orientate contro i Longobardi che contro il Papato: evidentemente Basilio non considerava più la Curia una minaccia politica –essendo stato umiliato persino l’imperatore germanico – e temeva invece le connivenze tra i principi di Benevento, Salerno e Capua e i loro connazionali sudditi di Bisanzio. Inoltre la latinità era molto radicata nel popolo, per cui era sconsigliabile, proprio per scongiurare altri torbidi, imporre un distacco da Roma. Ragion per cui le sedi della Capitanata non ebbero impedimenti nelle relazioni con il papa, e Boioannes gli chiese di difenderne l’autonomia dalle mire del metropolita di Benevento. I risultati non tardarono a farsi vedere: il riordinamento brasiliano dell’assetto ecclesiastico avvenne tra il 1018 e il 1024, anno della morte di Benedetto VIII, e comportò una coesistenza abbastanza tranquilla tra Roma, governo bizantino e vescovi latini. Questi furono poi leali sudditi dell’imperatore d’Oriente. In buona sostanza, se la bizantinocrazia determinò l’assetto ecclesiastico, il primato papale non ne fu indebolito maggiormente. Ma questo fu più merito del tatto di Boioannes che della bellicosità di Benedetto.

Questi poi dovette pagare un prezzo di cui probabilmente non valutò l’onerosità: anche il suo nome fu escluso dai dittici dal patriarca di Costantinopoli Sergio II. Sia la questione del Filioque che la politica militare del papa debbono aver influito. Né Roma né Costantinopoli erano molto sensibili al problema dell’unità canonica: la rompevano facilmente, e facilmente la posponevano ad altre priorità, anche politiche. Insensibilmente si scivolava verso l’irreparabile scisma del 1054.

Gli unici che guadagnarono veramente da tutto questo furono i Normanni. Essi non smisero più di guerreggiare nel Mezzogiorno, schierandosi con altri ribelli antibizantini o patrocinando in proprio le rivolte, fino a minacciare gli stessi vecchi alleati del 1018: Longobardi e Papato. La brusca inversione di rotta della Chiesa, che tentò allora di combatterli a Civitate, non servì a nulla, e non impedì l’ascesa progressiva del loro dominio, culminata a Melfi nel 1058, con l’accordo col Papato e a Bari nel 1071, con la conquista della città e l’estromissione di Bisanzio dall’Italia dopo cinquecento anni. Solo per i Normanni la sconfitta di Canne fu vittoriosa, e aprì loro le strade del futuro.



[1] Su Curcuas cfr. P.CORSI, Ai confini dell’Impero – Bisanzio e la Puglia dal VI all’XI secolo, Bari 2002, pp. 17. 32. 120. 218.

[2] Su Melo e la sua rivolta cfr. P.CORSI, Ai confini cit., pp. 6. 7. 30. 54. 120. 122. 129-131. 133. 135. 190. 212. 249. 256. 276.

[3] Su Pietro II e i suoi rapporti con Bari e la Puglia cfr. CORSI, Ai confini cit., pp. 51. 116. 118. 120-121. 126. 127; su Safi, pp. 51. 115.

[4] Cfr. su di lui CORSI, Ai confini cit., pp. 16. 32. 195.

[5] Su Datto cfr. CORSI, Ai confini cit., p. 129.

[6] Cfr. CORSI, Ai confini cit., p.194.

[7] Cfr. CORSI, Ai confini cit., pp. 122. 194-199.

[8] Per queste città sotto i Bizantini cfr. CORSI, Ai confini cit., per Civitate: pp. 7. 12. 140. 191-192. 198. 217. 249. 256. 276; per Vaccarizza, p. 15; per Troia, pp. 15-16. 37. 129. 149 -150. 164-165. 183. 187. 191-192. 194-195. 198-199. 229, 265, 271, 276.

[9] Su di lui CORSI, Ai confini cit., pp. 9. 15. 17. 129. 130. 133. 190-192. 195. 198. 213. 216. 218. 247-248. 256. 276.

 

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