LA
BATTAGLIA DI CIVITATE E LA FORMAZIONE DELL’IDEA
DI CROCIATA
di
Vito Sibilio
©2004
The Vatican Files.net
L’idea
di Crociata, che tanto influsso ha esercitato sulla storia medievale e moderna,
adattandosi ad essere uno strumento polimorfo capace di sortire i più svariati
obiettivi, ha avuto una storia complessa, nella quale temi e luoghi teologici
preesistenti, in teologie belliche anteriori, vennero ricomposti in un nuovo
ordine, fino a raggiungere quella struttura definitiva che permise a Urbano II di bandire con successo l’impresa di Clermont.Questa gestazione passò attraverso numerose
fasi, accadute in secoli diversi, che ebbero appunto come sbocco – anche
se non pianificato – il bando del 1095, e una di queste fasi è il pontificato
di Leone IX, riconducibile a un clima preciso di trasformazioni religiose, in cui il rinnovamento
dei rapporti teorici tra fede e violenza è un punto programmaticamente perseguito. Esso è uno snodo: la tradizione
della teologia bellica antisaracena del papato nei secc. VIII – X, a sua
volta debitrice a quella antilongobarda del sec.
VIII, confluisce nel magistero di Leone IX per poi trapassare in quello
dei riformatori successivi. Con essi, la teologia
tenta poi di sacralizzare più tipologie belliche,
senza grande successo – si pensi agli sforzi di Alessandro II e Gregorio
VII, contro eretici, scismatici, infedeli – fino poi a concepire la Crociata,
che realizzò questa riunificazione delle varie forme di guerra per la fede,
attraverso il sistema della commutazione dei voti. Il tutto, nel
quadro di una riforma ecclesiologica profonda.In
effetti, papa Urbano II era l’ultimo – fino ad allora
– rappresentante di una serie di Pontefici che – destinati a continuare
a lungo, avevano messo al centro della loro attività di governo la Riforma
della Chiesa. Era pertanto il punto di arrivo di una
tradizione e di una prassi che si erano già ampiamente consolidate, e nella
quale erano confluite esperienze assai diverse – è nota la differenza esistente
tra i Riformatori pregregoriani e quelli gregoriani,
e, all’interno dei primi, tra i papi tedeschi e quelli di area franco-italiana
– ma tutte accomunate dallo sforzo di restaurare la purezza della Chiesa
primitiva, intesa di fatto spesso, a causa del pregiudizio con cui essi guardavano al passato, come una condizione
ideale, che però non solo veniva identificata arbitrariamente con la loro
concezione ecclesiologica, ma che, sotto svariati aspetti, non era nemmeno
mai esistita. Tuttavia questo ideale è la cornice
mitica in cui si iscrive tutta l’azione di questi Papi, essendo di matrice
biblica, ed è il presupposto per la retta comprensione
delle loro azioni. In questo quadro culturale si colloca decisamente
Urbano II, che lo trova già determinato dall’azione dei predecessori e che
vi si rapporta anche grazie alla sua appartenenza alla tradizione riformatrice
cluniacense, e che pure era ovviamente ampiamente suggestionata
dagli ideali esposti, anche se interpretati in modo diverso. Questa cornice
culturale, col suo mito della restaurazione, è ciò a cui può fare legittimamente
riferimento lo spirito di restaurazione religiosa che pervade tutti i conflitti
urbaniani di cui abbiamo finora parlato, compresa la Crociata. Essa infatti,
col suo carattere esodale, si rifà paradigmaticamente ad un ideale di rinnovamento e nel contempo
di restaurazione religiosa, che è, come abbiamo detto, al culmine del processo
riformatore, e che fonde il mito del ritorno alle origini con quello del
compimento di tutte le cose. Si presenta perciò
in una ricca relazione dialettica con l’ispirazione più profonda della Riforma,
portandola alle sue estreme conseguenze, e trascendendola con l’assumere
un nuovo statuto religioso, che le permise di sopravvivere per secoli al
progetto riformatore stesso. Seguendo perciò l’andamento
cronologico degli atti bellicosi di magistero dei Pontefici della Riforma,
si può cogliere il rapporto che lega le
loro guerre alla Crociata, articolando così quei nessi dialettici mediante
cui tutti questi eventi furono in relazione. La prima
figura che si para innanzi alla nostra attenzione
è quella del capofila della Riforma pregregoriana,
le cui scelte operative e ideologiche – rispecchiate nel suo lessico, anche
se spesso impreciso dal punto di vista tecnico, e difficilmente ricostruibile
per la lacunosità delle fonti – sono già significativamente prolettiche
rispetto a svariati aspetti della Crociata. Si
tratta di Leone IX (1049-1054), simile peraltro a Urbano II in molti tratti
caratteriali, e nato in una regione non molto lontana da quella del banditore
della Prima Crociata.Papa Leone fu il primo – in seno ai
circoli innovatori approdati presso la Santa Sede – a svolgere mansioni ordinate di reclutamento
e organizzazione degli eserciti, pur rimanendo scrupolosamente lontano dall’uso
delle armi, con un esempio che Urbano II riprenderà e perfezionerà, scavalcando
il modello monastico-guerresco fornitogli da Gregorio
VII, che invece caldeggiò per sé a volte almeno la presenza, se non anche
il combattimento in prima persona, sul campo di battaglia. Per questo Leone
IX fu il primo papa che, trovandosi in battaglia a Civitate,
lo fece per una genuina ispirazione religiosa, a differenza di quanto era
accaduto fino a qualche decennio prima, quando ancora Benedetto
VIII combatteva perché, di fatto, era un barone feudale.D’altro
canto, Leone si abituò a questa prassi sin da quando era diacono a Toul, occupandosi degli affari militari della sua diocesi,
e conservando questa cura anche da vescovo. E’ pur vero che aveva ricevuto in tal senso l’esempio
dal capofila dei riformatori lorenesi,
Wazone vescovo di Liegi, e anche che il futuro papa non procedeva
mai contro i nemici della sua Chiesa locale se non dopo averli energicamente
ammoniti, sperando di poterli rabbonire senza armi – con uno zelo che si
perderà nei successivi Pontefici, così che già ai tempi di Urbano risultava
scomparso – ma non va neppure dimenticato che in questa prassi confluivano
due linfe molto diverse: l’una era la prassi bellico-riformatrice
delle Paci di Dio, affermatesi in Francia per supplire alle carenze del
potere centrale e irradiatesi col loro esempio di spiritualità sociale anche
in seno all’Impero, dove la situazione politica era pur tanto diversa; l’altra era l’esercizio dei diritti feudali, per
i quali i Signori, compresi quelli ecclesiastici, assai numerosi nell’Impero,
usavano normalmente dello ius belli per i propri scopi. In questo senso, Leone IX non rivendicava per
sé, né da vescovo né da papa, un diritto nuovo, perché le sue guerre furono
sempre legate – come vedremo – al contesto territoriale
dei suoi domini temporali; l’unica differenza stava nel fatto che egli li
viveva con uno spirito religioso, che riassorbiva in sé, in modo monistico, le prerogative temporali del potere spirituale.
Questa lezione, passata pari pari nei papi successivi,
una volta che la Santa Sede cominciò ad atteggiarsi ad arbitra della Cristianità, permise ad Urbano II di esercitare
una funzione temporale – l’organizzazione di una guerra – per motivi religiosi,
avvalendosi di una concezione del potere che era alla sua origine tanto riformatrice quanto feudale.
Questo schema fu adoperato, come dicevo, da papa Leone anche
a Roma: egli ammonì energicamente i seguaci dell’ex-papa Benedetto IX
(1033-1045), acquartierati nel Tuscolano, dal
cessare di razziare la Chiesa Romana, e lo fece
nella solenne cornice del Concilio Lateranense
del 1049, nel corso del quale fulminò l’anatema sul rivale,
che non si era presentato al Sinodo, sebbene citatovi per simonia e eresia.
In conseguenza di ciò il papa alsaziano mandò l’esercito romano nel territorio ribelle,
e inflisse numerosi danni alle loro fortezze, anche se non gli riuscì di prendere Tuscolo, a causa dell’insorgere
della crisi normanna. Sebbene manchi una documentazione terminologica diretta
sugli atti sinodali – che peraltro presumibilmente non sarebbe stata molto
interessante – il resoconto dei fatti ci restituisce
in toto l’ideologia leonina della guerra,
che appare molto meno spregiudicata di quella di Urbano II. Vero è che questi
avrebbe avuto a che fare con Infedeli, mentre Leone aveva
litigato con degli eretici, nei confronti dei quali la procedura, almeno formale,
dell’admonitio sarebbe sopravvissuta per
secoli, ma è altrettanto vero, come stiamo per vedere, che il papa alsaziano
avrebbe conservato questa delicatezza anche nei confronti dei suoi maggiori
nemici, i Normanni.Anche in questo caso Leone si era trovato coinvolto
nella guerra in quanto capo di Stato, perché Benevento, minacciata dai guerrieri
di Roberto il Guiscardo, si era sottomessa alla Chiesa, e il papa, dopo
un primo sfortunato tentativo guerresco, si era recato in Germania a chiedere
aiuto all’imperatore Enrico III (1039-1056), da cui però aveva ottenuto
ben poco, anche per l’opposizione del cancelliere Gebard
von Döllnstein-Hirschberg (destinato a succedere al papa come
Vittore II), per poi rientrare in Italia e guidare personalmente un esercito
raccogliticcio, non senza aver cercato l’appoggio di Costantino IX Monomaco (1042-1055), e per arenarsi alla fine nella sconfitta
di Civitate (18 giugno 1053), che lo aveva visto
finire rispettato prigioniero di Roberto, a cui dovette – per essere liberato
– fare presumibilmente qualche concessione. Ma in questo
insignificante episodio, che avrebbe potuto essere solo un momento
delle complesse lotte intercorrenti tra Roma, Bisanzio
e la Germania, e in cui, almeno fino ad allora, gli Altavilla facevano i
comprimari, e che altro non fu che il rovesciamento delle alleanze di Benedetto
VIII (1012-1024), Leone portò un afflato nuovo, e talmente nuovo da suscitare
accesi dibattiti, che accompagnarono non tanto la sua discesa in campo armato
personale – disattendendo a quanto fatto da lui fino ad allora – non diversa
da quelle di alcuni predecessori, ma che verterono proprio sull’ispirazione
con la quale egli diceva di farla. E di questa ispirazione egli diede eloquente testimonianza
nella Lettera inviata a Costantino IX nel 1054, in cui, pro domo sua, affermava:“Nos quoque divinum adiutorium nobis adfore, et humanum
non deforme credentes, ab
hoc nostrae intentione
liberandae Christianitatis non deficiemus,
nec dabimus requies temporibus nostris, nisi cum requie Sanctae Ecclesiae periclitantis…Ad quam acquirendam et obtinendam habemus..charissimum ..imperatorem Enricum…ad nostrum subsidium. ..Quapropter
..collaborare nobis dignare ad relevationem tuae matris Sanctae Ecclesiae” La terminologia è assai eloquente: il subsidium è il termine
chiave della teologia bellica dei papi dei secc. IX-X, contro i Saraceni, in cui l’aiuto che i fedeli
si davano reciprocamente consisteva proprio nel soccorso armato, reso più
meritevole dal rischio della vita. Tale idea – della guerra come carità
– è presente anche nella Crociata, e arriva proprio attraverso la mediazione
della teologia riformatrice, iniziata con Leone IX. La relevatio Ecclesiae prende il posto di quella Imperii, in quanto la
Chiesa è, come popolo di Dio, una comunità più nobile e alta, in cui lo
Stato stesso è compreso. Questa relevatio è ancora della Santa Sede,
minacciata nel particolare suo, ma qualche decennio dopo diverrà proprio
di tutta la Chiesa, minacciata dai Saraceni. In questo contesto, la liberazione della Chiesa è appunto la liberazione
della comunità religiosa, ma anche di quella civile, formata da cristiani
e permeata dai valori religiosi.Questa liberatio
della Chiesa e della Cristianità, significativamente mescolate, era
una dichiarazione d’intenti, ma era anche
la perorazione di una liberazione che manifestasse una emancipazione spirituale:
come i Saraceni della Crociata, i Normanni sono il Male; con essi il
papa aveva tentato un’opera di conversione, ma inutilmente:“Vae mihi si non evangelizavero: necessitas enim mihi incumbit maxima,
posituro rationem aeterno et districto
iudici, propter unius regimen Ecclesiae,
ex hoc est, de omnium ecclesiarum merito…saepissime perversitatem eius redargui, obsecravi, predicavi, opportune importuneque
institi, terrorem divinae et humanae
vindictae denuntiavi.
Sed quia Sapiens ait: Nemo potest corrigere quem Deus despexerit, et stultus non corrigitur: adeo obdurata et
ostinata malitia eius
permansit, ut de die in diem adderet peiora
pessimis...”Perciò
la minaccia normanna era continuata e nella lettera viene descritta con
un frasario le cui intense immagini sarebbero state riprese da Urbano nelle
sue lettere e orazioni, ma che venivano da lontano: dalle lettere di Giovanni
VIII (872-882) a Carlo il Calvo e agli altri principi per chiedere aiuto
contro i Mori, e addirittura dalle lettere dei papi del VIII sec.,
che chiedevano a Pipino il Breve e a Carlo Magno soccorso contro i Longobardi.
Ecco un esempio:“Illa ergo sollicitudine,
qua omnibus Ecclesiis debeo
invigilare, videns indisciplinatam et alienam gentem incredibili et inaudita rabie, et plusquam pagana empietate adversus Ecclesias Dei insurgere
passim, Christianos trucidare, et
nonnullos novis horribilibusque tormentis usque ad defectionem animae affligere, nec infanti, aut seni, seu foemineae fragilitati aliquo humanitatis respectu parcere, nec inter sanctum
et profanum aliquam distantiam habere, sanctorum basilicas spoliare, incendere, et ad solum usque diruere…” In
ragione di ciò, Leone IX aveva tentato la strada bellica, ma sforzandosi
sempre di contenere l’uso delle armi nei limiti autoimpostosi
in occasione della campagna contro i Tuscolani,
e facendo discendere il suo impegno dalla duplice autorità – spirituale
e temporale – di cui era investito:“Unde non tantum
exteriora bona pro liberatione ovium Christi cupiens imprendere, sed superimpendi ipse praeoptans, visum est mihi ad
testimonium nequitiae
eorum, vel, si sic expediret, ad repressionem contumaciae, humanae defensionem undecumque attrahendam fore, audiens ab Apostolo, principes non sine causa gladium portare, sed ministros Dei esse, vindices in
iram omni operanti malum; et quia
principes non sunt timori
boni operis, sed
mali: et reges atque
duces missos a Deo ad
vindictam malefactorum. Ruffultus ergo comitatu, qualem temporis brevitas et imminens
necessitas permisit…non
ut cuiusquam Nortmannorum, seu aliquorum hominum
interitum optarem, aut
mortem tractarem, sed ut saltem humano
terrore resipiscerent, qui divina iudicia
minime formidant..” Tutto
questo per persuadere l’imperatore bizantino della bontà del suo operato
e per spingerlo ad aiutarlo in un’impresa che, come abbiamo visto, egli
non aveva alcuna intenzione di abbandonare, e che perciò aveva così eloquentemente
– ed esaurientemente – giustificato, lasciandoci così un solo, ma prezioso,
documento. Da quanto letto, emerge che Leone considerava altamente meritoria la lotta armata contro i Normanni, e non
meraviglia dunque che anche ai guerrieri impegnati in questo conflitto
il papa concedette la garanzia dell’ingresso in Paradiso, come i suoi predecessori
avevano fatto con coloro che avevano combattuto i Saraceni; anzi Leone IX considerò coloro che erano caduti
in battaglia come dei martiri, e ne promosse un culto che sembra aver procacciato
ai suoi devoti anche dei miracoli o guarigioni. Entrando nei dettagli, va ricordato che
già papa Leone IV (847-854) aveva promesso il Paradiso a chi fosse morto in guerra contro i Saraceni, riprendendo
l’idea carolingia della meritorietà della lotta contro i Longobardi – che Pipino il
Breve aveva fatto in sconto dei suoi peccati. Leone IX riprende e amplia
l’idea di Leone IV (e Giovanni VIII), dando ai morti lo statuto di martiri, ripreso dalla tradizione bizantina,
in cui l’imperatore Niceforo Phokas aveva chiesto al patriarca
Polieucto di far venerare
i caduti nella lotta contro i Musulmani. Polieucto
aveva rifiutato, ma Leone IX ora, di sua sponte, faceva martiri coloro che
erano morti per difendere i cristiani d’Occidente. Martiri, perché morti
per il prossimo come Gesù. Questa idea
era sicuramente più estremista di quella dell’indulgenza plenaria della
Crociata, e non ebbe grande successo. Pier Damiani contestò questo culto, e molti asserirono che i guerrieri
di Leone erano stati solo degli avanzi di galera,
indegni di essere venerati. In effetti, dato il valore espiativo della guerra, tali soggetti scelsero di combattere
proprio per liberarsi dei loro peccati. Da una condizione penitenziale a
una di venerazione il passo era effettivamente troppo lungo. La Crociata,
attutendo le pretese ultraterrene dei guerrieri ma estendendo le garanzie
espiative anche a coloro che
soltanto partecipavano, senza morire, alla guerra, ebbe più credibilità
e autorevolezza per imporsi. Ma lo snodo teologico di Civitate
ha preparato la dilatazione del concetto espiativo di Leone IV: dai morti ai partecipanti, mediante
l’indulgenza. Che statuto avevano questi Santi, e che senso i
loro miracoli ? Non credo si
possa parlare di vera canonizzazione, mancando le forme canoniche e liturgiche
appropriate – come l’esposizione solenne delle salme, fatta per esempio
per i combattenti della Pataria, Erlembaldo e Arialdo – ma piuttosto di una devozione privata
di Leone, che tentò di diffonderla tra i fedeli. In quanto
ai miracoli, forse furono semplici guarigioni, che – se pure accaddero –
certo non vincolano al culto i fedeli. Del resto, a quest’epoca il miracolo non è concepito
nei termini tomistici di “azione che solo Dio può compiere”, e spesso
presunti prodigi – della cui origine non possiamo dire nulla di preciso
– avviavano embrionali devozioni che poi abortivano, dopo aver sortito effetti
politico-religiosi contingenti (penso ad esempio al caso di papa Formoso,
sulla cui tomba di fortuna, dopo che il suo cadavere fu ripescato dal Tevere,
i suoi fautori attestarono che erano accaduti prodigi, così da giustificare
la deposizione di Stefano VI).In quanto
alla funzione dei miracoli, è assimilabile a quella delle agiofanie
e dei prodigi celesti nelle guerre successive. Solo che queste, sia nelle
guerre dei Riformatori che nelle Crociate, avvennero durante le campagne,
e non dopo. Del resto, la guerra di Leone era stata breve, e soprattutto
fallimentare. Invece i prodigi delle Crociate, narrate specialmente da Raimondo
di Agiles, attestavano la presenza di Dio accanto al suo popolo
e preludevano al suo trionfo. Inoltre, squarciando i cieli con l’intervento
divino diretto, tali prodigi erano più legittimi di presunti miracoli impetrati
da santi discutibili. Questa prassi liturgico-pastorale
ci spinge a fare una serie di considerazioni conclusive sulla liberatio
Ecclesiae vel Christianitatis in relazione all’iter
hierosolimitanum. Anzitutto Leone fu il papa
che portò nell’ambito della Riforma la tradizione bellica antisaracena del
Papato, che ne enucleò il motivo soggiacente della
defensio Christianitatis
e che per esso legittimò anche guerre
contro nemici interni – con una lezione che non ci interessa per la Crociata,
in quanto essa era rivolta contro i Musulmani. Inoltre, Leone inserì nella
sua teologia l’idea del valore salvifico della guerra, riprendendola dai
Predecessori, ma facendo del martirio dei soldati, almeno in alcuni casi,
una garanzia di santificazione, con una scelta che però nessuno riprese,
e che fu capovolta proprio dalla Crociata, che pose il principio di
una salvezza indulgenziata, e quindi di
una guerra espiativa, grazie alla decisiva commistione col pellegrinaggio.
Peraltro, Leone IX conservò molte remore, anche per la pressione dell’ambiente
circostante, e se segnò un precedente nel non combattere
di persona, lo disattese coi Normanni, anticipando in sé tutte le opzioni
di comportamento che i suoi Successori avrebbero avuto, e assumendo un atteggiamento
contraddittorio che Urbano II non ebbe. Inoltre Leone IX fece discendere
il suo ius belli dalle sue prerogative temporali,
e non spirituali, non avendo alle spalle la riflessione canonistica dell’età urbaniana,
così da poter solo ispirare, ma non motivare, religiosamente i suoi conflitti.
Da ciò emerge decisamente che
la Crociata riprese sì parecchi motivi da questa teologia bellica, ma che
li pensò in modo nuovo, componendoli tra loro in maniera diversa. Questa
trasformazione passa attraverso le successive vicissitudini del Papato riformatore,
che anzitutto aveva un’urgenza: poter usare della guerra in virtù della
sua propria autorità religiosa.