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Vito Sibilio, Studi sul pontificato di Benedetto XI. Lettura critica della sua politica ecclesiastica

© 2003, The Vatican Files.net

 

 

1. Introduzione

2. Il Conclave. Spunti per una lettura critica della politica delle fazioni cardinalizie

3. Papa Bocassino e i Colonna. Un tentativo di compromesso

4. Il Governo degli Stati della Chiesa. Caratteristiche socio-politiche di un regime personale

5. L'amministrazione finanziaria

6. La politica meridionale di Benedetto XI fra Angioini e Aragonesi

7. La pacificazione del Veneto

8. Benedetto XI e la Toscana

9. Cesare e Pietro. Limiti della politica benedettina nei confronti dell'Impero

10. La questione ungherese

11. I rapporti con l'Aragona

12. La politica nordica

13. Benedetto XI e la Serbia

14. La politica orientale

15. Benedetto XI e la Francia. Situazione generale al suo avvento al Soglio. Limiti intrinseci alla politica del Papa

16. Gli errori della strategia papale

17. L'iniziativa francese

18. La Tunc Navis Petri

19. Le concessioni pontificie

20. La fine del conflitto franco-pontificio

21. La condanna di Nogaret

22. La collaborazione con la Francia

23. Il governo spirituale di Benedetto XI. Caratteristiche generali

24. Benedetto XI e i Predicatori. Linee portanti di una politica di favore

25. Gli altri ordini religiosi

26. L'azione riformatrice, missionaria, ecumenica

27. La lotta contro l'eresia

28. Benedetto XI e la cultura

29. Morte di Benedetto XI. Stato delle conoscenze relative ad alcuni aspetti relativi alla sua dipartita

30. Benedetto XI oltre la morte: inizi e linee di sviluppo del suo culto

 

Note


 

1. Introduzione

 

Quando, il 22 ottobre 1303 “chiamato fu nella Sedia di San Pietro papa Benedetto” [1] , il fermento nella Chiesa e nella cristianità era da lungo tempo grande, sia nell’ordine spirituale che in quello temporale. Benedetto, per la sua formazione religiosa e il suo carattere, sembrava atto a soddisfare le attese di rinnovamento in tutti i campi, come testimonia, tra le altre cose, l’interpretazione che si è data del noto passo dantesco:

 

Molti son gli animali a cui s’ammoglia

e più saranno ancora, infin che ‘l Veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro

ma sapienza, amore e virtute

e sua nazion sarà tra feltro e feltro [2] ,

 

applicato,   da   alcuni,   al   nostro   pontefice,   a   cui   ben   si   addice   il  riferimento  del  testo alla mancanza di ambizioni terrene e alla vita umile e povera [3] .

  Benedetto XI non tradì l’ideale di rinnovamento religioso tanto sentito all’epoca, anche se potè solo abbozzare una linea di governo che vi si ispirasse, a causa della brevità del pontificato e delle soverchianti preoccupazioni politiche. In quanto a coloro che non trovarono sufficienti i suoi sforzi pastorali, si tratta generalmente di esponenti del cristianesimo eterodosso, che quindi avevano inevitabilmente preconcetti nei confronti di Benedetto XI.

  Inoltre papa Boccasino, pur portando in sè i limiti della politica curiale, seppe chiudere senza vile acquiescenza il conflitto con la Francia e avviare o sviluppare una serie di iniziative internazionali, le quali, pur non essendo spesso oculate, rivelano nella Santa Sede ancora molta dinamicità.

  Emergono infine su tutte le altre sue attività i suoi sforzi per l’unione delle chiese -solo in parte offuscati dalla deplorevole crociata antibizantina- e per l’evangelizzazione dei popoli, note che danno al suo governo una grande positività, specialmente confrontandolo col più “politico” primo periodo avignonese (1305 - 1334) del papato. Insomma un pontificato che, pur non esente da limiti rilevanti, seppe compiere gesti significativi in molti campi e, sotto certi aspetti, considerabile come una anomalia nella storia dei papi di questo periodo: per questo considerare Benedetto XI un “minore” in senso stretto è sbagliato.

  Eppure, la sua figura è poco studiata, l’esame critico confinato in studi occasionali, e la bibliografia, nei suoi titoli maggiori viziata spesso da intenti apologetici, è di molto invecchiata. [4] A tale scopo penso che quanto segue possa servire ad un aggiornamento degli studi per la valutazione del suo papato, non tralasciandone alcun aspetto, e supplendo alla carenza della letteratura contemporanea con una rilettura delle fonti cancelleresche.

 

2. Il Conclave. Spunti per una lettura critica della politica delle fazioni cardinalizie

 

  Il conclave da cui uscì Benedetto XI fu uno dei più brevi della storia: tanta sveltezza si dovette alle condizioni di estrema insicurezza in cui si svolse l’elezione. La morte di Bonifacio VIII aveva lasciato il Papato in una situazione drammatica. [5] Infatti, lo Stato della Chiesa era sconvolto da numerose rivolte, mentre Roma era insanguinata dai contrasti tra Orsini e Caetani da una parte e fautori dei Colonna dall’altra. Pochi giorni prima erano arrivate nell’Urbe le truppe di Carlo II d’Angiò, venuto a svolgere le sue funzioni di maresciallo del conclave (cioè a garantirne la sicurezza). Fu grazie al re che i due ex-cardinali Colonna, sebbene spalleggiati da Nogaret, non poterono mettere piede nella città e partecipare con la violenza all’elezione del nuovo papa [6] .

  I 18 cardinali in carica si rinchiusero in Vaticano il 21 ottobre 1303 e già il mattino dopo elessero Niccolò Boccasino, con sua grande costernazione.

  Egli tentò in più modi di rifiutare, ma le insistenze dei porporati ebbero la meglio e alla fine, in spirito di obbedienza a Cristo che lo chiamava ad una dignità così alta, il neo-eletto accettò [7] . Il nuovo papa aveva mille motivi per essere sgomento, oltre alla sua umiltà. Ma il suo nome era l’unico sul quale era stato possibile un accordo. Perché?

  In realtà il Sacro Collegio era diviso, come al solito, ma le fazioni al suo interno erano state paralizzate dagli eventi. La contrapposizione tra la corrente bonifaciana e quella filofrancese era stata smussata dall’oltraggio di Anagni. Infatti, tutti i cardinali, anche quelli vicini a Filippo il Bello, volevano un papa che difendesse l’onore della Chiesa; in quelle circostanze, inoltre, non vi era possibilità alcuna che un filofrancese fosse eletto.

  D’altro canto, non era nemmeno realistico credere che un cardinale bonifaciano potesse diventare pontefice: era stato lo scontro frontale con Filippo IV voluto dal papa defunto a portare a quella situazione drammatica e di esso la maggioranza degli elettori  non voleva più nemmeno sentire parlare. Vi era pur sempre la possibilità di un papa esponente di una grande consorteria familiare; il casato romano avvantaggiato in tal senso era quello degli Orsini. Infatti il cardinale Caetani era praticamente ineleggibile, e i Colonna al bando; inoltre l’elezione di un Orsini avrebbe garantito al nuovo papa una forte posizione personale e, attraverso l’alleanza coi Caetani, il controllo di Roma. Ma purtroppo la spaccatura tra bonifaciani e francesizzanti passava proprio per quella famiglia: i primi erano guidati dal cardinale-vescovo Matteo Rosso Orsini, i secondi da suo nipote Napoleone, cardinale-diacono. D’altro canto, però, tutti i porporati volevano evitare di subire le pressioni del re di Francia [8] , il cui rappresentante Pietro di Peret, giunto il 6 ottobre in Italia, dopo aver organizzato rivolte nei domini pontifici, si accingeva a manovrare per ottenere un papa gradito al suo signore. Bisognava dunque agire in fretta. Per tutte queste ragioni il cardinale Boccasino era probabilmente stato scelto dai suoi confratelli prima ancora di entrare in conclave: incline alla pace e alla moderazione, era tuttavia rimasto fino all’ultimo fedele a Bonifacio VIII; inoltre non aveva una potente famiglia di cui si potesse temere l’invadenza, né aveva preso posizione contro la Francia, anzi i suoi rapporti con Filippo IV -sebbene lontani nel tempo- erano stati cordiali; infine di trattava di un sant’uomo, assai preparato dottrinalmente (pesava il fatto che il predecessore fosse accusato di eresia). Alle ragioni del Sacro Collegio si aggiunsero quelle del re di Napoli, che si fece forse fautore dell’elezione del Boccasino, di cui aveva apprezzato lo zelo filo-angioino in Ungheria, e così venne eletto papa forse l’unico cardinale che non voleva diventarlo, con una scelta che fu anche un trionfo per il terzo partito cardinalizio, quello dei moderati o religiosi, che videro il loro più rappresentativo esponente salire sul trono di Pietro e, di conseguenza, riconosciuti i loro diritti di gruppo di maggioranza [9] .

   Non vi è invece alcun fondamento per l’ipotesi di Souchon, il quale sostiene che l’unanimità dei suffragi sull’eletto si spiegherebbe con le promesse (Capitolazioni elettorali) fatte dal papa ai cardinali: non solo le ragioni esposte sono sufficienti per giustificare l’esito plebiscitario dello scrutinio, ma non vi è prova alcuna che in quel conclave furono fatte Capitolazioni [10] .

   Sappiamo che ai cardinali che lo supplicavano di accettare, Boccasino diede il suo assenso e aggiunse “vocabor Benedictus”, e che gli astanti replicarono “Benedictus vere qui venit in Nomine Domini”: da ciò si evince che l’atmosfera che regnava al termine del conclave era di grande soddisfazione e concordia. Il nuovo pontefice avrebbe dovuto assumere il nome di “Benedetto X”, ma, per distinguersi dall’omonimo usurpatore (1058 - 1059), preferì  assumere la denominazione con cui è conosciuto e che rende la serie dei quindici papi di nome Benedetto mutila del suo decimo rappresentante legittimo.

   Il Boccasino, che volle chiamarsi come il predecessore, Benedetto Caetani, diede con questo subito una prova del fatto che sui principi non avrebbe ceduto di un millimetro, e che mai avrebbe oltraggiato la memoria di Bonifacio VIII. Scelse poi come motto l’espressione “Illustra faciem Tuam  super  servum Tuum” (Sal 30,17) e si fece incoronare in Laterano il 27 ottobre alla presenza di Carlo d’Angiò [11] . Dopo aver dato, come per abitudine, la gratifica elettorale ai cardinali (2680 fiorini d’oro circa) perché se la dividessero, [12] annunziò al mondo la sua ascesa al papato con la ricordata lettera Dominus ac Redemptor (31 ottobre).

 

3. Papa Bocassino e i Colonna. Un tentativo di compromesso

 

  La prima delle emergenze che si paravano davanti agli occhi di Benedetto XI era costituita dalla necessità di recuperare il controllo degli Stati della Chiesa. Da sempre il possesso stabile di un territorio era stato per il papato condizione indispensabile per la sua libertas, e specialmente in un momento come quello, in cui proprio la fragilità del potere temporale esponeva il pontefice ai colpi di un nemico senza scrupoli e dai chiari obiettivi cesaropapisti. Naturalmente il primo dei domini da recuperare era Roma, non solo per una questione di prestigio, ma anche perché solo da essa Benedetto XI avrebbe potuto adeguatamente dirigere la riorganizzazione dei suoi Stati e negoziare la pacificazione dell’Italia e dell’Europa, obiettivi bonifaciani a cui non aveva alcuna intenzione di rinunciare. Perciò il papa doveva risolvere la questione colonnese, che arroventava la sua capitale. [13] Egli la affrontò con un obiettivo per me ben preciso: evitare di unirla con la contesa con Filippo IV, che pur appoggiava i ribelli; credo lo dimostri il fatto che Benedetto XI non trattò mai con gli ambasciatori francesi sull’argomento, e che fare altrimenti avrebbe potuto portare a una parziale legittimazione dell’operato dei due ex-cardinali e quindi a un rafforzamento della propaganda conciliarista e antibonifaciana.

  I Colonna, dal canto loro, avevano seguito una linea ondeggiante nei confronti del Boccasino: subito dopo l’esclusione dal conclave, avevano pubblicato un memoriale in cui contestavano quale illegittima la nuova elezione avvenuta senza il loro concorso.  Questo memoriale era stato una strizzata d’occhio ai cardinali filofrancesi, in quanto Matteo Rosso Orsini vi era stato presentato come colui che aveva imposto il nuovo papa, a cui poi si era rinfacciato il fatto di essere stato creato cardinale da un eretico usurpatore. Ma, nonostante fossero riusciti ad ottenere l’appoggio dei porporati filofrancesi per la loro causa, i Colonna non avevano ottenuto quanto avevano perseguito, anzi avevano rischiato che Benedetto XI prendesse posizione definitivamente contro di loro, in quanto i cardinali bonifaciani avevano pubblicato un contromemoriale che tacciava i ribelli di fellonia ed escludeva a priori la possibilità di una loro riabilitazione. La parola era passata alle armi nelle strade di Roma, ma si trattava di un escamotage  con cui i Colonna nascondevano la loro vera nuova mossa: il tentativo di avvicinare politicamente il papa [14] . A quel punto l’iniziativa passò a quest’ultimo che, lungi dal voler rafforzare la fazione antibonifaciana, ma nemmeno volendo rimanere ostaggio della politica di parte dei sostenitori del predecessore, reagì con una cauta apertura, pubblicando la bolla “Dudum bone memorie” (23 dicembre 1303) [15] , che tolse il bando ai ribelli (ormai efficace solo in Roma), restituì loro i beni e i diritti comuni (e cioè quelli non specifici del patriziato), abrogò il mandato d’arresto e le censure per eresia e scisma (compresa la scomunica), in cui erano incorsi e li riammise agli uffici pubblici e curiali. Queste concessioni erano bilanciate dal rifiuto della reintegrazione nel cardinalato e nei benefici ecclesiastici, nonché di restituire loro la eleggibilità al papato, misure che garantivano l’intangibilità della linea di principio di Benedetto, a meno che i ribelli non avessero fatto sottomissione in tal senso. L’ultima riserva, quella sulla restituzione dei beni e dei diritti propri del patriziato romano, era sicuramente provvisoria e sarebbe stata abrogata, se i Colonna avessero fatto qualche altro gesto distensivo. Ma la mossa su cui Benedetto deve aver puntato di più era l’abolizione delle censure contro i fautori della famiglia, nella speranza di sottrarli all’uso politico-militare che essa ne faceva. D’altro canto, per evitare di sguarnire troppo la sua difesa, vietava che Palestrina fosse di nuovo fortificata. Però, qualunque fossero i suoi intenti (di  cui  ho  dato   una   mia   presuntiva   ricostruzione),  Benedetto  non   li

raggiunse: i Colonna, che avrebbero voluto tutto e subito, puntarono i piedi e rifiutarono qualsiasi altro compromesso, continuando a rendere insicura la città di Roma. D’altro canto, i cardinali bonifaciani non apprezzarono questi gesti conciliatori del pontefice e questi si ritrovò così isolato, vittima della propria imperizia nel giudicare l’arroganza di una famiglia dal potere fortemente radicato nel territorio. Tuttavia Benedetto seppe agire con dignità, poiché, né abrogò le concessioni fatte né fece altri cedimenti unilaterali. A quali condizioni i ribelli avrebbero voluto allora piegare il papato si vide quando essi, più tardi, ottennero una completa riabilitazione da Clemente V per imposizione di Filippo il Bello (dicembre 1305).

 

4. Il Governo degli Stati della Chiesa. Caratteristiche socio-politiche di un regime personale

 

  Benedetto XI ottenne successi più cospicui nel governo dei suoi domini temporali: [16] Innocenzo III e Niccolò III avevano faticato moltissimo per portarli alla loro attuale estensione, cooptandovi le Marche e la Romagna, territori di antica spettanza pontificia; in quanto a Bonifacio VIII, aveva tentato di riorganizzarne l’amministrazione su vasta scala, fronteggiando la nascita delle nuove signorie. Ora, la crisi francese rischiava di far sgretolare la Stato della Chiesa sotto l’urto delle rivolte procurate ad arte. Il nuovo papa profuse tutte le sue energie nel riaffermare i suoi diritti sovrani, con molti sforzi.

  Il primo atto di cui abbiamo memoria risale al 4 novembre 1303, ed è la nomina di Grimerio di Latrotta, giurista, a giudice e uditore generale degli Stati della Chiesa [17] . Come il papa stesso ci informa nel breve, numerosi erano i crimini deferiti dai tribunali locali a quello romano, e svariati i casi di prolungamento dei processi a causa di precedenti errori formali; per ovviare a tutto ciò egli allora nominava un giudice unico.

  Per quanto concerne le province, Benedetto XI le affidò a persone assolutamente di sua fiducia -con una scelta politica consueta all’epoca- e volle anche che i migliori con laboratori tenessero più di un governatorato.

  Il 1° dicembre 1303 uno degli antichi discepoli del papa, Giacomo Querini, fu nominato rettore della Toscana pontificia, strada di accesso alla capitale, mentre il 4 il vescovo di Rieti, Giovanni, ricevette il governatorato della Sabina e di alcuni centri fortificati che proteggessero Roma da nord-est. Fu il 28 che Benedetto si cautelò a sud, affidando Pagliano e Serrone a Niccolò da Treviso, mentre il 1° gennaio Alberto da Cusignano, suo domicellus, ricevette il castrum Egiptii nella Tuscia. Riaffermò poi l’autorità della Santa Sede su Viterbo inviandovi come potestà Perolino di Torrelunga, miles trevigiano [18] . Benedetto XI si garantì così la sicurezza del Lazio.

  Il papa si preoccupò anche di mettere alla guida delle regioni più importanti degli Stati della Chiesa gente a lui assolutamente ligia, generalmente settentrionali: la Marca di Ancona fu affidata (assieme a Massa Trabaria, Terra Sant’Agata e Urbino) a Rambaldo da Treviso, mentre il ducato spoletino venne sottomesso a Deotellerio di Logliano (1 dicembre 1303); Bologna, invece, ricevette come governatore Teobaldo di Brescia (13 gennaio 1304), che però dopo poco fu rimpiazzato da Umberto di Milano (20 gennaio).

  La Campania pontificia fu retta dapprima (10 novembre) dal conte di Cercaldo, di cui però il decreto di nomina non ci tramanda il nome, poi da Tommasino de Insula da Parma (4 febbraio).

  Ebbe cura anche del lontano contado Venassino, acquistato da Gregorio X nel 1274, affidandolo Al vescovo francese Guglielmo [19] .

   Di questo apparato ricostituito ex-novo il pontefice si servì per salvaguardare l’integrità del territorio e la sua tranquillità: già l’8 e il 29 dicembre 1303 ordinò a Rambaldo da Treviso di pacificare le travagliate città di Camerino ed Ascoli, mentre lui in persona, il 21 giugno 1304, vietò a Viterbo di muovere guerra a Montefiascone, città del demanio pontificio; prese poi energici provvedimenti contro i ribelli che avevano sottratto il castrum Iovis in Toscana al dominio della Chiesa (18 gennaio) [20] .

   Una situazione particolarmente spinosa c’era in Romagna. Azzo VIII d’Este (1293 - 1308), signore di Ferrara, Modena e Reggio, sebbene guelfo, teneva occupata Argenta appartenente alla Chiesa di Ravenna. Bonifacio VIII era riuscito ad ottenere lo sgombero del castrum, ma poi Azzo VIII lo aveva rioccupato, e rifiutava di lasciarlo perché temeva cadesse in mano a dei suoi nemici. Benedetto XI inviò allora il vescovo di Fermo, Alberico, che costrinse il ribelle alla restituzione in cambio dell’assoluzione dalla  scomunica in cui era incorso (25 maggio 1304). Di lì a poco il papa assunse per sé il governo di alcune città contese tra Cesena e l’arcivescovo di Ravenna Rainaldo, per evitare motivi di ulteriore dissidio (9 giugno) [21] .

  Un vero e proprio passo falso fece invece il pontefice quando sospese (14 giugno 1303) gli Statuti della Marca d’Ancona, perché emanati da Bonifacio VIII senza aver consultato i cardinali: le popolazioni furono urtate e si ribellarono quando Benedetto morì [22] .  Nel ducato di Spoleto, coll’appoggio del Sacro Collegio, revocò tutti i privilegi fiscali concessi da Bonifacio VIII motivando il suo agire con la necessità di salvaguardare il fisco pontificio in un momento di grave difficoltà, e riaffermò la giurisdizione dei conti di Nocera su quella città volendo sopprimere il Comune, favorito invece da papa Caetani. A Bologna, infine, soppresse gli statuti che ledevano i diritti della Chiesa Romana (10 maggio 1304) [23] .

  In generale, questa politica si basò sullo sforzo di arginare la dissoluzione dello stato, e di gestire in modo personale il dominio temporale, senza il condizionamento delle grandi famiglie romane dei Caetani e degli Orsini, con le quali però Benedetto XI riuscì a mantenere ottimi rapporti [24] . Tuttavia l’azione dei suoi governatori non potè essere incisiva, in quanto alla morte di Benedetto essi furono sostituiti da favoriti di Clemente V [25] .

 

5. L'amministrazione finanziaria

 

   Oltre che dell’indipendenza politica, Benedetto XI aveva assoluto bisogno dell’autonomia finanziaria, e dovette darsi da fare per ottenerla, in quanto, al momento della sua elevazione al Soglio, le casse papali erano vuote a causa del saccheggio di Anagni.

   Se la riacquisizione del controllo sul territorio dello Stato bastò alla Santa Sede per riottenere il gettito delle imposte ordinarie, il recupero degli altri cespiti, perduti per svariate ragioni, richiese uno sforzo specifico. Il papa si diede da fare per recuperare il tesoro pontificio, anche per risollevare l’onore della Chiesa. All’inizio emanò una bolla per la Ciociaria (Nuper Anagnie, 6 novembre 1303), in cui ordinava a chiunque fosse in possesso dei beni della Chiesa o di quelli personali del papa Caetani e dei cardinali trafugati ad Anagni, sia che li detenesse perché li avesse rubati, sia che lo facesse per compensarsi delle perdite subite nell’assalto alla città, di restituirli entro 8 giorni ai legittimi proprietari direttamente o tramite il vescovo o i superiori dei conventi mendicanti o i penitenzieri pontifici, sotto pena di scomunica. Benedetto stabilì anche la lettura della bolla nelle chiese durante le feste, affinchè nessuno rimanesse all’oscuro dei suoi deliberati.

  Nuovamente il 18 novembre ripromulgò allo stesso modo la scomunica, e volle che il decreto fosse affisso alla porta di S. Giovanni in Laterano [26] . Ma questa tattica non ebbe alcun risultato, e Benedetto XI nominò  un  commissario  straordinario  per il recupero del tesoro: Bernardo Rojard, arcidiacono di Saintes -cui furono concessi tutti i poteri inquisitori necessari per la realizzazione della missione- e lo inviò in Ciociaria. Scrisse inoltre a tutte le autorità civili e religiose perché con laborassero coll’arcidiacono [27] . Sebbene i registri camerali  di Benedetto siano perduti, noi abbiamo le prove che la missione di Bernardo riuscì, in quanto sappiamo che Clemente V era in possesso di preziosi appartenuti a Bonifacio VIII, e di tanti di quegli oggetti di valore, che mai avrebbe potuto mettere insieme nei soli nove anni del suo regno, a meno che non avesse ritrovato il tesoro dei predecessori [28] .

  Benedetto XI, inoltre, organizzò su vastissima scala la raccolta delle decime che Bonifacio VIII aveva imposto a molte Chiese, quella dei canoni stabiliti dallo stesso papa, da Gregorio X e Niccolò IV a vantaggio della Santa  Sede  e  della  Terra  Santa, e  quella  dei  contributi  decretati  dal  secondo Concilio di Lione per la Crociata. Questi canoni erano stati già raccolti nello Stato pontificio (25 giugno 1303), nella Valle del Rodano (27 novembre 1302) e in Francia (1 aprile 1300) [29] .

  Papa Boccasino inviò (11 febbraio) il canonico d’Aquileia Buonaiuto da Casentino, suo cappellano, in Germania, Ungheria e Boemia, nonché in Polonia e in Moravia, come collettore di queste tasse e di qualsiasi altro censo dovuto alla Chiesa Romana.

  I poteri forniti al legato erano vastissimi, perché non si corresse il rischio di vedere fallire la missione: poteva citare innanzi a sé qualsiasi persona, interrogarla e punirla all’occorrenza; aprire inchieste d’ufficio anche fuori delle terre dove era inviato; sancire la scomunica nei confronti di chiunque, re compresi, e naturalmente rilasciare ricevute per le somme incassate. Poteva naturalmente servirsi di sottocollettori che raccogliessero il denaro nei luoghi che non avrebbe visitato.

  Il collettore avrebbe dovuto trasferire le somme raccolte ai banchieri fiorentini Oliviero Lippo, Naddo Gherardini e Buonaccorso Buonincontri della società dei Cerchi, istituto creditizio di fiducia del papa [30] .

  Il 15 febbraio Benedetto XI nominò collettore per i regni d’Inghilterra, Scozia e Irlanda Gerardo di Pecoraria, suo cappellano e canonico di Reims, con gli stessi poteri di Buonaiuto; Gerardo però aveva una esenzione speciale: poteva rifiutare di occuparsi di qualsiasi controversia per cui fosse richiesto il suo arbitrato, o missione di altro legato apostolico in difficoltà, per dedicarsi unicamente alla sua missione. Inoltre il collettore poteva assolvere tutti coloro che avessero aggredito chierici, purchè facessero un’offerta per i bisogni della Chiesa e giurassero di partire crociati. Benedetto XI dava anche mandato al suo collettore di ricevere dal re Edoardo d’Inghilterra il tributo feudale dovuto alla Santa Sede; per garantire al commissario il sostentamento, il pontefice gli concedeva il diritto di percepire le sue rendite beneficiarie per tutto il periodo del viaggio, nonché di trattenere 3 sterline al giorno sulle somme raccolte; ordinò inoltre alle Chiese britanniche di sostenerlo e a quelle europee di sovvenzionargli il viaggio. Il collettore, dal canto suo, doveva inviare il denaro ai Cerchi [31] .

  Il pontefice rinnovò il mandato di collettori a due inviati di Bonifacio VIII: maestro Gabriele, che operava in diverse diocesi tedesche (23 maggio 1304) [32] , e Giovanni de Châlon, che lavorava a Metz, Toul, Verdun, Liegi e Cambrai [33] , e ordinò ad entrambi di trasferire le somme ai Cerchi [34] .

   Nei paesi vassalli della corona francese, dove ancora i canoni non erano stati riscossi, Benedetto XI designò collettori l’arcivescovo di Gand e i vescovi di Marsiglia ed Embrun, il primo per Tournai e gli altri due per la Provenza, con un provvedimento datato 3 gennaio 1304 [35] .

   L’unica regione d’Europa dove il papa non riscosse denaro fu la penisola iberica, in quanto i suoi Stati, perennemente in guerra coi Mori, avevano diritto di trattenere tutte le tasse ecclesiastiche per questo scopo [36] .

   Invece, per ciò che riguarda la Danimarca, Benedetto XI incaricò l’arcivescovo di Lund, Isarno, di raccogliervi i fondi per le crociate (27 novembre 1303), con una missione che, pur essendo tra le prime, nessuno -a quanto mi risulta- ha messo in evidenza [37] .

  Quale esito ebbero queste missioni? La perdita dei registri camerali di Benedetto XI non ci permette di dare una risposta certa, ma personalmente ritengo che l’esito sia stato positivo; sicuramente la missione di Buonaiuto da Casentino avrà avuto qualche difficoltà per il contrasto tra Roma da un lato e la Boemia e l’Ungheria dall’altro, nonché per la lotta per il trono polacco tra il re boemo Venceslao (1300 - 1305) e Ladislao Lovietek (1303 - 1333), ma le altre legazioni non dovrebbero aver incontrato ostacoli di rilievo, in quanto con l’esito positivo di queste raccolte si giustificherebbe la relativa ricchezza di Clemente V, successore di Benedetto, nonostante le sue molte spese.

   Un discorso particolare meritano i rapporti di Benedetto XI coi banchieri toscani [38] . Appena eletto, infatti, ricevette le lamentele di numerosi

curiali i cui depositi erano stati trafugati da impiegati infedeli della Società degli Ammannati. Si trattava di un grave scandalo, in quanto questa società era tra quelle di fiducia della Sede Apostolica. Benedetto XI, il 27 novembre 1303, convocò Lante Agolanti, presidente dell’istituto bancario, per concordare con lui un’azione che risarcisse i truffati, ma non danneggiasse gli Ammannati.

  Di lì a poco, però, la precaria situazione della società peggiorò, e il papa, per evitare il crack dei suoi banchieri, convocò nuovamente i rappresentanti dell’istituto (16 gennaio 1304) per concertare un’azione di risanamento. La Santa Sede teneva a recuperare il suo denaro, e per farlo doveva aiutare gli Ammannati a sopperire alla loro carenza di liquidità; così Benedetto XI emanò una serie di provvedimenti (10 marzo) con cui ordinava a tutti coloro che dovessero loro del denaro in Italia, Spagna, Portogallo e Francia, di consegnarlo agli altri banchieri pontifici: i Cerchi e i Bardi.

  Egli stesso mobilitava l’apparato curiale perché i debitori ecclesiastici pagassero; volle che fossero pagati anche i debiti la cui solvenza era decaduta [39] .

  I custodi dei suoi forzieri furono invece i Cerchi; ad essi Benedetto volle che fossero consegnati, oltre ai canoni menzionati, anche quelli raccolti a Tournai e in Provenza (13 gennaio 1304).

  Furono poi i Cerchi, assieme ai Bardi e ai Clarenzi di Pistoia, a fare (su richiesta dello stesso papa) prestiti ai governatori dello Stato Pontificio, per un totale di 9650 fiorini d’oro, restituiti cogli interessi sul gettito del prelievo fiscale su tutto il territorio.

  Dal canto suo, Benedetto XI ebbe sempre grande cura della sicurezza di questi istituti: per ben tre volte intervenne per costringere a pagare i propri debiti alcuni vescovi che non lo facevano [40] .

 

 

6. La politica meridionale di Benedetto XI fra Angioini e Aragonesi

 

  Diversi furono gli scacchieri italiani su cui il papa giocò e su ognuno dovette seguire regole diverse.

  Seguì, per esempio, una linea di duttilità nei confronti del Regno di Sicilia (napoletano); infatti concesse a Carlo II, su sua richiesta, la tradizionale esenzione dal tributo di 50000 sterline dovuto al nuovo papa (5 novembre 1303), con un gesto dovuto a colui che aveva garantito la tranquillità della sua elezione. Ebbe poi una seconda occasione per mostrarsi comprensivo. Era successo che Carlo II aveva versato a Bonifacio VIII, il 29 giugno 1303, 32000 carlini d’oro, sostenendo che fossero l’equivalente monetario delle 8000 once d’oro dovute da lui alla Santa Sede anno per anno. I camerari apostolici avevano contestato questa equivalenza e il papa aveva stabilito che Carlo II, entro il 1° settembre, dovesse dimostrare di aver saldato tutto il suo debito, oppure pagarne il resto. In seguito, Bonifacio VIII aveva concesso un’ulteriore proroga sino al 1° novembre. Benedetto XI credette opportuno dilazionare ancora sino al 25 dicembre (lettera del 31 ottobre 1303). Queste concessioni appaiono, a posteriori, assai sbagliate, perché privarono la Chiesa di un cespite di cui aveva  assoluta  necessità,  senza  chiedere  in  contropartita   le  decime   che  rimasero  destinate  alla  guerra  contro gli Aragonesi, peraltro terminata. Benedetto XI, rimasto irretito nella politica tradizionale della Curia, benevola con gli Angiò, non chiese al re un’adeguata compensazione diplomatica  nella  contesa  con la Francia [41] , né ritenne opportuno che Carlo II garantisse la sicurezza in Roma -forse per evitare che ne rimanesse padrone- o che liberasse il Lazio dalle masnade colonnesi. Nonostante questa passività (anzi proprio per essa), la Santa Sede non potè impedire che Carlo II assumesse posizioni filofrancesi alla morte di Benedetto XI, nell’ambito di un prevedibile “patto di famiglia” ante litteram tra i Capetingi. L’unico risultato che il papa ottenne dalla sua politica fu di accrescere la sua autorità sulle diocesi del Sud-Italia.

  Fedele anche alla tradizione fu la sua politica nei confronti del Regno di Trinacria, che dimostra come sapesse essere energico all’occorrenza.

  Il re Federico d’Aragona non soltanto era in grave ritardo nel pagamento del censo annuo di 3000 once d’oro dovute alla Santa Sede nella festa dei SS. Pietro e Paolo, ma aveva approfittato della debolezza del papato  per  contravvenire  alla  clausola  del trattato di Caltabellotta che gli

vietava di assumere la denominazione di re di Sicilia (riservata agli Angiò), prendendola nella missiva inviata al nuovo pontefice.

  Il re addirittura aveva datato gli anni del suo regno non da quando la Santa Sede gli aveva concesso la Sicilia (1302), ma dal momento in cui se ne era impadronito manu militari (1296).

  Benedetto allora reagì con grande determinazione, e nella lettera del 30 novembre 1303 ricordò al re che gli anni del suo dominio dovevano essere datati dalla pace di Caltabellotta e che l’unico titolo che gli spettava era quello di re di Trinacria [42] . Dinanzi a tanta energia Federico cedette, e anzi inviò, l’8 dicembre 1303, il suo procuratore Corrado di Auria a prestare al papa l’omaggio ligio e il giuramento di fedeltà. Nella formula pronunziata dal procuratore, conservataci da Benedetto XI nella lettera spedita al re lo stesso giorno, erano ribaditi i punti cari alla Santa Sede: l’isola era detenuta dagli Aragonesi “in feudum a predicta Romana Ecclesia ex sola gratia et mera liberalitate ipsius”; essi giuravano fedeltà al pontefice in cattedra e ai suoi successori, impegnandosi a sostenerli nelle lotte per conservare, difendere e recuperare sia la Sede di Roma, sia i loro domini e diritti temporali; la corona inoltre rinnovava la promessa del tributo da pagarsi alla solita data, sostituibile -a richiesta- con un contingente di 100 cavalieri o con una piccola flotta in servizio per tre mesi, e s’impegnava a restituire tutti i benefici ecclesiastici siciliani ai loro titolari legittimi, togliendoli a chi li aveva arbitrariamente occupati durante la guerra. La monarchia, inoltre, riconosceva  tutte  le  immunità  ecclesiali  ed  ecclesiastiche,  e  giurava   di  rifornire di vettovaglie il popolo romano in caso di carestia, e di contribuire al sostentamento della Terra Santa e di qualsiasi regione, a richiesta della Chiesa. Federico prometteva infine che l’isola sarebbe passata agli Angiò alla sua morte e che non avrebbe mai ripreso la guerra contro di loro [43] .

  Subito dopo il giuramento, Benedetto XI concesse (lettera del 9 dicembre) a Federico una ulteriore proroga per il pagamento del tributo, fissando al 1° maggio 1304 la data in cui doveva essere versato. Nel documento si occupava anche di questioni spirituali. Infatti, siccome a causa del ritardo nel pagamento il re era stato scomunicato (29 agosto 1303) e l’isola sottoposta ad interdetto (29 ottobre), secondo le sanzioni previste dal trattato di Caltabellotta, il clero e la Chiesa siciliane erano precipitate nel caos.

  Numerosi ecclesiastici avevano continuato ad esercitare il loro ministero, macchiandosi di colpa grave e dando pubblico scandalo. Il papa, vedendo che la censura ecclesiastica comminata era stata occasione di rovina spirituale, la abrogò, e conferì a tutti i confessori siciliani il potere di assolvere i chierici che avessero contravvenuto all’interdetto, dopo aver inflitto loro una adeguata penitenza; inoltre assolse anche il re dall’anatema. In ogni caso, qualora Federico non avesse pagato il 1° maggio, il pontefice si riservò le ulteriori sanzioni canoniche previste dalla legge per dopo quella data [44] . L’Aragonese versò tuttavia puntualmente 10000 fiorini d’oro a Gerardo Lanfredini, dei Bardi di Firenze, “mercator della Camera Apostolica. Ne mancavano altri 5000 per raggiungere la somma stabilita, e Benedetto XI si aspettava di riceverli al più presto, ma morì poco dopo [45] .

  In concreto, questa politica non fruttò nulla al papato, nemmeno quanto  gli  era  dovuto; con  essa  Benedetto  XI  si  privò  di  un  mezzo  di  pressione  sugli  Angiò  che  si  allineavano  sempre  più  con la  Francia. Probabilmente, infatti, Carlo II sarebbe stato più prudente se avesse assistito ad un avvicinamento tra Roma e Palermo, temendo altrimenti di perdere definitivamente la Sicilia e di subire un nuovo assalto nel suo regno. Tuttavia il pontefice ottenne due risultati brillanti dal punto di vista religioso: potè nominare i vescovi siciliani senza tener conto delle preferenze regie, e insediare l’inquisizione nell’isola (28 marzo) perché estirpasse gli abusi allignati durante la guerra del Vespro (lettera del 27 maggio) [46] .

 

7. La pacificazione del Veneto

 

  Benedetto XI si interessò molto anche alle vicende del Veneto, sua terra natale, dove aveva conservato una forte influenza sia per la stima dei notabili e delle popolazioni, sia per le relazioni personali che ancora lo legavano ad importanti personaggi della zona. Sulla base di questi presupposti egli perseguì una politica personale, dandosi come priorità la pacificazione dell’area gravemente minacciata dalle lotte tra le grandi città, che gradatamente andavano evolvendosi in Signorie [47] . È presumibile che gl’interventi pontifici mirassero ad estendere in modo definitivo l’influenza della Santa Sede su di una regione dove ancora forte era la fazione ghibellina. Troviamo dunque il pontefice intento a risolvere una contesa tra lo Stato del patriarca di Aquileia, Ottobono, e la Repubblica di Venezia, governata dal doge Pietro Gradenigo (1289 - 1311), [48] relativa alla giurisdizione del litorale istriano, il quale apparteneva alla Serenissima da Trieste fin quasi a Fiume, e che era a ridosso del dominio patriarcale (comprendente più o meno tutto il Friuli e la Venezia Giulia, con la rilevante eccezione di Gorizia). Questa controversia era stata già sottoposta all’arbitrato di Bonifacio VIII, che però era morto poco dopo aver iniziato il lavoro. Da due lettere del dicembre 1303 giunte fino a noi, sappiamo che il patriarca d’Aquileia domandò al doge se gradisse affidare la questione, ancora pendente, al nuovo pontefice, e che Pietro Gradenigo rispose affermativamente [49] . 

   La  sentenza  fu  emanata  solo dopo il 7 maggio 1304, quando il papa  ordinò  alle  parti  di  inviare  procuratori  per udire il suo deliberato [50] . Probabilmente, Benedetto XI morì prima di emettere il verdetto, ma esso, se fu  pronunziato  (non  ci  è giunto infatti nessun documento a riguardo), non deve aver di molto alterato lo status quo ante, in quanto esso risulta invariato agli inizi del XIV secolo.

  Il pontefice s’intromise anche tra Venezia e Padova, entrate in guerra per una questione di confini. Il 27 maggio 1304, preoccupato per la salute delle popolazioni, papa Boccasino designò come legato a latere il vescovo di Fermo, Alberico, perché negoziasse la pace, fornendogli il potere di fulminare la scomunica anche contro chi avesse ricevuto speciali privilegi dalla Santa Sede. Scrisse inoltre al Comune padovano (la signoria carrarese vi si sarebbe installata solo nel 1314) e alla Signoria veneta perché accettassero l’arbitro da lui designato [51] . I due contendenti accettarono e di lì a poco si giunse alla pace.

  Non deve stupire che la Serenissima accettasse così di buon grado l’ingerenza pontificia: l’amicizia di Niccolò Boccasino con il doge Gradenigo risaliva a molto tempo prima, e inoltre la Santa Sede, a causa della tensione che regnava tra essa e le repubbliche di Pisa e Genova per la questione della Corsica e della Sardegna, era naturalmente spinta verso lo Stato di San Marco, in guerra con la Superba. E così, il 3 aprile 1304, fu emanata una bolla che vietava ai Veneziani il commercio coi Saraceni, ma all’inviato della Serenissima, Enrico d’Armino O.P., priore in Venezia, Benedetto XI disse esplicitamente che il divieto non riguardava i tessuti e gli indumenti (8 aprile). Cosicché,  quando l’inviato di papa Giovanni XXII (1316 - 1334) Berthrand de la Tour OFM, nel 1317, rimproverò al doge Giovanni Soranzo  di commerciare coi musulmani, questi potè addurre a propria discolpa il permesso di Benedetto XI [52] .

 

8. Benedetto XI e la Toscana

 

  Tuttavia l’interesse prioritario del pontefice nella sua politica italiana fu per la Toscana. [53] Bonifacio VIII carezzò il sogno di annettere questa regione allo Stato della Chiesa: la controprova è costituita dal fatto che egli dichiarò che non avrebbe mai riconosciuto i diritti di Alberto d’Asburgo sul trono imperiale, finchè questi non avesse accettato di trasferire la Toscana dalla sovranità tedesca a quella pontificia [54] . Del resto, il papato vantava dei diritti sulla regione (e su molte altre) in seguito alla donazione testamentaria fattagli da Matilde di Canossa, e lo stesso imperatore Federico II aveva confermato la sovranità della Santa Sede su alcune aree tosco-emiliane acquisite da Innocenzo III sulla base di quella donazione.

  Sulla base di questi presupposti, ritengo fuori da ogni dubbio che anche Benedetto XI mirasse, alla lunga, all’annessione della Toscana [55] .

  Abbiamo lasciato le vicende di questa regione nel punto in cui, a Firenze, Corso Donati tentava di conseguire la signoria appoggiandosi ai Cavalcanti, guelfi di parte bianca. Le vicende della città, a partire dall’agosto 1303, erano divenute convulse: l’approvvigionamento granario d’emergenza fatto dal Comune durante una carestia era stato accompagnato da una serie di scandali che -a torto o a ragione- scossero la credibilità del gruppo al potere. La conseguente protesta popolare, volta ad ottenere una revisione degli statuti comunali, fu cavalcata dal partito bianco, capeggiato dall’arcivescovo di Firenze, Lottieri Dalla Tosa.

  Nell’inverno 1304 scoppiò la guerra civile [56] , la cui eco raggiunse Benedetto XI, il quale colse l’occasione per un intervento pacificatore già dal 31 gennaio, quando nominò legato apostolico per la Toscana, la Romagna e la Marca Tarvisina, il neo-cardinale Niccolò degli Albertini da Prato (morto nel 1321), vescovo di Ostia [57] . Conferendogli l’incarico di pacificare le terre della sua legazione (bolla Transiturus ad Patrem), il papa attribuì la pienezza dei poteri all’Ostiense, compresa la facoltà di scomunicare coloro che avessero ricevuto una speciale immunità dalla Santa Sede; gli ordinò di riformare le Case religiose; gli concesse di assolvere dalle censure tutti i fedeli impossibilitati  di  riceverne il  perdono dai propri giudici naturali, coloro che avessero distrutto o danneggiato edifici   sacri,  e  gli ecclesiastici che fossero stati in relazione con scomunicati o che avessero esercitato il ministero sebbene sottoposti a sanzioni e, in generale, colpevoli di varie irregolarità, compresa l’insolvenza delle decime. Benedetto XI volle anche  che  il  suo  legato  potesse  riscuotere  la  sue   procure   da   tutti  gli ecclesiastici, e che questi ultimi sostentassero gli agenti inviati in missione dal cardinale; mise a sua disposizione i Mendicanti e gli diede mandato di eleggere i titolari di tutti i benefici resisi vacanti che, nella sua giurisdizione, fossero riservati alla Santa Sede. Al vescovo di Ostia fu assegnato un nutrito seguito, e piena potestà su di esso.

   Avrebbe potuto far accogliere come canonici dieci chierici della sua legazione in altrettante cattedrali o collegiate, dispensare per  difetto di natali fino a 20 chierici perché fossero ammessi agli ordini e ai benefici, far percepire ai suoi con laboratori ecclesiastici tutti i loro proventi per tutto il tempo della missione, assolvere fino a dieci religiosi che si fossero macchiati di simonia, e persino far diventare membro di un qualsiasi Capitolo uno dei suoi assistenti. Come ultima prerogativa, Benedetto XI riconosceva al cardinale da Prato facoltà di concedere indulgenze [58] . Da tutto ciò emerge chiaramente quanta importanza il pontefice desse alla missione e quanta stima nutrisse per il porporato, domenicano come lui. Il legato avrebbe dovuto promuovere una pacificazione generale favorendo il rientro dei guelfi bianchi e dei ghibellini in Firenze.

   Niccolò degli Albertini sembrava assai adatto allo scopo, perché proveniente da una famiglia di parte imperiale. Se si accetta la tesi che anche Bonifacio VIII, inviando a Firenze Carlo di Valois, non avrebbe avuto l’intenzione di farne espellere i Bianchi [59] , si può ritenere che anche questo progetto di riconciliazione generale rientrasse nelle linee della politica curiale e quindi smentire l’ipotesi di chi [60] vuole che la legazione del vescovo di Ostia sia stata iniziativa personale di Benedetto XI. È questa, a mio parere, la ricostruzione più plausibile, che peraltro suddivide tra il papa e la Curia la colpa di aver creduto realmente possibile una pacificazione tra fazioni divise da decenni di odi. Del resto, la Curia romana non avrebbe mai potuto sanzionare la definitiva estromissione da Firenze di quei banchieri di parte bianca, come  i Cerchi, a cui si era legata a filo doppio. Così le scelte finanziarie di Benedetto XI furono la causa remota dei suoi maggiori fallimenti politici italiani.

   Prima che Roma prendesse l’iniziativa di pacificazione, il Comune fiorentino aveva chiamato come mediatori i Lucchesi, guelfi neri, i quali però furono parziali, poiché tentarono di neutralizzare i loro avversari politici. Ne venne un tumulto che costrinse i Lucchesi a comportarsi correttamente (febbraio 1304); in queste circostanze l’avvento del cardinale (10 marzo) apparve come l’ultima speranza. Il 17 marzo il Consiglio dei Cento e i due Consigli del capitano del popolo votarono al legato la balìa (ossia il potere) di pacificazione, e, i due Consigli del podestà ratificarono l’atto, ordinando ai priori e al gonfaloniere di nominare un sindaco per assistere il vescovo di Ostia [61] .

  Il 30 marzo poi, il Comune chiese a Benedetto XI di nominare il podestà. Il pontefice, il 10 aprile, inviò a Firenze una rosa di quattro candidati [62] dei quali però nessuno accettò l’incarico [63] . Dal canto suo il cardinale, il 19 aprile, riorganizzò la milizia urbana con una serie di misure che rafforzarono i ceti medi contro i grandi possidenti di parte nera, i quali passarono perciò definitivamente ad una opposizione sorda ma implacabile, temendo che la pacificazione generale li privasse di ogni potere.

   Sul momento, però, la politica cardinalizia non subì conseguenze, e Niccolò credette di poter estendere la sua influenza anche su Prato e Pistoia. Si recò all’inizio nella prima, ma la sua politica pacificatoria fu vanificata da una vasta congiura, annodata  dai Dalla Tosa e i Guazzalotri (famiglie che guidavano i Neri rispettivamente fiorentini e pratesi) con la città di Lucca.

  Così il popolo pratese insorse contro il legato cacciandolo dalla città, che venne occupata dai Lucchesi. Da Prato il cardinale si spostò a Pistoia accompagnato da Geri Spina, guelfo nero, che sperava di occupare quella città per conto della sua Firenze. Entrato in Pistoia, Niccolò ricevette la balìa per la nomina di un “signore” che reggesse il Comune per quattro anni, con la riserva di sceglierlo però tra i cittadini.

  Progressivamente, poi, Pistoia boicottò la politica pacificatrice del presule, il quale, resosi conto  di come  stavano  realmente  la  cose  in città, la abbandonò, ritornando a Prato con la speranza  di riconquistarla con l’aiuto dei suoi partigiani. Definitivamente respinto dai Pratesi e in pericolo di vita, il cardinale, lanciato l’interdetto su di loro, ritornò a Firenze [64] , da cui bandì una crociata contro Prato (22 maggio), benedetta dal papa stesso (29 maggio) [65] . A questi poi i Fiorentini lo stesso giorno chiesero di designare un podestà al posto di coloro che avevano rifiutato [66] . Poi, spronato dal pontefice, Niccolò da Prato chiamò in Firenze sei rappresentanti dei Bianchi e sei dei ghibellini, per nulla intimidito dall’esercito lucchese, che si era accampato nei pressi della città (giugno 1304). Ma i Dalla Tosa, per togliere credibilità al legato, inviarono ai Bianchi e ai ghibellini fiorentini rifugiati in Romagna una lettera col sigillo del cardinale, con la quale li invitavano a scendere in armi verso Firenze. Essi lo fecero, e giunsero sino al Mugello, gettando i Fiorentini nello sgomento. Essi, temendo che l’esercito inviato contro Prato -formato soprattutto da ghibellini- ritornasse per assaltare la loro città con i fuoriusciti del Mugello, si prepararono alla battaglia.

  Poi il sospetto li spinse a prendersela coi Bianchi e coi ghibellini rimasti in città, dove iniziarono aspri scontri.

  A quel punto, i dodici rappresentanti dei fuoriusciti se ne partirono, e lo stesso cardinale, scomunicando la popolazione, se ne andò a Perugia a raggiungere il papa (4 giugno) [67] . Dopo la sua partenza, la lotta divampò violenta.

  A questo punto Benedetto XI, che aveva sempre seguito l’azione del suo legato, ruppe gli indugi e pubblicò la violenta bolla Rex Pacificus (21 giugno 1304) [68] , con cui citava a comparire dinanzi a sé i rappresentanti di Firenze e Lucca, nonché Rosso Dalla Tosa, Corso Donati e altri nove capi neri -quattro fiorentini e cinque lucchesi- sotto pena di scomunica. Questa minaccia raggiunse subito il suo scopo, e i citati partirono subito, per giungere prima del termine fissato (6 luglio), ma troppo tardi per udire la sentenza, in quanto Benedetto XI morì il 7 di quel mese [69] .

  Dal canto suo, il cardinale Niccolò approfittando dell’assenza dalla loro città dei leader di parte nera scrisse a Pisa, Bologna, Arezzo, Pistoia, nonché ai ghibellini e ai guelfi bianchi fiorentini fuoriusciti in Toscana e in Romagna, ordinando loro di attaccare Firenze, con un inganno che egli falsamente disse voluto dal papa. Ma neppure questa squallida manovra gli riuscì, perché i Fiorentini respinsero gli invasori (20 luglio).

  Con questo progetto di Benedetto XI finirono gli sforzi della Santa Sede per la sottomissione della Toscana. Ciò che fu fatto dopo dai papi avignonesi (e dallo stesso Niccolò degli Albertini, che fu legato di Clemente V nella regione fino al 1309) fu più funzionale agli interessi della Francia e degli Angiò che a quelli della Chiesa e, in ogni caso, non sortì effetti duraturi, se non quello di aumentare i contrasti e le lotte.