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Matteo
Luigi Napolitano
In primo luogo il nunzio apostolico nella capitale tedesca, dal 1930 mons. Cesare Orsenigo, succedeva in quella carica ad Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII. In secondo luogo, egli si trovò a reggere la nunziatura berlinese fino al 1946, ossia in un periodo decisivo per la storia del Novecento, durante il quale si assisté alla crisi della Repubblica di Weimar, all’ascesa e al consolidamento del nazismo, e poi al suo crollo. Infine anche la figura di Orsenigo (parallelamente a quella di Pacelli) è stata spesso oggetto di polemiche e di speculazioni a margine del dibattito sul rapporto tra la Chiesa cattolica e la Germania nazista, sì che è possibile trarre alcune prime conclusioni sul punto.
La recente parziale apertura delle carte vaticane per il periodo 1922-1939 consente pertanto di ricavare elementi di novità su temi così scottanti e soprattutto di capire meglio, attraverso la corrispondenza tra la nunziatura a Berlino e la Segreteria di Stato, quali fossero i problemi all’ordine del giorno e l’approccio della Santa Sede ad essi.
Com’è noto, papa Pio XI e il suo segretario di Stato Pacelli, che gli sarebbe succeduto al Soglio pontificio, erano sempre molto attenti alla delicata situazione interna tedesca; e ricevevano da Orsenigo (con una serrata corrispondenza) utili elementi sulla condotta da assumere nei confronti della Germania.
Dai dispacci sino ad ora consultati ricaviamo l’impressione che il rapporto tra la Santa Sede e la Germania nazista non sia riducibile (e, diremmo, banalizzabile) con l’abusato concetto del “colpevole silenzio” del Vaticano o, peggio, della “complicità” tra la croce e la svastica [1] .
Uno dei punti di prova per avvalorare queste nostre impressioni è il doppio ruolo di Cesare Orsenigo in Germania, di nunzio apostolico e di decano del Corpo Diplomatico accreditato presso il Presidente del Reich.
Cesare Orsenigo, come si evince dalla biografia di Monica M. Biffi [2] , è in un certo senso étrangèr aux affaires. Cresciuto sobriamente in un tranquillo ambiente borghese con profonde radici cristiane, allievo di Rosmini, egli studia teologia a Milano, dove si perfeziona con un dottorato dopo esser stato ordinato sacerdote (ciò che avviene il 5 luglio 1896). Dal 1897 al 1922 esercita la sua missione pastorale nella Chiesa di S. Fedele a Milano, avendo già ricevuto (nel 1912) la nomina a Canonico ordinario della Cattedrale. Attività pastorale, letteraria e caritativa si alternano costantemente (o piuttosto si fondono armonicamente) negli anni milanesi di Orsenigo. Egli frequenta la Biblioteca Ambrosiana, dove incontra Achille Ratti, il futuro Pio XI, che l’incoraggia agli studi e ne diviene amico.
Orsenigo scrive diverse biografie (importante la sua Vita di S. Carlo Borromeo) e altre opere di carattere formativo. Nel 1907 diventa Prefetto dell’Ambrosiana, dove rimane fino al 1912. Il 23 giugno 1922, il vecchio amico Achille Ratti, ormai pontefice col nome di Pio XI, nomina Orsenigo internunzio apostolico in Olanda [3] .
Il designato è ancora un semplice canonico (sarà elevato a dignità episcopale con l’occasione); non ha frequentato l’Accademia dei Nobili Ecclesiastici; ha uno stile più parrocchiale che curiale; legittimo dunque l’orgoglio dei familiari e dei suoi concittadini di Villa S. Carlo di Valgreghentino per un tale inatteso onore. La missione in Olanda dura tre anni, trascorsi i quali Orsenigo viene inviato come nunzio a Budapest. Nel 1930 egli è chiamato a reggere, quale successore di Pacelli, la nunziatura apostolica di Berlino. Sulla base di una votazione interna, egli diviene poi il Decano del Corpo Diplomatico accreditato in Germania.
La figura del Decano non è nuova alla storia della diplomazia; la sua funzione è quella di rappresentare gli interessi di tutto il corpo diplomatico presso lo Stato di accreditamento. Per prassi, nei paesi cattolici, le funzioni di Decano sono affidate al rappresentante della Santa Sede, ossia al nunzio apostolico: figura, questa, di diplomatico sui generis, le cui funzioni ufficiali non sono mai disgiunte dalla tutela degli interessi della Chiesa cattolica locale e, più in generale, dalla missione pastorale legata all’annunzio evangelico [4] . In Germania, il decano era eletto periodicamente da tutto il corpo diplomatico accreditato a Berlino; per “suffragio diretto” Orsenigo fu dunque designato all’esercizio di una tale funzione.
L’atmosfera politica in Germania era in quel momento particolarmente incandescente. Con particolare frequenza, fin dai suoi primi rapporti, il nuovo nunzio insisteva non solo sulla continua instabilità governativa, ma anche sul pericolo comunista.
Così egli scriveva in un rapporto del 4 agosto 1930:
La Germania è forse oggi la nazione europea, su cui la Russia bolscevista ha fondato le sue maggiori speranze per una propaganda rivoluzionaria, e perciò è anche il suo campo preferito per una propaganda antireligiosa.
Con accenti particolarmente accorati Orsenigo descriveva poi la “rieducazione” giovanile ai valori comunisti:
Si cerca di togliere al fanciullo la possibilità di educazione religiosa, sia cattolica che protestante o giudaica, e poi di fare del fanciullo stesso un propagandista di ateismo in mezzo ai suoi coetanei e condiscepoli.
Per raggiungere tale scopo la propaganda comunista aveva mutato addirittura tattica:
Mentre prima predicava che un comunista non può permettere che i suoi figli frequentino una scuola confessionale, e insisteva per avere una scuola laica cioè atea, oggi i ragazzi comunisti più audaci disertano la scuola laica e si iscrivono alla scuola confessionale col subdolo intento di farvi la propaganda antireligiosa e bolscevista fra i loro stessi condiscepoli [5] .
Anche il quadro politico era assai preoccupante; Orsenigo rilevava come la Repubblica di Weimar andasse sempre più indebolendosi a causa delle continue crisi di governo, di cui aveva parlato in molti suoi dispacci.
L’opposizione al governo, se non alla persona del Cancelliere, si fa ogni giorno più forte – scrive egli l’11 ottobre 1931, parlando della crisi del Governo Brüning – . La sua stessa popolarità, già molto attenuata a sinistra per i suoi decreti agevolanti la riduzione dei salari, si è ora affievolita anche a destra per un’altra serie di onesti decreti, che riducono gli alti stipendi e impongono con il controllo delle Banche anche un freno ai colossali guadagni di certi consiglieri di Società azionarie. È difficile prevedere che cosa ci riserba nella politica germanica questa lotta fra il capitalismo e i sindacati (poiché oramai anche i partiti politici sono raggruppati su questa piattaforma: i capitalisti credono sia giunta l’ora di liberarsi dai sindacati, che ritengono responsabili dell’attuale marasma industriale, e gli operai, serrati in una ferrea organizzazione sindacalista, sperano romperla definitivamente col capitale, instaurando una politica sociale che potrebbe essere anche comunista. Se il nuovo Gabinetto non avrà la maggioranza nella prossima votazione, che sarà mercoledì o giovedì, si avrà probabilmente un Governo nazionalsocialista o quasi; che se anche questo esperimento fallirà, come molti seriamente temono, atteso che con un Governo simile verrebbe subito a mancare la fiducia all’estero, la quale se è utile per tutte le nazioni, è indispensabile per la Germania, data la sua struttura eminentemente industriale, allora forse si avrà un avvento del comunismo, a meno che si abbia il buon senso di tornare al Governo attuale [6] .
L’occasione per Orsenigo di dare alla Santa Sede elementi di valutazione sulla situazione tedesca, sul modo in cui egli la presentava, e al contempo di illustrare agli ambienti politici locali il punto di vista vaticano, si presentò ripetutamente in circostanze ufficiali. Il nunzio apostolico a Berlino era infatti anche Decano del Corpo Diplomatico accreditato nella capitale tedesca: non per convenzione (come avveniva e avviene tuttora negli Stati cattolici), ma, come si è detto, per libero voto dei capi missione accreditati nella capitale tedesca. In qualità di Decano ad Orsenigo sarebbe dunque spettato, in varie circostanze pubbliche, anche l’onere tutto particolare d’illustrare, accanto alle vedute della Santa Sede, anche quelle dei colleghi diplomatici.
I discorsi all’uopo predisposti erano naturalmente concordati con la Segreteria di Stato. Si tratta di un capitolo molto interessante delle relazioni tedesco-vaticane, perché ci consente di penetrare non solo nelle dinamiche interne alla diplomazia pontificia, ma anche, attraverso correzioni e rimaneggiamenti del testo provvisorio di quei discorsi, di appurare il pensiero di Pio XI e del suo Segretario di Stato Pacelli circa i grandi mutamenti in corso in Germania.
A fine novembre del 1931 Orsenigo inviò a Pacelli il testo di un discorso che avrebbe dovuto pronunciare in occasione del ricevimento per il Capodanno 1932.
Ho cercato di mettermi dal punto di vista della civiltà, – egli scriveva in una lettera privata a Pacellli del 26 novembre 1931 – evitando così ogni riferimento esplicito a qualsiasi paese; purtroppo la presenza di diplomatici di nazioni non ancora cristiane, e in questo momento belligeranti, mi sconsiglia ogni chiaro accenno ai princìpi cristiani in fatto di guerra [7] .
Questo approccio “laico” del nunzio (il suo riferimento alle «nazioni non ancora cristiane» in guerra andava certamente a Cina e Giappone, impegnate nel conflitto manciuriano) non impedì tuttavia ad Orsenigo di menzionare, nel suo discorso, la necessità di un benessere mondiale, basato sulla cooperazione pacifica fra le nazioni. Egli osservava, fra l’altro, che molti nobili cuori leggevano l’avvento di un’era nuova, tale «da rendere superfluo e indebito per l’umanità ogni armamento bellicoso»; e rilevava, in un altro punto che non sarebbe certamente sfuggito all’attenzione degli ascoltatori, che la Germania era stata «la prima e la più colpita dalla grande crisi economica» [8] .
Proprio su queste espressioni si appuntarono le osservazioni del cardinal Pacelli, che chiese di attenuarle [9] : evidentemente perché esse avrebbero sollevato vive critiche da parte della Francia, ovvero di quel paese tutt’altro che pronto a disarmare senza avere dalla Germania adeguate garanzie di sicurezza; mentre d’altro canto la stessa Francia si sentiva ancora devastata dalla grave crisi economica che, dal 1929, stava facendo sentire i suoi effetti in Europa. Non bisogna poi tralasciare che ritenere la Germania la più colpita dalla crisi significava sposarne le ragioni ed avallare quel progetto di unione doganale austro-tedesca (il cosiddetto Anschluss economico), che proprio la Francia aveva fatto fallire nel settembre del 1931.
La crisi definitiva della Repubblica di Weimar si ebbe a fine gennaio del 1933, con l’impossibilità per l’allora cancelliere Schleicher di formare un governo di coalizione, nonostante che le recenti elezioni dell’autunno 1932 avessero segnato una sensibile flessione dei nazisti. Fu allora che von Papen fece un tentativo per ritornare al potere, non esitando persino a chiedere la mediazione del nunzio apostolico a Berlino perché convincesse il Centro cattolico ad appoggiarlo. Davanti al rifiuto di Orsenigo, von Papen si propose una visita a Pacelli in Vaticano, che Orsenigo sconsigliò vivamente [10] .
L’avvento di Hitler pose alla Santa Sede diversi problemi. Il nuovo cancelliere tedesco s’era pubblicamente professato cristiano, ma in Vaticano non si riteneva tutto ciò rassicurante, dato che egli non aveva proclamato l’appartenenza ad una confessione precisa. Vi era poi il problema dell’educazione religiosa e del prevedibile conflitto che tale questione avrebbe ingenerato tra la Chiesa e lo Stato. Non secondario era poi l’aspetto della defezione di molti preti cattolici dai ranghi del clero secolare; assordati dalla sirena nazista, essi s’erano iscritti al partito di Hitler nonostante il divieto imposto dalla Conferenza episcopale tedesca. Il pericolo era pertanto quello di veder sorgere una “Chiesa nazionale” o una “Chiesa di Stato” tedesca (Deutschekirche o Reichskirche) staccata da quella di Roma.
Dalle carte archivistiche vaticane troviamo confermata anche l’idea che il Concordato firmato tra il Vaticano e la Germania nazista nel luglio 1933 non sancì affatto la pace fatta tra Chiesa e Stato; le indicazioni documentarie conducono anzi a conclusioni opposte [11] .
Questo discorso tocca direttamente la figura del nunzio a Berlino: giacché in molte circostanze, nella già ricordata veste di Decano del Corpo Diplomatico, Orsenigo si trovò a parlare al governo nazista, esprimendo il punto di vista di tutti i colleghi diplomatici (senza peraltro provocare, a quanto pare, dissensi o proteste da parte di questi ultimi per le parole da lui pronunciate in circostanze ufficiali).
Diverso è il problema se Orsenigo non risentisse in certa misura dell’ambiente che lo ospitava. Egli certamente non amava lo scontro frontale, e in ciò rispettava il senso della misura necessario a ogni buon diplomatico. Del resto, le carte archivistiche non consentono di concludere che Orsenigo fosse un filo-nazista; il suo sogno era stato la tenuta del Centro cattolico o la ricerca di un suo degno erede, in grado di fungere da contrappeso alla crescente forza del partito hitleriano. Anche se, talvolta, egli dava l’impressione di soggiacere a umori, sentimenti e risentimenti della Germania nazista nei confronti del mondo esterno.
Il 25 novembre 1933, ad esempio, Orsenigo inviò in Vaticano il testo dell’annuale discorso che avrebbe dovuto pronunciare innanzi al Presidente del Reich, Paul von Hindenburg, per gli auguri di Capodanno [12] . Hitler era ormai al potere, reso più forte sia dal responso elettorale del 5 marzo 1933, sia dalla delega di pieni poteri ricevuta dal Reichstag in occasione della seduta inaugurale del nuovo parlamento.
Nella bozza del discorso per il Capodanno 1933 si legge dunque quanto segue:
L’anno che si è chiuso è stato per la Germania straordinariamente ricco di avvenimenti politici, economici e sociali e noi li abbiamo sempre seguiti con la più viva attenzione.
Il tono prosegue su accenti che al lettore di oggi certamente appaiono eccessivamente elogiativi.
I nostri cuori, sempre pronti, in virtù della nostra stessa missione diplomatica, a servire la causa della pace, si sono particolarmente rallegrati, quando gli uomini, ai quali Vostra Eccellenza ha confidato i destini di questo paese, hanno solennemente dichiarato di essere disposti a regolare le eventuali divergenze fra la Germania e le altre nazioni, tenendosi sul pacifico cammino di una intesa amichevole.
Su questi accenti si concentrò ancora una volta l’attenzione di Eugenio Pacelli, il quale comunicò a Orsenigo, il 1° dicembre 1933, le seguenti osservazioni:
Sua Santità, in considerazione delle gravi difficoltà, alle quali la Chiesa è esposta ora in Germania, e dell’abuso che si potrebbero fare delle parole di Vostra Eccellenza, stima che gli elogi contenuti nel discorso debbano essere indubbiamente temperati [13] .
Così fu fatto, e lo si evince dalla stesura definitiva del discorso redatta in francese, in cui si ribadiscono anzitutto gli impegni assunti dal nuovo governo nazista per la soluzione pacifica di eventuali controversie internazionali che riguardassero la Germania [14] .
Il ricevimento di quel Capodanno del 1934 ci fornisce altri interessanti spunti di riflessione. Vi partecipò anche Hitler, con una dignità “protocollare” quasi pari a quella riservata al Presidente della Repubblica von Hindenburg. Anche il Cancelliere, al pari di quest’ultimo, si volle infatti intrattenere con i diplomatici presenti, e ad Orsenigo in particolare parlò delle «imminenti riforme interne concernenti l’unificazione completa del Reich nei rapporti dei piccoli Stati, aggiungendo che questo avrebbe portato naturalmente ad un rimaneggiamento dei Concordati [corsivo nostro]».
Fu poi notata con piacere da tutti i diplomatici l’insistenza di Hitler sulla volontà di pace della Germania. Ma è a questo punto che il racconto di Orsenigo si fa più interessante, in quanto la cifra usata nel relativo dispaccio fu cambiata con un’altra forse nota al solo Pacelli: un classico esempio di «decifri Ella stessa»: la raccomandazione che ogni ambasciatore rivolge al suo ministro per gli argomenti di massima segretezza.
In questa parte del dispaccio Orsenigo scriveva:
In proposito però alcuni rilevano che queste dichiarazioni solenni di pace ricorrono sulla bocca di quelle persone che combatterono fino a ieri energicamente ogni movimento pacifista, che per questo bisogna prendere come una manovra politica per prepararsi alibi. Fra i diplomatici si parla apertamente del pericolo di una guerra; certo armamento morale e materiale procede qui febbrilmente. Non manca chi desidera un intervento bellicoso della Francia subito per scompigliare questi preparativi e impedire così una vera guerra, dato che alcuni la vedono assai probabile [15] .
Dietro i discorsi ufficiali, dunque, si celavano le antiche paure, soprattutto della Francia, nei confronti della Germania che, proprio poco tempo prima (19 ottobre 1933) aveva lasciato la Società delle Nazioni per insanabili dissidi sulla questione del disarmo.
Il 1934 fu per la Germania un anno denso di avvenimenti: morto il vecchio Presidente von Hindenburg, con apposita legge Hitler aveva assommato le cariche di Cancelliere e di Presidente del Reich; a lui dunque, nuovo Capo dello Stato tedesco, Orsenigo si sarebbe dovuto rivolgere nelle occasioni ufficiali, a nome del Corpo Diplomatico. Ma il 1934 fu anche l’anno del tentativo di Anschluss da parte di Hitler, sventato nel luglio per l’intervento della sola Italia, che inviò alcune divisioni al Brennero a difesa dell’indipendenza austriaca (pagata comunque anche con la morte violenta del Cancelliere Dollfuss).
Percorso quanto mai arduo era dunque per la Santa Sede guidare il suo nunzio a Berlino nei meandri di una missione che si faceva sempre più delicata, date le circostanze e soprattutto dato il ruolo di Orsenigo, di “doppio rappresentante” del Papa e dei colleghi diplomatici: un compito che andava assolto senza tradire la missione affidata.
Si può allora comprendere come mai, in occasione degli auguri per il Capodanno del 1935, Orsenigo insistesse con Hitler sull’urgente desiderio di pace nel mondo: bisogno condiviso da molte parti. Il testo del discorso da rivolgere al Presidente e Cancelliere del Reich, in cui erano sviluppati i predetti temi, fu previamente approvato dalla Santa Sede senza modifiche [16] . Pacelli lo calibrò solo nella parte in cui si augurava a Hitler ogni bene per la sua «patria». «Essendo Hitler di nascita austriaco», e certamente ricordando i precedenti del tentato Anschluss, Pacelli preferì si usasse la parola «Paese» [17] .
Nel corso del 1935, intanto, l’Europa aveva proseguito nella ricerca di un mezzo efficace per controllare e contenere il dinamismo tedesco. La conferenza di Stresa dell’aprile aveva tentato un’azione in tal senso, con non grandi risultati. Peraltro Hitler aveva interpretato i patti franco-sovietico e ceco-sovietico come diretti contro la Germania. Lo scoppio del conflitto italo-etiopico rappresentava inoltre un pericolosissimo focolaio, riproponendo il problema dell’efficacia della Società delle Nazioni nel mantenimento della pace, e soprattutto nella tutela dell’integrità territoriale dei suoi membri (e l’Etiopia lo era dal 1923). Particolarmente caute dovevano pertanto essere le mosse della Santa sede in un tale contesto.
Il 16 novembre 1935 Orsenigo inviò al Vaticano, per superiore approvazione, il suo nuovo discorso augurale di Capodanno.
Il nostro primo voto è per Vostra Eccellenza, Duce del Popolo Tedesco in quest’ora storica, destinata forse a rimanere memorabile nella vita dei popoli. Che questo nuovo anno scorra pieno di benessere per la persona di Vostra Eccellenza! Estendiamo questo nostro augurio anche a tutti i Signori Ministri, Vostri assidui collaboratori nella quotidiana fatica di governo. Il nostro pensiero, parimenti ben augurale, si svolge poi a tutto il Vostro popolo, cominciando dalla popolazione di questa capitale, sempre così laboriosa e ospitale, per allargarsi poi a tutti i figli di Germania, riserbando i nostri migliori e più fervidi auguri ai figli del lavoro, sia che essi si affatichino nelle più ampie officine delle Vostre industri città, o che irrorino del loro sudore le zolle feconde dei campi. Noi facciamo voti che il tenace programma di Vostra Eccellenza per diminuire sempre più il numero di coloro, che a causa della grave crisi, che ancora incombe sull’umanità, sono costretti a rimanere involontariamente inerti, si realizzi ampiamente, totalmente! [18] .
Erano queste le parole che il Nunzio pensava di rivolgere a Hitler. Letta la bozza del discorso, e sottopostala a Pio XI, il Segretario di Stato Pacelli così rispose a Orsenigo, il 4 dicembre 1935:
Il pensiero che l’Augusto Pontefice si è degnato di esprimermi è: che siano annullate le parole «Duce del popolo tedesco»; che sia parimenti omessa la esplicita menzione dei Signori ministri, tra i quali il Göbbels è manifestamente apostata, limitandosi a dire in generale «a tutti i vostri collaboratori…»; che venga soppresso l’intero periodo che comincia con le parole «Noi facciamo voti» e termina con le altre «si realizzi ampiamente, totalmente» [19] .
Intanto le occasioni ufficiali si moltiplicavano. I diplomatici accreditati a Berlino erano invitati ogni anno al congresso del partito nazista di Norimberga. In più di una circostanza Orsenigo aveva trovato il modo di non intervenirvi [20] . Si consideri che, dal punto di vista protocollare, la presenza ufficiale di diplomatici a un congresso di partito era non solo irrituale, ma anche rischiava di compromettere la stessa posizione dei diplomatici, per quella sublimazione dello Stato-partito che era propria del Terzo Reich.
Ma proprio in previsione del Reichsparteitag, previsto per la fine dell’estate 1936, Orsenigo non sapeva davvero come regolarsi: questo perché l’invito non era giunto dal Ministero degli Esteri, secondo il solito, bensì direttamente dal Presidente del Reich (ossia da Hitler). Come Decano del Corpo Diplomatico, l’intervento di Orsenigo sarebbe stato ampiamente giustificato innanzi al mondo cattolico.
Ma occorrerebbe limitarlo a una presenza breve – scriveva il nunzio – e anche utilizzarlo per assicurarsi prima che nulla avverrà o sarà detto che possa rendere meno consona la mia presenza. Per non intervenire e al tempo stesso non mancare ai doveri protocollari, occorrerebbe allontanarsi per tempo dalla Germania, molto più che non ho ancora fatto alcun giorno di vacanza [21] .
Fu appunto questa la soluzione adottata dalla Santa Sede: «Santo Padre ritiene preferibile che V.E. si astenga, prendendo alcuni giorni di vacanza», scrisse Pacelli al nunzio il 22 agosto 1936 [22] .
Vari elementi possono spiegare questo approccio del Vaticano: in primo luogo sono certamente da considerare i pessimi rapporti fra Stato e Chiesa in Germania; ma vi era anche, in un’ottica più larga, il pericolo rappresentato ormai dal revisionismo tedesco, dopo il ripristino della coscrizione obbligatoria e la rimilitarizzazione della Renania (sanzionata il 29 marzo 1936 da un plebiscito popolare, in palese violazione del trattato di Versailles e dei patti di Locarno). Si aggiungevano forse ulteriori preoccupazioni per il rapido avvicinamento tra Roma e Berlino, dopo la fine della guerra italo-etiopica e dopo la visita di Ciano a Berlino, preludio diplomatico all’ “Asse” [23] .
È proprio in questo periodo di maggior dinamismo della Germania che l’azione del nunzio a Berlino sembrò in un certo senso condizionata: quasi che Orsenigo fosse incapace di districarsi tra l’imperante culto dello Stato-partito, cui ormai soggiaceva anche non trascurabile parte del clero e dei cattolici tedeschi, e la necessità di rappresentare adeguatamente gli interessi della Santa Sede in un’ora così tormentata.
Tutto ciò non può certamente condurre, allo stato della documentazione, a vedere in Orsenigo un filo-nazista e tantomeno un fiancheggiatore di Hitler. Ci si può legittimamente chiedere, tuttavia, se egli non risentisse in certo modo dell’ambiente in cui si trovava (un inconveniente classico, diremmo da manuale di storia della diplomazia), talora lasciandosene suggestionare: fosse pure nella speranza di migliorare in tal modo la condizione della Chiesa cattolica in Germania e di rendere più efficace ed incisiva la propria azione di rappresentanza. A ciò va probabilmente aggiunto il fatto che Orsenigo non aveva il classico cursus honorum dei diplomatici vaticani; il che ci porta a chiederci se, pur con indubbie qualità pastorali, egli non soffrisse talora per la grave responsabilità di reggere una “sede disagiata” come la nunziatura apostolica nella Germania nazista.
Di fronte a questa situazione sarebbe facile osservare che alla Santa Sede sarebbe bastato sostituire il nunzio a Berlino con persona più energica di Orsenigo. Avrebbe ottenuto, tuttavia, un nuovo nunzio il gradimento dal Governo tedesco? Sarebbe egli risultato eletto come Decano del Corpo Diplomatico? Avrebbe potuto svolgere serenamente il suo mandato nelle difficili condizioni politiche del tempo?
Ma se la nunziatura di Berlino chiuderà le porte, potrà essa mai riaprirle? – chiederà più tardi monsignor Tardini, stretto collaboratore di Pacelli, all’ambasciatore francese in Vaticano –. In un Paese a maggioranza protestante ciò è dubbio. Ora la nunziatura è, quando le cose vanno come al presente, il nostro unico mezzo per comunicare con i vescovi. Senza di essa non avremmo potuto far leggere e diffondere in Germania l’enciclica del Papa sull’hitlerismo [24] .
Dalla documentazione appare dunque ben chiaro che l’unica via possibile per il Vaticano era constatare che l’azione di Orsenigo di tanto in tanto andava corretta, precisata e diretta; e qui il contributo di Eugenio Pacelli, suo predecessore come nunzio a Berlino, si rivelò fondamentale. Va detto, fra l’altro, che il Segretario di Stato determinò alcune correzioni di rotta facendole passare come volontà del papa; lo attestano eloquenti cancellature sulle minute, in cui espressioni del tipo «io ritengo che» furono sostituite con altre del tipo «il santo Padre ritiene che» [25] .
Sintomatico di tutto quanto si è appena detto è il testo provvisorio del discorso preparato da Orsenigo per il Capodanno 1937. Si trattava di un’allocuzione che riprendeva i temi della pace, cari al nunzio e certamente condivisi dai suoi colleghi del corpo diplomatico. Ma Orsenigo vi aggiungeva i rallegramenti per la riuscita delle Olimpiadi dell’agosto 1936: «Memorando spettacolo – ahi! troppo fugace – di una pacifica intesa mondiale» [26] . Fu questo un accenno che la Segreteria di Stato, forse rendendosi conto che le intese mondiali si reggevano su ben altro, ordinò a Orsenigo di cancellare [27] .
Si giunge al 1937 che si rivela un anno particolarmente difficile per i rapporti tra il Vaticano e la Germania nazista. È l’anno dell’enciclica Mit Brennender Sorge sulla situazione della Chiesa in Germania, promulgata il 14 marzo 1937 (seguita subito dopo dalla Summi Pontificatus relativa al comunismo). Chi vede nei rapporti tra Santa Sede e Germania nazista una continua linea di pacifica intesa per tutto questo periodo e fino alla seconda guerra mondiale (e oltre), non esita a dire che anche la Mit Brennender Sorge in fondo non colpiva il regime nazista: per quanto poi le cose stiano in senso alquanto diverso, solo che ci si attenga alla documentazione esistente [28] .
Gli archivi vaticani consentono ora un’ulteriore verifica su questo punto. Pochissimi giorni dopo la promulgazione della Mit Brennender Sorge, il 3 aprile 1937, Orsenigo scrisse a Pacelli in questi termini:
Il giorno 21 aprile, ricorrendo il compleanno del Signor Cancelliere, ha luogo ogni anno in Berlino una manifestazione di omaggio per la Persona del Signor Cancelliere, alla quale è invitato e prende parte con il Corpo Diplomatico di solito anche il Nunzio Apostolico. Non conosco ancora i particolari della manifestazione di questo anno, mi permetto tuttavia di chiedere rispettosamente a Vostra Eminenza Reverendissima se, supposto che la manifestazione sia come gli altri anni, devo intervenire.
Eloquente è il commento che si legge a margine del dispaccio: «Il S. Padre pensa di no. Anche per l’attitudine di questa Ambasciata» [29] .
Più esplicativa è la risposta di Pacelli ad Orsenigo, dell’8 aprile 1937:
Al S.Padre sembra preferibile nell’attuale situazione che V. E. si astenga dal prender parte a manifestazioni di omaggio verso il Sig. Cancelliere, tanto più perché questa Ambasciata di Germania, come è stato rilevato anche da vari organi della stampa mondiale, fu completamente assente dalla solenne Messa di Pasqua in S. Pietro, alla quale l’Augusto Pontefice assisté pontificalmente e a cui intervenne il Corpo Diplomatico [30] .
La freddezza nei rapporti vaticani dopo la Mit Brennender Sorge portò anche a un mutamento di tono della nunziatura berlinese; ve n’è traccia nel discorso preparato da Orsenigo per il Capodanno del 1938, che fu approvato da Pacelli senza osservazioni di merito. È il testo più sobrio che Orsenigo abbia mai scritto in simili occasioni: vi si parla di pace, o piuttosto della necessità di giungere alla «vera pace» e alla collaborazione fra i popoli, «affratellati, finalmente nella giustizia, nell’ordine e nella carità»; vi si auspica una «alacre collaborazione fra di loro, nell’interesse di una comune prosperità» [31] .
Si trattava dunque di toni preoccupati, che erano certamente anche il riflesso del nadir a cui erano scesi i rapporti vaticano-tedeschi nel 1937; e le preoccupazioni erano forse acuite dallo stato delle relazioni internazionali in quel delicato frangente (ad esempio dopo la visita di Mussolini a Berlino del settembre, e l’eco suscitata dalle sue dichiarazioni sulla duratura amicizia italo-tedesca). Non a caso questo testo di Orsenigo, accettato dal Vaticano senza modifiche, sarebbe stato ripreso dai giornali americani e interpretato come un chiaro segno che Pio XI aveva voluto dare un ammonimento a Hitler [32] .
A riprova ulteriore del cattivo stato dei rapporti tedesco-vaticani in questo periodo va citato un altro episodio. Il 6 febbraio 1938 sarebbe caduto il sedicesimo anniversario dell’incoronazione di Pio XI, evento che la nunziatura usava celebrare con un pranzo offerto al Cancelliere e alle alte autorità del Reich. Orsenigo ne aveva parlato personalmente con Pacelli già nel settembre 1937, nel corso di un’udienza in Vaticano, e si era deciso che a tempo debito la nunziatura avrebbe chiesto istruzioni. Avvicinandosi la data dell’anniversario, il 31 dicembre 1937 Orsenigo le chiese [33] .
In un appunto interno alla Segreteria di Stato, scritto a matita, si legge: «Sua Santità preferisce che in vista della triste situazione attuale Vostra Eccellenza si astenga dal dar il pranzo» [34] . Conformemente Pacelli ne scrisse a Orsenigo, l’11 gennaio 1938: «Ho riferito al Santo Padre il Quale desidera che attesa penosa situazione attuale V.E. si astenga dal dare il pranzo accennato» [35] .
Questo breve excursus sulle relazioni tedesco-vaticane si chiude con l’episodio del discorso pronunciato dal nunzio apostolico, sempre in qualità di Decano del Corpo Diplomatico, in occasione dell’ultimo Capodanno di pace, quello del gennaio 1939.
Una circostanza aveva colpito l’animo di Orsenigo: la conferenza di Monaco del 29-30 settembre 1938, che aveva decretato, per diretto intervento di Hitler, Mussolini, Daladier e Chamberlain (in rappresentanza di Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna), la cessione dei Sudeti alla Germania da parte della Cecoslovacchia. Il nunzio, non senza qualche esagerazione, considerava quell’evento «un vero giorno di piena e completa letizia».
Questo giorno – egli scriveva – si ebbe a fine settembre, e fu quando l’Angelo della Pace, sfiorando con le sue ali questa Europa procellosa, ispirò ai quattro Uomini di Stato, convenuti quasi improvvisamente in Monaco, accordi di pace, che parevano ormai irraggiungibili. A quell’annunzio insperato di pace il gaudio di tutti i popoli non ebbe confini, né titubanze: il plauso più sincero e la fervida preghiera del ringraziamento ne furono la nobile espressione [36] .
In questo suo grato omaggio «ai valorosi artefici dell’accordo di Monaco» sfuggivano ad Orsenigo alcuni elementi di giudizio: ad esempio, la soluzione del problema dei Sudeti era consistita in un pezzo di carta preparato dai tedeschi, ma uscito dalla tasca di Mussolini per valorizzarne il ruolo di mediatore; in secondo luogo, i cecoslovacchi non erano stati affatto consultati sul destino di una regione che loro apparteneva, e la cui cessione accettarono rassegnati, subendo il Diktat delle grandi potenze di Monaco.
Ma va anche detto che la conferenza di Monaco (cui parteciparono Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna) era universalmente considerata la migliore soluzione possibile, ovvero come «la pace per i nostri tempi» (queste le parole di uno dei partecipanti, l’inglese Arthur Nevile Chamberlain). Come tale la videro i contemporanei di Orsenigo, pur con varie sfumature; anche se i risultati di quella conferenza furono in pratica il graduale smembramento della Cecoslovacchia ad opera dei Paesi vicini.
La Santa Sede pertanto doveva guardare alla realtà; e non a caso furono ritenuti esagerati alcuni accenti di Orsenigo: se non modificati, essi avrebbero collocato la Chiesa cattolica, contro ogni sua tradizione di essere “al di sopra della mischia”, nel campo degli appeasers, ovvero di coloro che avevano sempre accontentato Hitler in ogni sua richiesta, sulla base dell’errato presupposto che fosse sempre l’ultima.
È assai istruttivo pertanto quel che Pacelli scrisse a Orsenigo per modificare i toni del progettato discorso per il Capodanno 1939:
Non ho mancato di sottoporre al Santo Padre il testo del consueto discorso di Capodanno […]. Sua Santità si è degnata di suggerire che Vostra Eccellenza «abbassi un po’ il tono» del discorso medesimo. «Si tenga alla sostanza, senza andare alla poesia» [37] .
Questi elementi, ed altri che potremmo ricavare dalla documentazione vaticana ormai disponibile, suggeriscono alcune ipotesi di lavoro.
In primo luogo, Pacelli controllava con grande attenzione tutto ciò che proveniva dalla nunziatura a Berlino, e lo faceva per rendere l’azione di Orsenigo più incisiva. In secondo luogo, i dispacci citati pongono i rapporti tedesco-vaticani in una luce ben diversa da quella della facile polemica che assimila Vaticano e Germania nazista. Il dittatore nazista rappresentò infatti per la Santa Sede un vero problema politico, soprattutto quanto alla scelta dei mezzi più opportuni per trattare con lui.
Il Nunzio apostolico a Berlino rivestiva allora un’importanza primaria. Dopo un certo periodo, come già detto, il Vaticano ebbe forse l’impressione di un “calo di energia” di Orsenigo nei confronti di Hitler. Ciò poteva anche essere effetto dello spiritus loci che s’impossessa talvolta dei diplomatici, impedendo loro una fedele rappresentanza del Paese che li invia. Del resto, come si è detto, Pacelli avrebbe avuto enormi difficoltà a nominare un successore più energico di Orsenigo per la sede di Berlino: non solo per i motivi già detti, ma anche perché ci si sarebbe privati di un’esperienza diplomatica ormai pluriennale in una sede delicata, e per giunta in un momento cruciale per le relazioni europee (dopo l’assorbimento della Cecoslovacchia da parte della Germania e con il problema del “corridoio di Danzica” ormai alle porte).
Dalle carte vaticane esaminate emergono poi due altri elementi degni di considerazione: la crisi della politica concordataria, già all’indomani della firma del Concordato, era ormai un dato di fatto; e la situazione di stallo nei rapporti tedesco-vaticani, dopo l’Enciclica Mit Brennender Sorge, non era che il portato di una latente crisi maturata negli anni precedenti.
Sono questi
solo alcuni elementi suscettibili di ulteriori approfondimenti, alla stregua
di una più dettagliata analisi delle carte vaticane.
(*) Un’anticipazione di questo saggio è stata data da Andrea Tornielli nell’articolo intitolato Le tirate d’orecchie di Pacelli al Nunzio troppo morbido con Hitler, apparso su “Il Giornale” del 10 aprile 2003 (p. 36). L'articolo è poi apparso su "Letture urbinati di politica e storia", 2001-2003, pp. 83-96. Si ringrazia la redazione della rivista per averne concesso la pubblicazione su questo sito.
[1]
Per alcuni esempi dell’approccio accusatorio-processuale
con cui spesso si scrive su questi temi: Karlheinz Deschner, Con Dio
e con il Führer. La politica dei papi durante il nazionalsocialismo,
Napoli, Tullio Pironti editore, 1997; John Cornwell,
Hitler’s Pope: The Secret History of Pius XII, New York, Viking
Press, 1999; Michael Phayer, La Chiesa Cattolica e l’Olocausto, Roma:,
Newton & Compton, 2000; Susan Zuccotti, Under his very Windows. The
Vatican and the Holocaust in Italy, New Haven-London, Yale University
Press, 2000; un diverso approccio, seppur cricico, ha Guenther Lewy, I
nazisti e la Chiesa, Milano, Il Saggiatore 2002 (ma 1964). Inutilmente
polemici sono i volumi di Marco Aurelio Rivelli, «Dio è con noi”». La
Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo, Milano: Kaos Edizioni,
2002; e quello di Daniel Jonah Goldhagen, A Moral Reckoning. The Role of the Catholic Church in the Holocaust and its Unfulfilled Duty
of Repair, New
York, Alfred A. Knopf, 2002.
[2] Monica M. Biffi, Mons. Cesare Orsenigo nunzio apostolico in Germania (1930–1946), Milano, Nuove Edizioni Duomo, 1997.
[3]
Interessante è questo aspetto dei rapporti diplomatici
fra la Santa Sede ed un Paese protestante. Il governo olandese aveva soppresso
la sua rappresentanza in Vaticano nel 1871, specificando però di essere
stato costretto a farlo per ragioni di esiguo bilancio; sicché il Vaticano
aveva mantenuto la sua internunziatura all’Aia. La legazione olandese in
Vaticano fu ristabilita dal governo olandese nel 1915. Si veda su ciò Denise
Negri, Paesi Bassi e Santa Sede negli anni della Grande Guerra, in
“Nuova Rivista Storica”, a. LXXXVI, fasc. III,
settembre-dicembre 2002, pp. 653-674.
[4]
Cf. Pierre Blet S.I., Histoire de la
représentation diplomatique du Saint-Siège: des origines à l'aube du XIXe
siècle; préface du cardinal A. Casaroli, Città del Vaticano, Archivio
Segreto Vaticano, 1982.
[5] La propaganda antireligiosa bolscevista in Germania, Rapporto inviato da Orsenigo a Pacelli il 4 agosto 1930, con dispaccio n. 647, Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi: ASV), Affari Ecclesiastici Straordinari (d’ora in poi: AA.EE.SS.), Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 112, ff. 21-23.
[6] Orsenigo a Pacelli, 11 ottobre 1931, dispaccio n. 2952, ivi, ff. 84-85.
[7] Orsenigo a Pacelli, 26 novembre 1931, lettera privata (d’ora in poi: l.p.), ivi, f. 96.
[8] Per il 1° gennaio 1932. Progetto per il discorso, ivi, f. 98.
[9] Pacelli a Orsenigo, 3 dicembre 1931, dispaccio n. 2954/31, ibidem.
[10] Il tutto emerge da un lungo rapporto del nunzio, datato 23 gennaio 1933. Orsenigo a Pacelli, 23 gennaio 1933, dispaccio n. 6213, ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 113, ff. 41-42.
[11] Cf. ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 643 p.o., fascc. 157 ss. .
[12] Orsenigo a Pacelli, 25 novembre 1933, l.p., ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 112, f. 72.
[13] Pacelli a Orsenigo, 1° dicembre 1933, dispaccio n. 3655/33, ivi, f. 78.
[14] Ivi, f. 80.
[15] Orsenigo a Pacelli, 4 gennaio 1934, dispaccio n. 9256, ivi, ff. 82-84.
[16] Lo si veda ivi, f. 100.
[17] Pacelli a Orsenigo, 11 dicembre 1934, dispaccio n. 3984/34, ivi, f. 101.
[18] Bozza del discorso augurale per il Capodanno 1936, ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 114, ff. 40-41.
[19] Pacelli a Orsenigo, 4 dicembre 1935, dispaccio n. 4132/35, ibidem.
[20] Cf. Orsenigo a Pacelli, 8 settembre 1933, ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 643, fasc, 157, f. 59.
[21] Orsenigo a Pacelli, 19 agosto 1936, dispaccio n. 17972, ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 114, f. 53.
[22] Pacelli a Orsenigo, 22 agosto 1936, dispaccio n. 38 cifra, ivi, f. 54.
[23] «Se la Chiesa cattolica non fosse in conflitto col Reich hitleriano – scriveva l’ambasciatore francese in Vaticano – l’Asse Roma-Berlino potrebbe essere indifferente alla Santa Sede, pur non sembrandole precisamente uno strumento di pace. Ma la politica anticristiana del governo tedesco fa della stretta intesa tra l’Italia e la Germania un fatto altamente sgradevole per il Papato, specialmente per il Santo Padre e il Cardinal Segretario di Stato», Charles-Roux a Delbos, 29 dicembre 1937, Documents Diplomatiques Français (d’ora in poi: DDF), 1932-1939, II Série (1936-1939), t. VII, doc. 393.
[24] Charles-Roux a Delbos, 4 luglio 1937, DDF, 1932-1939, II Série, t. VI, Paris : Imprimerie Nationale, 1970, doc. 186. Per la Mit Brennender Sorge, cf. t. V, doc. 144.
[25] Nella minuta del già citato dispaccio n. 3984/34 dell’11 dicembre 1934 diretto da Pacelli a Orsenigo, ad esempio, la frase «a mio modo di vedere, mi sembra che si potrebbero introdurre le seguenti leggere varianti», è stata sostituita con la seguente: «Il Santo Padre che si è degnato di esaminare personalmente il testo del discorso [si parla della bozza del discorso per il Capodanno 1935] stima che si potrebbero introdurre le seguenti leggere varianti». ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 113, f. 101.
[26] Bozza del discorso per il Capodanno 1937, ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 114, f. 61. Nel suo messaggio di accompagnamento al testo del discorso, Orsenigo aggiungeva: «Non l’ho ancora mostrato – com’è uso – a nessun diplomatico, ma spero che nessuno farà eccezioni, essendomi mantenuto in un’atmosfera molto vaga». Orsenigo a Pacelli, 25 novembre 1936, dispaccio n. 18891, ivi, f. 60.
[27] Pacelli a Orsenigo, 6 dicembre 1936, dispaccio n. 57, ivi, f. 62.
[28]
Documents on German Foreign Policy
(d’ora in poi: DGFP), Series D (1937-1945), vol. I: From Neurath to Ribbentrop
(September 1937-September 1938), docc. 632-651.
[29] Orsenigo a Pacelli, 3 aprile 1937, dispaccio n. 20122, ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 114, f. 70.
[30] Pacelli a Orsenigo, 8 aprile 1937, dispaccio n. 1255/37, ivi, f. 71.
[31] Bozza di discorso per il Capodanno 1938, inviato con dispaccio n. 21928 di Orsenigo a Pacelli del 20 novembre 1937; ASV, AA.EE.SS., Germania, Pos. 604 p.o., fasc. 115, ff. 28-29. Le osservazioni di Pacelli furono inviate il 27 novembre 1937 con dispaccio n. 4829/37, ivi, ff. 30-31.
[32] Orsenigo a Pacelli, 15 gennaio 1938, dispaccio n. 22441, ivi, ff.58-59.
[33] Orsenigo a Pacelli, 31 dicembre 1937, dispaccio n. 22326, ivi, f. 50.
[34] Appunto anonimo senza data, ivi, f. 52.
[35] Pacelli a Orsenigo, 11 gennaio 1938, ivi, f. 53.
[36] Allegato unico al Rapporto n. 25448 del 14 novembre 1938, ivi, ff. 90-91.