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La Polonia, prima vittima di guerra
Il Vaticano nel primo anno di guerra
Dal crollo della Francia all'attacco tedesco all'URSS
Che cosa pensava il Papa del nazismo
La “guerra delle onde”. La Radio Vaticana e i suoi nemici
Il Vaticano e gli aiuti umanitari: il caso emblematico della Grecia nel 1941
Roma Città Eterna. Roma Città Aperta
L’opera della Santa Sede nella seconda guerra mondiale è oggetto ancor oggi di intenso dibattito: talvolta scaturito da particolari momenti della vita della Chiesa (come, ad esempio, la recente “richiesta di perdono” formulata da Giovanni Paolo II); tal’altra originato dall’uscita di libri sull’argomento, alcuni dei quali vengono considerati densi di “rivelazioni” e di documenti “sensazionali”.
Non è questa la sede per proporre al lettore una distinzione tra “luminari” e “luminarie” dell’odierno panorama culturale, tra la vera storiografia e quella ritenuta tale. Diremo soltanto che il ruolo della Santa Sede e di Pio XII nella seconda guerra mondiale, in tutti i suoi aspetti, è un campo di ricerca ancora aperto per lo studioso; e che gli archivi vaticani sono stati dischiusi negli anni Sessanta solo a un drappello di gesuiti incaricati di pubblicare i documenti della Santa Sede relativi al periodo 1939-1945.
La decisione di pubblicare gli Actes et Documents du Saint-Siège rélatifs à la Seconde Guerre Mondiale [1] fu presa sull’onda della polemica scaturita da un dramma teatrale, Il Vicario di Rolf Hochhuth [2] . A tal riguardo ricaviamo nuovi elementi dalla diretta testimonianza di uno dei curatori degli Actes, padre Pierre Blet S.I.. Secondo Blet la decisione di pubblicare la collana fu presa in seguito all’uscita del libro di Saul Friedländer, basato sugli archivi tedeschi [3] . Fu determinante soprattutto il fatto che questo libro finisse per accreditare gli assunti di Hochhuth, ovvero il “gran rifiuto” di Pio XII di parlare contro il nazismo. Da qui la constatazione che fosse ormai indispensabile pubblicare una collana (e non un semplice livre jaune) di documenti vaticani sulla seconda guerra mondiale [4] .
La graduale pubblicazione degli Actes non ha però spento le polemiche, che si sono precisate intorno a questo o quell’aspetto della politica di Papa Pacelli. Giocava contro la Santa Sede il fatto dell’inaccessibilità agli studiosi delle carte archivistiche vaticane sul periodo considerato. Sicché non pochi fra gli addetti ai lavori si chiesero se per caso la mole di materiale che veniva pubblicata non servisse a celare l’esistenza di materiale “scottante” e probante per chi sosteneva la tesi dei “dilemmi” e dei “silenzi” di Pio XII.
Essendo parte non trascurabile dell’alta cultura contemporanea, anche La Civiltà Cattolica, la storica rivista dei gesuiti, è entrata nel dibattito sulla Santa Sede e la seconda guerra mondiale. La rivista aveva dalla sua il fatto di essere firmata, fra gli altri, dagli stessi curatori degli Actes. Proprio grazie a ciò, gli articoli assunsero un ruolo sempre maggiore nel dibattito storiografico, man mano che si pubblicavano i singoli volumi degli Actes. La Civiltà Cattolica ha dato, per esempio, puntuali anticipazioni storiche, precisazioni, risposte “a distanza”, talvolta senza poter citare una sola carta d’archivio (essendo gli Actes ancora in gestazione); ma di fatto non smentite dalle fonti successive. Una ricapitolazione del lavoro dei gesuiti di Civiltà Cattolica, in qualità di storici della Chiesa nel secondo conflitto mondiale, è l’oggetto del presente articolo.
Quando, dopo il 15 marzo 1939, data della fine della Cecoslovacchia, la Gran Bretagna garantì unilateralmente la Polonia, con una dichiarazione di Chamberlain ai Comuni del 31 marzo 1939 [5] , l’attentato ai princìpi di equità, di giustizia e di diritto internazionale si stava perpetrando con successo da Hitler e da Mussolini ai danni di un certo numero di paesi. Né quella dichiarazione si proponeva di ridiscutere lo status quo ante, ovvero la nuova carta d’Europa ridisegnata a vantaggio delle dittature e che, soprattutto a partire dal 1938, aveva preso a modellarsi sui due concetti di “spazio tedesco” e di “spazio vitale” che informavano l’espansionismo hitleriano [6] .
Suonava perciò in qualche modo strano, agli orecchi dei belligeranti di un’Europa così priva di princìpi di qualche sostanza, e ormai in guerra dopo il 1° settembre 1939, che un Papa da poco asceso al Soglio col nome di Pio XII (e in continuità ideale con l’operato del suo predecessore), dettasse al mondo le linee morali e spirituali valide erga omnes; e che a maggior ragione considerasse queste linee lo scudo necessario contro una dittatura senza precedenti in un paese da lui tanto amato, come la Germania. Dette linee furono contenute nella prima Enciclica di Pio XII, la Summi Pontificatus, emanata il 20 ottobre 1939.
«Nell’insieme, l’Enciclica insisteva in maniera predominante contro il Reich nazionalsocialista, e così veniva compresa dall’una e dall’altra parte, da un lato con compiacimento, dall’altro con irritazione». Queste parole di Graham, riportate nella Civiltà Cattolica [7] sono attentamente pesate. Anzi documentate. L’attenzione di questo fecondo studioso (che aveva vissuto con i colleghi Blet, Martini e Schneider l’esperienza di ricerca negli archivi vaticani, per la preparazione degli Actes et Documents du Saint-Siège) si è rivolta infatti alle fonti archivistiche e documentarie tedesche e britanniche, che hanno dato molti lumi sul potente influsso, positivo per il clero e per i fedeli, negativo per il regime nazista, esercitato dalla prima enciclica di Pio XII. L’importanza di essa fu immensa per il campo antinazista, che decise di “paracadutarne” molte copie in territorio tedesco [8] . Ne nacque una rimostranza del governo tedesco, che volle sapere dalla Santa Sede se l’operazione avesse avuto il suo consenso, come si vociferava. Graham non ha trovato notizia della replica vaticana, tranne un dispaccio di Orsenigo, piuttosto infastidito dal “lancio di encicliche” sulla Germania, dato il suo ruolo di nunzio a Berlino [9] .
A riprova del pensiero degli alleati circa la Summi Pontificatus, le fonti archivistiche britanniche, e in particolare le carte del War Cabinet consultate da Graham al Public Record Office, ci dicono che il governo di Londra considerò l’enciclica «molto soddisfacente» [10] .
La Germania decise di non entrare in polemica con la Santa Sede per i non graditi contenuti dell’enciclica. Ma Graham è sceso in profondità, studiando le fonti tedesche per informarci del vero pensiero del governo tedesco; al di là degli sforzi del rappresentante presso la Santa Sede, Diego von Bergen, di illustrare la Summi Pontificatus nella sua luce migliore. Ciò che Bergen rimediò da Berlino fu infatti quello che Graham ha definito un «rabbuffo».
Rubiamo allo storico gesuita il passo decisivo, da lui pubblicato, del dispaccio del sottosegretario di Stato agli Esteri, Ernst Woermann, a Bergen:
Il giudizio relativamente favorevole sull’enciclica papale, nel rapporto giunto a noi, qui non è condiviso. Qui si è del parere che con tale enciclica, che è essenzialmente una condanna del principio dello Stato totalitario, il Papa abbia tenuto presente anzitutto il terzo Reich [11] .
Di senso non differente, anche se scritto con maggior garbo, fu il dispaccio del segretario di Stato agli Esteri, Ernst von Weizsäcker, allo stesso Bergen:
Se il Vaticano – scriveva egli il 25 gennaio 1940 – afferma che queste dichiarazioni sono di carattere generale e non dirette contro nessuno in particolare, ciò è a nostro avviso esatto solo in senso formale. Il Vaticano adopera frasi generiche, ma è abbastanza chiaro che allude a casi particolari [12] .
Per meglio comprendere l’effetto della Summi Pontificatus in Germania, va ricordato che ai vescovi tedeschi fu necessario parafrasarne il contenuto nelle loro omelie e nelle loro lettere pastorali per la Quaresima del 1940, avendo il governo tedesco adottato misure restrittive di polizia nei confronti della diffusione dell’enciclica. Solo l’arcivescovo di Friburgo ritenne di dover commentare il documento papale direttamente dal pulpito, nella notte di San Silvestro del 1939 e durante la Giornata dei Bambini. Forse gioverà ricordare che per questo suo ammirevole coraggio egli ricevette una «lode particolare» da Pio XII [13] .
Sulla base di quanto esposto non si può non condividere l’acuta osservazione di padre Graham:
Per comprendere con chiarezza quale fosse, in realtà, il bersaglio finale della Summi Pontificatus, bisognerebbe ricordare – fatto raramente considerato dagli storici e dai politici – che la Santa Sede e il Reich nazionalsocialista erano già “in guerra”. L’inizio del conflitto militare non portò alcun alleggerimento della politica antireligiosa in Germania. Al contrario, i nazisti sfruttarono lo stato di guerra per raggiungere i diversi obiettivi che il partito si proponeva all’interno del Paese, incluso quello di sbarazzarsi degli avversari più fastidiosi. Nel caso della Chiesa cattolica, ciò significò la confisca delle proprietà ecclesiastiche, la chiusura delle scuole cattoliche, la soppressione delle pubblicazioni e delle organizzazioni giovanili, l’incarcerazione dei preti: in una parola il completo affossamento del Concordato del 1933 [14] .
La Polonia, prima vittima di guerra
Appariva chiaro come, nell’incipiente dibattito sul ruolo della Santa Sede nella seconda guerra mondiale, e per contrastare le prime polemiche sull’opera di Pio XII, l’accesso ai documenti vaticani, precluso ai più, fosse l’unico strumento di risposta valida.
La Civiltà Cattolica aveva una sua base in Segreteria di Stato; padre Angelo Martini vi lavorava, in una stanza messagli a disposizione, onde consentirgli di svolgere i suoi studi storici. Aveva perciò un accesso piuttosto libero alle carte dell’Archivio Segreto Vaticano, quindi anche a quelle sul periodo 1939-1945 [15] .
Ecco dunque apparire sulla rivista dei Gesuiti, nel 1960, un articolo di padre Martini sulla Polonia nel 1939, basato su carte d’archivio vaticane [16] , in cui veniva analizzata da vicino l’opera di questo «uomo di pace e Papa di guerra» che era stato Pio XII [17] .
Padre Martini evidenziava la proposta di Pio XII, lanciata all’inizio del maggio 1939, di convocare una conferenza internazionale fra le grandi potenze del tempo (Germania, Polonia, Italia, Francia e Inghilterra), per risolvere la questione di Danzica e del Corridoio. La proposta fu sostenuta anche con un’apposita “navetta” di padre Tacchi Venturi fra Palazzo Venezia e il Palazzo Apostolico; e venne concretizzata in un messaggio ai governanti, di cui Martini pubblicava il testo. Nel messaggio il Papa chiedeva ai destinatari, per il bene dell’umanità, di «esperire in pacifiche conversazioni le vie che sembrino adatte a scongiurare il pericolo di cruenti conflitti» e di «radunarsi in amichevole “conferenza” con i Rappresentanti della Francia, della Germania, dell’Inghilterra e della Polonia [il testo usato da Martini era evidentemente quello inviato al Governo italiano n.d.r.]». Vi era poi una precisazione: «Compiendo,così, l’obbligo Nostro di Pastore e di Padre, crediamo opportuno astenerCi dall’entrar comechessia nei programmi e, tanto meno, nei particolari di tale desiderato convegno: ma ognuno vede che non potrà ritornare la tranquillità negli animi se innanzi tutto non siano durevolmente composte le questioni pendenti tra la Germania e la Polonia, tra la Francia e l’Italia e le altre che da queste derivano».
A quest’iniziativa fu abbinata la richiesta inviata dalla Santa Sede al ministro degli esteri polacco, colonnello Beck, tramite il Nunzio a Varsavia Cortesi, di usare toni moderati nel prossimo discorso che avrebbe tenuto il 5 maggio 1939 [18] .
La proposta pontificia ebbe la risposta dilatoria di Francia e Gran Bretagna, la quale ultima consigliò alla Santa Sede un’azione diretta presso le cinque potenze destinatarie [19] . Negativa fu la risposta polacca [20] . Del pari scoraggiante fu la risposta italo-tedesca; Ciano e Ribbentrop consideravano il passo del Vaticano alquanto prematuro [21] . In capo a metà maggio, dunque, la proposta papale di conferenza a cinque poteva dirsi respinta.
Il sondaggio compiuto dalla S. Sede – ricorda Martini – avveniva in un momento delicato. Non gli si poteva disconoscere discrezione, tempestività, lungimiranza domandando un leale confronto, una decisa volontà di non ricorrere alla forza, un impegnativo proposito di pace. In realtà da una parte Francia ed Inghilterra si sentivano deboli senza gli Stati Uniti, temevano una nuova Monaco, e la Polonia paventava che una conferenza a cinque avrebbe potuto tutelare meno bene i suoi diritti, e che un insuccesso avrebbe aggravato i pericoli di guerra. A sua volta Hitler non era attirato da un incontro in cui inevitabilmente si sarebbe formato uno schieramento di tre contro due, e nel quale avrebbe dovuto prendere impegni o almeno scoprire i suoi piani; Mussolini poi, conscio di non essere preparato alla guerra, desiderava una conferenza che avrebbe dato respiro e portato qualche concessione, ma non poteva imporsi alla Germania [22] .
Il fallimento dell’iniziativa pontificia fu dovuto anche al fatto che era ormai imminente la conclusione del Patto d’Acciaio fra Germania ed Italia, e che andavano precisandosi i piani d’azione segreti del Terzo Reich [23] . Ma la Santa Sede aveva tenuto a farla conoscere ai vari governi, e specialmente a quello di Washington, di cui il Vaticano avrebbe chiesto i buoni uffici; come dimostra una circolare del 10 maggio 1939, inviata dal card. Maglione ai rappresentanti pontifici, e pubblicata per la prima volta da Martini [24] .
La proposta pontificia arrivava in un momento in cui i profondi sconvolgimenti seguiti al settembre 1938 impedivano un prolungamento dell’appeasement, della condiscendenza nei confronti dei regimi totalitari. Il periodo era inoltre tale che il passo della Santa Sede si prestava ad essere snaturato nei suoi reali contenuti, per assumerne altri di natura politica, al di là delle intenzioni dello stesso Pio XII [25] . L’iniziativa riscosse ad ogni modo un certo consenso e vari riconoscimenti. Né il Papa tralasciò occasione di esortare le parti in causa a mantenere la pace, e di avviare una nuova serie di azioni all’inizio dell’estate del 1939, come l’appello radiofonico lanciato da Castelgandolfo il 24 agosto [26] .
Martini ha rilevato poi una questione di non poco momento, ossia la pari gravità di effetti delle due occupazioni della Polonia, quella tedesca e la sovietica [27] . Altre informazioni l’Autore ha dato circa la triste situazione delle diocesi polacche, oggetto di spartizione fra i due occupanti; e sull’inizio di quella “via dolorosa” che accomunò il clero al popolo polacco [28] .
Il disappunto della Santa Sede fu espresso con toni franchi da un passo d’iniziativa del nunzio a Berlino, Orsenigo, durante un colloquio col Sottosegretario di Stato Woermann, e riassunto in un rapporto al card. Maglione del 23 dicembre 1939. Pur senza parlare per incarico della Santa Sede (ma anzi da privato, su preghiera di alcuni tedeschi), è evidente che le espressioni e il tono di Orsenigo [29] . non potevano non essere condivisi in Vaticano; diversamente sarebbero arrivati una smentita e il rimprovero per un’iniziativa compiuta senza istruzioni e con il pericolo di complicare i rapporti con Berlino. Orsenigo chiese che si svolgessero sollecite inchieste contro i colpevoli di crudeltà contro civili polacchi. Pochi giorni dopo, avendo appena compiuto un intervento in favore di due coniugi polacchi, Orsenigo si sentì rispondere che era meglio non s’interessasse di casi simili per non pregiudicare la stessa causa che voleva difendere [30] .
Gli ostacoli frapposti dal Terzo Reich agli interventi della Santa Sede in Polonia furono molteplici e padre Martini li ha segnalati sulle pagine della Civiltà Cattolica, non senza una precisazione:
[Il Governo tedesco] ad arte spargeva versioni favorevoli sulla situazione in Polonia, non solo nei propri giornali, ma giungendo al punto di mandarle all’Osservatore Romano, a raccomandarle alla Segreteria di Stato per la pubblicazione. L’ambasciata, poi, presso la Santa Sede con occhio di argo esaminava il foglio ufficioso di questa, e, con frequenti appunti alla Segreteria di Stato, ne rilevava le ripetute inesattezze [31] .
Dagli anni Sessanta si muovevano dunque i primi passi per l’approfondimento, in ambienti curiali, degli studi storici sulla Santa Sede in rapporto alla Polonia occupata. Ciò era anche segno, del resto, di una vieppiù marcata tendenza a condurre ricerche basate sugli archivi vaticani, e riguardanti gli aspetti più disparati della diplomazia pontificia [32] .
Un secondo importante contributo agli studi sulla situazione polacca venne dalla pubblicazione del terzo volume (in due tomi) degli Actes et Documents du Saint-Siège, dedicato alla situazione religiosa in Polonia e nei Paesi baltici [33] , che fu presentato alla stampa a fine maggio del 1967. Di questo volume padre Angelo Martini riassunse i contenuti sulla Civiltà Cattolica, evidenziando la natura della doppia occupazione della Polonia, tedesca e sovietica. Il Terzo Reich provvide a germanizzare il Warthegau, la zona della Polonia oggetto della sperimentazione del “nuovo ordine hitleriano”, espellendo i polacchi o deportandoli in campi di lavoro tedeschi, e richiamando i tedeschi presenti nei Paesi baltici.
Non diversa nei metodi fu l’occupazione sovietica. Il problema per la Santa Sede fu quello di mantenere i contatti con le diocesi polacche e con la nunziatura, nonostante le difficoltà create dall’occupazione e le azioni di annientamento predisposte e rinforzate «da una propaganda insidiosa, tendente a persuadere i polacchi che la loro causa era ormai abbandonata da tutti, anche dal Papa, del quale non si riportavano fedelmente parole ed atti, sostituendoli con comunicati stravolti o inventati, che lo mostravano consenziente con il nuovo ordine hitleriano, senza interesse per le sorti del popolo polacco» [34] . Come osserva Duce:
Tedeschi e russi non hanno combattuto la “grande Polonia” per ridurne l’estensione, ma per decretarne il decesso: avrebbero potuto limitarsi i primi a riassorbire le minoranze tedesche, a rioccupare Danzica e il corridoio, e i secondi ad annullare gli effetti del conflitto russo - polacco degli anni Venti per riportare la frontiera sulla linea Curzon. Invece proseguono la distruzione politica dello Stato polacco: si ritorna alla spartizione che aveva prevalso al congresso di Vienna [35] .
Non possiamo soffermarci sul dettaglio degli eventi; gioverà dire che l’articolo di Martini segue di pari passo gli Actes, notando alcune differenze tra l’occupazione sovietica e quella tedesca, senza tuttavia sminuire i deleteri effetti di entrambe [36] .
L’azione della Santa Sede in favore della Polonia, sulla base dei documenti oramai disponibili, si poteva così descrivere:
L’azione di difesa si svolse su una duplice via: con la enunciazione dei princìpi, e con l’intervento presso le istanze responsabili. Mons. Tardini, in un lucido esame della situazione, espose i pericoli dell’una e dell’altra. La parola aperta e pubblica correva il rischio di essere snaturata e sfruttata a scopi di parte o di persecuzione, se fosse stata una dura condanna; l’intervento presso le istanze responsabili di non ottenere risultato positivo e concreto [37] .
Il riserbo era necessario per il fatto che indubbiamente la Santa Sede aveva una libertà di manovra molto ristretta rispetto alla Germania nazista, che era all’apice delle sue conquiste. Nondimeno, la nota del card. Maglione a Ribbentrop, del 2 marzo 1943, in cui si riassumevano alcuni capi di accusa contro la Germania nazista, costituì «l’espressione più alta di questo atteggiamento» [38] . Né si fu disposti a riconoscere le avvenute conquiste; pertanto ogni discussione con i tedeschi, diversamente da quanto avrebbero desiderato alcuni responsabili locali e lo stesso cardinale Bertram, avrebbero dovuto svolgersi non ufficialmente, ma in via locale, e perfino privata. Vi era insomma l’animo diviso «tra la coscienza di dover agire, la volontà di fare e la penosa condizione di aver di fronte un avversario volutamente sordo, ed incline ad accrescere i mali per rappresaglia».
Peggiore era la situazione rispetto all’URSS, con cui non v’era alcun contatto ufficiale; il che rendeva ardua la difesa dei cattolici nei paesi baltici. Lo stesso governo statunitense ritenne controproducente usare i suoi buoni uffici, richiesti dal Vaticano, in favore dell’amministratore apostolico di Estonia, mons. Profittlich.
Se la difesa non poteva raggiungere l’estensione e ottenere l’efficacia desiderate, restava ancora il campo del conforto e del soccorso. La pubblicazione o la lettura isolata di parecchie lettere del Papa a gruppi di vescovi o a singoli, in occasione di speciali avvenimenti, soprattutto di giubilei e di ricorrenze, può causare l’impressione di un discorso ufficiale, al di fuori del contesto tragico nel quale vivevano gli attori del dialogo. Il trovarle inserite nell’insieme della documentazione, la presenza soprattutto degli altri interlocutori con le loro lettere, permette di comprendere il significato e la portata di quel carteggio, in quegli anni. Per la Santa Sede si trattava di mostrare il costante ricordo e la quotidiana sollecitudine per le loro necessità. Ciò vale soprattutto per le lettere personali, gratulatorie. Ma si trattava pure di impartire direttive, essere accanto ai vescovi nelle preoccupazioni del ministero, svolto tra pericoli e difficoltà crescenti. L’episcopato si mostrò all’altezza della situazione, e molto spesso si trattava di incoraggiare approvando le iniziative e i provvedimenti adottati. Ma non mancano, tra i documenti pubblicati, prudenti accenni perché taluno raggiungesse la sede dovuta abbandonare, e richiami ai doveri superiori dell’ufficio spirituale [39] .
Il Vaticano nel primo anno di guerra
L’occasione per occuparsi della Santa Sede nel primo anno di guerra venne offerta alla Civiltà Cattolica dall’uscita di una raccolta di documenti curata da mons. Alberto Giovannetti [40] . Di questo volume la rivista pubblicò una recensione di padre Fiorenzo Cavalli.
L’opera di Giovannetti attingeva a fonti inedite vaticane. «Anche senza giustificarsi con riferimenti d’archivio – spiegava padre Cavalli – essa reca un contributo d’indubbia autenticità e di grande valore per la storia di quei due anni cruciali» [41] .
Una delle prime cose interessanti del volume è l’accenno ad una poco nota missione di Pacelli (allora Segretario della Sacra Congregazione per gli Affari Straordinari) presso Francesco Giuseppe, nel gennaio 1915, su incarico di Benedetto XV, che era un tentativo d’indurre l’Austria-Ungheria a rinunciare al Trentino per scongiurare un conflitto con l’Italia. Per Cavalli fu questo il prologo di un ruolo ben più vasto di Pacelli, in qualità di Papa, per la difesa della pace [42] .
Pio XII rispose all’ansia dei popoli, non con i gesti clamorosi che qualcuno presumeva di suggerirgli. Vi fu chi si aspettò di vedere il Papa in abiti pontificali nella terra di nessuno, tra le linee Maginot e Sigfrido. Altri giunse al punto di dare per finita la guerra il giorno in cui Pio XII, “schierandosi arditamente” a fianco della Gran Bretagna, dichiarasse che da questa parte si difendeva il Cristianesimo e imponesse sotto pena di scomunica ai cattolici tedeschi e dei paesi dominati dalla Germania di resistere al nazismo [43] .
Da inviato di Benedetto XV in favore della causa della pace (presso l’Imperatore asburgico e presso il Kaiser), fin dal 1915 Pacelli aveva capito quanto inutile fosse mirare a soluzioni particolari. Da Papa ora egli doveva puntare sulle questioni universali, sul patrimonio di autorità morale della Chiesa nel favorire la concordia fra i popoli. La via d’uscita non poteva esser dunque un’allocuzione partigiana, ma un tentativo di studiare soluzioni onorevoli per tutti. Fu con i suoi ripetuti appelli in tal senso che Pio XII «rinnovò nei tempi moderni il gesto del Pontefice che si fece scudo contro le orde di Attila» [44] . Il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede gli diede piena testimonianza di quest’esemplare condotta [45] . E nella risposta del Pontefice vi è l’essenza del suo pensiero:
In nessuna occasione abbiamo voluto dire anche una parola sola che non fosse giusta, o venir meno al nostro dovere di condannare ogni iniquità, ogni atto degno di riprovazione, evitando tuttavia, anche quando i fatti l’avrebbero giustificata, questa o quella espressione, che potesse fare più male che bene, specialmente alle popolazioni innocenti, curve sotto la verga dell’oppressore. Fu nostra premura assidua di arrestare un conflitto così funesto alla povera umanità. Per questo, particolarmente, nonostante certe pretensioni tendenziose, ci guardammo bene dal lasciarci sfuggire dalle labbra o dalla penna nemmeno una parola, un indizio di approvazione o di incoraggiamento in favore della guerra intrapresa nel 1941 contro la Russia [46] .
Le missioni di Padre Tacchi Venturi presso Mussolini, a partire dal maggio-agosto 1939 venivano precisate nel libro di Giovannetti [47] . La Civiltà Cattolica ne evidenziava una novità: il sondaggio per la pace, compiuto da Pio XII il 28 giugno 1940 presso Berlino, Roma e Londra, rimasto senza esito [48] . Inutile era stato in precedenza il tentativo di agire presso Mussolini tramite il Nunzio in Italia, per scongiurare il pericolo di un ingresso in guerra del paese. Ma da quel momento «la Segreteria di Stato e le nunziature di Parigi, di Berlino e di Varsavia furono il punto d’incontro dove diplomatici e politici trovarono consiglio, incoraggiamento ed aiuto in tutti i passi volti a favorire le trattative e le intese» [49] . Infaticabile fu l’opera della Santa Sede per risolvere le varie questioni che opponevano i tedeschi ai polacchi. E furono profuse parole d’incoraggiamento alla Francia, all’indomani della sua disfatta.
Da Giovannetti veniva poi pubblicato per la prima volta il resoconto di due colloqui tra il Segretario di Stato card. Maglione e il ministro degli esteri nazista von Ribbentrop, del febbraio 1940, in preparazione dell’udienza di Ribbentrop presso Pio XII, dell’11 marzo successivo. In questi colloqui la Santa Sede inutilmente cercò di ottenere il beneplacito dei tedeschi a svolgere un’ «opera di soccorso e di protezione» in favore della popolazione polacca»; né essa prese per buone le assicurazioni di Ribbentrop circa la sua sorte, che voleva controllare direttamente, date le tristi notizie che di continuo giungevano in Vaticano [50] . Stessa protezione la Santa Sede invocò per i cattolici tedeschi, non nascondendo Maglione che la Chiesa era perseguitata dal regime hitleriano [51] .
Il lettore – questa la conclusione della Civiltà Cattolica – vi troverà anche la testimonianza del consenso che l’opera di Pio XII ha incontrato presso i governi travolti dalla guerra, escluse soltanto la dittatura sovietica e nazista, e, per un certo periodo e per certi riguardi, quella fascista. Tutto ciò non basterà a placare il settario che si ostina sulla «collusione di Pio XII con fascisti e nazisti», e sulla pretesa inerzia del Papa di fronte ai loro misfatti [52] . Così ci si discosta poco dall’accusa «mostruosa e assurda», sparsa tra «il popolo, soprattutto nel ceto operaio, che il Papa ha voluto la guerra e fornisce il denaro per continuarla; che il Papa non ha fatto nulla per la pace» [53] .
La tesi di un Papa “co-belligerante”, di un Papa che “benedice le armi”, non è sopravvissuta nei suoi presupposti fantasiosi alla contingenza delle polemiche faziose. L’effigie di un pontefice “neo-crociato” accanto ad un Hitler, da lui benedetto nell’avanzata fra le steppe russe, era un “canone inverso” oleografico, residuo di un anticlericalismo che fondeva pensiero liberale, concezioni massonico-borghesi, e dottrina marxista-leninista. Era un’immagine colorita ma proprio per questo inverosimile. L’altra di “colpevole silenzio”, fatta gravare su Pio XII, si è mantenuta invece integra sino ai nostri giorni, nonostante la pubblicazione degli Actes et Documents. L’idea di un papa taciturno, e per ciò stesso passivo di fronte all’Olocausto, era infatti più consona alla personalità riservata di Pio XII, e quindi in grado di attecchire anche nelle frange dei cattolici più convinti; il cui fervore sfociò in un “meaculpismo” acritico, che alla morte di Pio XII fu vera e propria “resa incondizionata” alle ragioni della “depacellizzazione”. Un tale processo avrebbe assunto così la veste di liturgia collettiva, di “compromesso storico culturale” in grado di sanare le ferite di passati scontri politici tra laici e cattolici, in nome di un dialogo ancora di là da venire.
Dal crollo della Francia all’attacco tedesco all’URSS
Nel 1968, apparve nella Civiltà Cattolica una lunga recensione, a firma di padre Martini [54] , del quarto volume degli Actes, relativo al periodo tra il giugno 1940 e il giugno 1941 [55] ; dalla quale traspariva «quanto esigua, per non dire nulla, fosse la possibilità di un’azione concreta e costruttiva per la pace» [56] .
La pratica impossibilità di stabilire un discorso di pace tra i contendenti costituì per la S. Sede una rinunzia ad un’opera veramente congeniale alla sua natura e alla sua missione. Ma è soltanto una componente del quadro reale: la rinunzia all’azione era accompagnata dal continuo pericolo dell’isolamento [57] .
Donde proveniva questo pericolo di isolamento? Dalle ovvie limitazioni relative al tempo di guerra, ma anche da complessi problemi, come quello della nazionalità italiana dei nunzi e dei delegati apostolici in paesi in guerra con l’Italia; o come l’altro relativo ai diplomatici di tali paesi, accreditati presso la Santa Sede ma residenti in Italia in virtù dell’art. 12 del Trattato del Laterano. Altro problema fu quello della chiusura di alcune nunziature e delegazioni in paesi occupati o annessi (come fu il caso del Belgio, dell’Olanda e dei Paesi baltici). A tutto ciò andavano aggiunti i problemi dovuti alla lentezza delle comunicazioni postali e l’insicurezza dei vari altri mezzi per comunicare.
Questa situazione indusse Maglione a studiare l’ipotesi di alcune misure da prendere, nel caso in cui la Santa Sede fosse stato definitivamente impedito di comunicare con i suoi rappresentanti all’estero. In tal caso sarebbero state concesse loro «eccezionali facoltà» di supplenza e di decisione [58] ; anche in ragione del fatto che voci insistenti volevano Hitler determinato a chiedere all’Italia l’allontanamento del Papa dal Vaticano e dall’Europa, o altrimenti il suo completo isolamento.
Al crollo della Francia era di poco preceduto l’accreditamento in Vaticano del nuovo ambasciatore francese, nella persona di Wladimir d’Ormesson. Il nuovo ambasciatore presentò le sue lettere credenziali il giorno prima dell’entrata in guerra dell’Italia; sarebbe rimasto in Vaticano solo cinque mesi.
D’Ormesson rilasciò, ventitre anni dopo, un’intervista a padre Graham, rimasta inedita per dieci anni, e apparsa sulla Civiltà Cattolica in occasione della morte dell’ambasciatore, avvenuta il 15 settembre 1973. In detta intervista, il diplomatico ormai a riposo mostrò di aver apprezzato i tentativi esperiti dalla Santa Sede per evitare che l’Europa piombasse definitivamente nel baratro [59] .
La Santa Sede fu criticata anche per le trasmissioni della Radio Vaticana riguardanti la Germania, sulle quali torneremo. Per ora basti dire che dette trasmissioni offrirono al consigliere dell’ambasciata tedesca, Menhausen, occasione di ripetute e virulente rimostranze, ma che non impedirono alla Santa Sede di mantenere il suo atteggiamento critico nei confronti del nazismo [60] ; anche se si dové prendere atto della circostanza (segnalata dal nunzio a Berlino, Orsenigo) che ogni minima notizia sulla Germania, data dalla Radio Vaticana, veniva ingrossata e distorta ad arte; il che metteva i cattolici tedeschi in una difficile posizione. E lo stesso avveniva nella Lituania sovietica, al punto da spingere l’arcivescovo di Kaunas a pregare che da quel momento la radio ignorasse le notizie riguardanti la Lituania per non aggravare la situazione [61] .
La sospensione delle trasmissioni radiofoniche riguardanti la Germania provocò naturalmente le critiche degli alleati, e l’accusa che il Vaticano si fosse messo d’accordo con Hitler, facendo tacere la sua emittente in cambio del consenso tedesco alla diffusione dell’Osservatore Romano in Germania, o ventilando un qualche altro accordo con l’Asse; insinuazioni respinte ufficialmente dalla Santa Sede [62] .
Un altro problema fu arrecato dai governi che cercarono d’interferire nell’amministrazione delle diocesi. Lo fece la Gran Bretagna in relazione alla designazione di un vescovo ausiliare a Malta; lo fece la Germania per la diocesi di Budejovice, nel “protettorato” boemo [63] .
Un caso particolare riguardò la Transilvania, ceduta dalla Romania all’Ungheria con il secondo arbitrato di Vienna del 28 agosto 1940. In seguito ad esso, il governo di Budapest avrebbe voluto eliminare le diocesi cattoliche di rito rumeno, nell’ambito di una completa “magiarizzazione” della Transilvania. Come scriveva La Civiltà Cattolica:
La questione trascendeva il caso concreto: entravano in giuoco non solo gli interessi delle anime, ma lo stesso atteggiamento della S. Sede di fronte alla guerra, ai potenti che sconvolgevano a piacimento le carte geografiche, e ai popoli, privati dei loro diritti, ignari dei propri destini [64] .
Per collocare nel giusto contesto le polemiche sull’opera della Santa Sede nella seconda guerra mondiale e sui “silenzi” di Pio XII, occorrerebbe tener presente proprio il caso delle diocesi transilvane e le osservazioni di Tardini in proposito. Questi considerava enormi le pretese ungheresi, ispirate da princìpi politici, cioè da un punto di vista che la Santa Sede non poteva considerare; come non poteva considerare tutto ciò che era dannoso per il bene delle anime («fare troppi e troppo frequenti cambiamenti nella circoscrizione e, in genere, nell’organizzazione ecclesiastica […] contraddire e ferire i sentimenti nazionali di un popolo […] Ormai i piccoli popoli oppressi sono…troppi»). Le conclusioni erano pertanto facilmente tratte: «Che potrà fare la Santa Sede? Quel che ha fatto sempre: riaffermare e difendere la propria libertà; tutelare fermamente i propri diritti di fronte alle imposizioni dei governi quando siano pregiudizievoli al bene delle anime. I popoli saluteranno con piacere quest’apostolica saldezza della S. Sede e si stringeranno sempre più a Lei – come ad unica banditrice della verità divina e ad unica tutrice della dignità umana» [65] .
Le considerazioni di mons. Tardini – osservava La Civiltà Cattolica – costituiscono un documento importante, rivelatore dei princìpi che guidavano il Papa e i suoi più vicini collaboratori, e della loro posizione morale di fronte al conflitto. Alla loro luce vanno osservate le vicende concrete dei rapporti coi potenti del mondo, e vanno pure letti i documenti pubblici (messaggi, omelie, discorsi) nei quali il Papa si rivolse ai fedeli e al mondo intero [66] .
Importanti furono, durante il conflitto, i contatti fra la Santa Sede e gli Stati Uniti, specialmente in merito alla richiesta di questi ultimi che il Papa aderisse ai princìpi formulati da Roosevelt nel suo discorso sulle “quattro libertà” [67] . A tal proposito, nel preparare la risposta vaticana, «Mons. Tardini […] fece rilevare che gli stessi princìpi erano riaffermati in base alle superiori e soprannaturali dottrine della Chiesa cattolica. Intendeva con ciò mettere in risalto che il Papa non era guidato da considerazioni politiche, né poteva confondere la propria azione con quella dei gruppi politici» [68] .
Questa posizione richiamava tutta l’impostazione di politica estera, sia di Tardini, sia della Santa Sede in generale sui problemi della guerra e della futura pace. Per Tardini la pace «doveva nascere nelle coscienze degli individui, estendersi alle famiglie dilatarsi nelle singole nazioni con la collaborazione di tutti i gruppi per il bene comune, e cementare tutti i popoli per i superiori interessi della famiglia umana» [69] . Occorreva inoltre ribadire il seguente concetto: «Il Papa e la Santa Sede si son posti a fianco dei vinti, degli oppressi e ne hanno rivendicato con la voce della giustizia e della fede i diritti inalienabili» [70] .
Non meno importante (anzi congeniale al suo ruolo) fu per Pio XII inserire la preghiera, nei suoi pubblici discorsi e nella sua azione esterna, in un’ora in cui si decidevano i destini di tanti popoli [71] .
Queste prese di posizione ufficiali, alla luce dei documenti pubblicati, che rivelano spesso il cammino del pensiero nelle correzioni apportate ai testi già da lui preparati, danno un quadro unitario alla sua figura, e rivelano una personalità religiosa che si manifesta ugualmente nel trattamento degli affari, nel contatto coi potenti del mondo, nel ministero di guida e di conforto, in una luce di fede soprannaturale [72] .
Uno dei periodi più duri del conflitto fu quello che andò dal luglio 1941 all’ottobre 1942, ovvero il periodo preso in analisi dal quinto volume degli Actes [73] . Infatti, «l’invasione dell’URSS da parte di Hitler, e l’attacco agli Stati Uniti per opera del Giappone operarono un incredibile sconvolgimento, allineando la dittatura sovietica alle democrazie occidentali, e determinando la conseguente distinzione di assalitori e di assaliti, di aggressori e di vittime, che si concludeva nella personificazione dei campi opposti nel bene e nel male, nel giusto e nell’ingiusto» [74] .
Emerse chiaramente, in quest’arco di tempo, il tentativo tedesco di ottenere l’appoggio della Santa Sede alla “crociata antibolscevica”; inutile tentativo, giacché la Santa Sede chiarì di essersi già espressa in merito al comunismo, mentre era proprio la Germania nella scomoda posizione di dover imbastire un’autodifesa dopo il patto Ribbentrop-Molotov.
Cercare di coinvolgere la Santa Sede nella “crociata antibolscevica” non era altro che una mossa propagandistica di chi aveva ben altre intenzioni nei confronti del cattolicesimo, che averlo alleato contro Stalin [75] . Nell’altro campo, potenze come gli Stati Uniti cercarono un’ “interpretazione autentica” dell’Enciclica Divini Redemptoris di Pio XI, emanata il 19 marzo 1938. Una sorta di “combinato disposto” fra i paragrafi 24 e 58 dell’Enciclica, faceva concludere che la Santa Sede non era contraria al popolo russo, ma soltanto al comunismo materialistico. Anche in questo caso, tuttavia, la Santa Sede era stata talmente chiara da non aver bisogno di pronunciarsi ulteriormente, se non nella forma di indicazioni da fornire qua e là all’episcopato americano, perché ne rendesse edotti i fedeli. Ad ogni modo, Pio XII si sarebbe pronunciato in linee generali in occasione di un prossimo messaggio natalizio [76] .
La posizione della Santa Sede in merito ai princìpi generali della pace non avrebbe mai dovuto esser confusa con quella di altri. «Anche per la sua missione di pace la Santa Sede dovette procedere con cautela, per restare fedele al proprio indirizzo e parlare un linguaggio superiore agli interessi ed alle suggestioni del momento, poiché i contendenti cercavano non tanto un maestro da ascoltare, quanto un alleato disposto a convalidare con il proprio prestigio morale le loro tesi» [77] .
Che cosa pensava il Papa del nazismo?
La questione di quale fosse l’idea che Pio XII aveva del nazismo riveste particolare attualità, alla luce delle ricorrenti accuse di essere stato egli “il Papa di Hitler” [78] . È ancora merito dell’infaticabile Graham l’aver trovato un documento relativo all’udienza concessa, il 3 aprile 1943, da Pio XII al presidente del consiglio ungherese Kallay. Il documento fa parte della Hungarian Collection, un corpo di documenti diplomatici ungheresi raccolti dal governo Szalassi delle “croci frecciate”, e conservati presso i National Archives di Washington, dopo essere stati catturati dagli americani alla fine della guerra. Il documento è stato utilizzato da padre Martini per un articolo sulla Civiltà Cattolica [79] .
Venendo in visita in Italia, Kallay teneva ad esporre al Papa il suo punto di vista sul “pericolo bolscevico”, evidentemente per sensibilizzare il pontefice sull’argomento. Ciò aveva fatto oggetto di un appello di Kallay del 24 febbraio 1943, «più esplicito e appassionato per una crociata antisovietica», quale la Santa Sede mai aveva visto dal giugno 1941 [80] . Restava ad ogni modo un appello ideale, privo di legami reali e non in grado di creare una vera solidarietà. In effetti, nella sua risposta del 7 marzo, Pio XII non nascose al barone Apor, rappresentante magiaro in Vaticano, che accanto al pericolo bolscevico c’era anche il pericolo nazista ; non si poteva condannare l’uno senza condannare anche l’altro [81] .
La questione della progettata visita di Kallay in Italia è documentata in un riassunto fatto da questi dei suoi colloqui a Roma e in Vaticano, conservato nella Hungarian Collection [82] . In tale documento risulta chiaro che, ricevendo la personalità ungherese, Pio XII condannò anche la Germania, per la sua persecuzione verso gli ebrei, e che addirittura se ne mostrò disgustato. Permanendo i metodi disumani nazisti, non sarebbe stato possibile alla Chiesa mediare tra i belligeranti. «La risposta del Papa all’appello di Kallay – scrive Martini – sembrava, dunque, eluderne la problematica e le richieste. Kallay aveva parlato di pericolo bolscevico, il Papa rispondeva mettendo in stato d’accusa la Germania. Il comportamento di questa era tale che gli occidentali avevano perduto ogni fiducia nei suoi confronti. In tal caso come avrebbero potuto realizzare un’azione concreta nei confronti dell’alleato sovietico?». Tuttavia Pio XII accettava che il suo punto di vista venisse conosciuto, per il tramite di Kallay, da Mussolini [83] .
Emergeva poi, oltre alla saldezza di giudizio di Pio XII sul problema dei rapporti col nazismo, anche la distinzione che egli faceva tra questo movimento e il popolo tedesco, tra ideologia nazista e comunità umana; un po’ come gli accadde di fare nel caso dell’Unione Sovietica, alla vigilia della coalizione fra i “Tre Grandi” [84] . Il tutto, comunque, non poteva autorizzare affatto l’ipotesi che Pacelli fosse il “Papa di Hitler”. Illuminante, a tal proposito, è il resoconto di una conversazione tra il direttore dell’agenzia d’informazione “Stefani”, Suster, ed il capo della Propaganda tedesca all’estero, Megere, del 7 aprile 1943.
I tedeschi – faceva notare Suster al suo interlocutore – rimproverano alla Santa Sede di non aver presa nettamente posizione contro il bolscevismo schierandosi alla testa della crociata iniziata dall’Asse contro Stalin. Ma come poteva il Papa far ciò se da tutti i cattolicissimi paesi occupati quale Polonia, Belgio, Francia, giungono continue e documentate denuncie di atrocità e di violenze che lasciano dubbiose perfino le massime autorità spirituali se per le masse sia male peggiore il potere di Mosca o quello di Berlino? [85]
Il fattore ideologico, inoltre, esisteva ed andava soppesato; di fronte alla virulenza delle “idee-forza”, che cosa avrebbero potuto gli uomini? E la Chiesa?
All’aspetto ideologico della seconda guerra mondiale – ha rilevato Graham con l’usuale perspicacia – non è stata data l’importanza che esso merita. Troppo spesso gli statisti e gli storici descrivono gli eventi solo da un punto di vista politico e militare. L’ideologia è come l’asino di Buridano: gli storici la lasciano ai filosofi e i filosofi la considerano una pseudoscienza, un trastullo dei giornalisti e dei demagoghi. Ma l’ideologia totalitaria asservì l’Europa per buona parte della seconda guerra mondiale. È proprio il rapporto delle idee con la politica, con l’interpretazione degli eventi contemporanei, con la cultura che fa l’ideologia. Essenzialmente esclusiva, essa non tollera opposizione né rivali. Era inevitabile che, sin dall’inizio, entrasse in violento conflitto con la religione nel campo delle idee. Ciò che era secondario o irrilevante per gli storici e i filosofi era una questione di vita o di morte per la Chiesa cattolica [86] .
Era inevitabile che, in questa lotta per la vita e per la morte, agli occhi di Hitler il Cristianesimo dovesse scomparire dall’Europa del “nuovo ordine”: chiesa cattolica e chiesa evangelica sarebbero state accomunate da uno stesso destino [87] .
La “guerra delle onde”. La Radio Vaticana e i suoi nemici
Dalla Civiltà Cattolica apprendiamo anche aspetti particolari degli eventi bellici, come la “guerra delle onde” scatenata alla Radio Vaticana da altre radio clandestine, che a volte si camuffavano esse stesse da Radio Vaticana o da emittenti vicine al Papa, onde distorcerne il pensiero e fuorviare i cattolici. La Radio Vaticana aveva una funzione tecnica, nel senso che non era “organo” della Santa Sede. Retta dai gesuiti, il suo carattere era meramente informale. Ma, come osserva Graham, «questo carattere d’informalità, ovviamente, non poteva continuare di fronte alle esigenze delle trasmissioni in tempo di guerra. Poiché di fatto la Radio divenne uno degli strumenti chiave di cui il Papa disponeva per presentare al mondo il vero stato di persecuzione religiosa in Germania e nei territori polacchi e francesi occupati dai nazisti» [88] .
Il punto è: divenne la Radio Vaticana utile strumento per diffondere il pensiero del Papa, o non divenne un ennesimo megafono dei suoi “silenzi”? Gli accusatori di Pio XII propendono naturalmente per la seconda tesi. La Civiltà Cattolica ha preferito far parlare le stesse vittime dell’occupazione nazista in Polonia, e in particolare il vescovo di Katowice, mons. Stanislao Adamski, uno dei coraggiosi pastori rimasti in patria, a capo del loro gregge. Mons. Adamski affidò la sua testimonianza ad un opuscolo clandestino, intitolato Pio XII e la Polonia, i cui estratti più significativi sono stati riprodotti da padre Warszawski sulla rivista dei gesuiti [89] . Val la pena citarli in questa sede:
Durante i primi mesi della guerra la radio del Vaticano citava tutti i giorni dei casi di assassinii, di arresti, di rappresaglie contro i polacchi, soprattutto nei campi di concentramento. In seguito si rinunziò a dare informazioni così particolareggiate. Perché? La ragione è che per molte vie erano giunte in Vaticano domande di cessare la trasmissione di tali notizie, perché dopo ogni audizione di tal genere, preti e religiosi in prigione ricevevano altre staffilate supplementari ed erano maltrattati con maggiori crudeltà. Si dichiarava loro apertamente: «Questo è come compenso per il fatto che il vostro papa o il vostro cardinale hanno di nuovo parlato contro di noi». Ed ogni volta un certo numero di prigionieri vi perdeva la vita, ed altri contraevano gravi malattie [90] .
Di conseguenza fu impartito al Padre Generale dei gesuiti, ma non prima dell’aprile del 1941 (quando le critiche radiofoniche alla Germania ebbero toccato l’acme con la diffusione in lingua tedesca della lettera pastorale dei vescovi olandesi), l’ordine di evitare nelle trasmissioni della Radio Vaticana ogni riferimento alla Germania: non solo per le documentate rappresaglie nei confronti delle popolazioni nei territori occupati, ma anche per l’uso distorto che le opposte coalizioni avevano fatto e continuavano a fare di quelle trasmissioni. Al punto che, quando non protestarono i tedeschi, fu la volta degli inglesi levare la loro voce per accusare la Santa Sede di “tacere”. «L’urto, il malcontento e perfino la costernazione creati al Foreign Office dall’ordine del Papa oggi ci sorprendono, ma indicano, da soli, la misura del valore propagandistico che allora si attribuiva alle trasmissioni vaticane» [91] .
Servendosi delle carte archivistiche del Public Record Office, Graham è riuscito a documentare alcune non trascurabili circostanze: 1) il ministro britannico in Vaticano Osborne fu tempestivamente informato della decisione papale (presumibilmente dal generale dei gesuiti, padre Ledochowski, che era polacco e in certa confidenza col ministro britannico); 2) al Foreign Office giungevano false notizie prese per vere, come quella secondo cui il Papa avrebbe dichiarato che gli italiani dovevano morire per il loro paese; notizie prese per oro colato da alcuni “consiglieri” di Whitehall; 3) il ministro degli esteri Halifax non condivideva i pesanti giudizi sul Papa, espressi da eminenti diplomatici come Vansittart (per il quale Pio XII era un pusillanime); 4) il di lui successore, Eden, la pensava ben diversamente, ma travisava i dispacci dell’inviato britannico in Vaticano, Osborne, giungendo a sostenere che l’ordine di sospensione delle trasmissioni sulla Germania era stato impartito alla Radio Vaticana su pressione diretta di Hitler [92] .
Rivelatore è, proprio a tal proposito, un dispaccio di Osborne, trovato negli archivi londinesi e pubblicato da Graham; nel dispaccio risulta evidente che nessun accordo era mai stato preso con i tedeschi per far cessare le trasmissioni; l’eccessiva franchezza di queste aveva tuttavia esposto a dure rappresaglie i polacchi e le altre popolazioni soggette ai tedeschi [93] .
Il Vaticano e gli aiuti umanitari: il caso emblematico della Grecia nel 1941
Mentre padre Angelo Martini stava conducendo le sue ricerche archivistiche per la pubblicazione dell’ottavo volume degli Actes et Documents [94] , s’imbatté in alcune carte molto interessanti, riguardanti il problema dell’approvvigionamento alimentare della Grecia nel 1941. Egli pensò quindi di ricavarne un articolo, a causa delle molte questioni che il tema racchiudeva, tanto da poterlo definire come caso emblematico degli sforzi umanitari della Santa Sede, in certo modo complementari a quelli profusi in favore degli Ebrei (di cui si dirà appresso). Fra l’altro, i documenti in esame contenevano anche traccia dell’impegno personale dell’allora Delegato Apostolico ad Atene, mons. Roncalli, il futuro Giovanni XXIII [95] .
Tutto cominciò con un rapporto di Roncalli a Maglione, datato 6 agosto 1941, e pervenuto al Segretario di Stato il 23 successivo. Vi erano enumerate le immani sofferenze dei greci a causa dell’occupazione italiana, delle depredazioni operate dai tedeschi, e dell’impossibilità di accedere a forniture alimentari acquistate in precedenza, a causa del blocco alleato nel Mediterraneo (le derrate si trovavano immobilizzate in Egitto). L’iniziativa di chiedere l’aiuto della Santa Sede per far sbloccare la situazione provenne da alcune eminenti personalità elleniche, con un appello redatto dall’ex ministro della Pubblica Istruzione Luvaris e consegnato, dopo contatti preliminari, l’8 settembre 1941. Ma ancor prima di ricevere l’appello, appena letto il rapporto di Roncalli, il 23 agosto Tardini preparò un memorandum per il Segretario di Stato e per Pio XII:
Con una visione assai realistica, egli non nascondeva che dopo le continue spogliazioni tedesche, ben difficilmente gli inglesi avrebbero attenuato il blocco, adducendo l’argomento già portato quando la S. Sede si era rivolta per casi analoghi del Belgio e della Francia: che cioè gli occupanti hanno il dovere di nutrire le popolazioni dei territori occupati [96] .
La Santa Sede ad ogni modo si rivolse al governo britannico per il tramite del ministro in Vaticano, Osborne, al quale la Segreteria di Stato consegnò una nota, il 20 settembre 1941. Del pari si chiese al governo americano, per il tramite del rappresentante personale di Roosevelt in Vaticano, Myron Taylor, di usare tutta la sua influenza a Londra per il buon esito dell’iniziativa [97] . Si studiò però anche l’alternativa d’inviare generi alimentari alla Grecia attraverso territori non soggetti al blocco inglese. Si sentirono all’uopo i nunzi a Berna, a Budapest e il delegato apostolico a Sofia. L’intento della Santa Sede era tanto quello di aggirare il blocco, quanto quello di procurare quel grano che, date le premesse, non sarebbe mai arrivato dall’Egitto [98] .
Il cardinale Tardini era stato facile profeta, perché il 17 ottobre Osborne consegnò a Maglione la risposta negativa del Governo britannico.
Era un netto rifiuto – riassume La Civiltà Cattolica anticipando la pubblicazione del documento – Avendo ripetutamente insistito sulla inviolabilità del blocco nei casi di tutti i territori occupati dai nemici, non poteva dipartirsi da questo principio nel caso della Grecia. Più dure ancora erano le osservazioni che precedevano e seguivano il rifiuto. L’Italia, quale potenza occupante, aveva il dovere di pensare al vettovagliamento, tanto più che aveva permesso ai tedeschi di saccheggiare il paese riducendolo all’attuale situazione. E la S. Sede avrebbe fatto bene a richiamare l’Italia ad usare ai civili greci lo stesso trattamento che il governo britannico riservava ai civili italiani dell’Africa Orientale [99] .
La risposta inglese suscitò in Maglione una «pena profonda». Una pena che non lo fece desistere dal mettere a punto una risposta adeguata: una risposta in cui, a parte le varie osservazioni che si sarebbero potute muovere alla nota di Londra, andasse rimarcato il fatto che le questioni di diritto dovevano cedere di fronte a considerazioni sulla gravità della situazione greca. Del resto, la Santa Sede si era appellata solo alla magnanimità del Governo di Sua Maestà. In questi termini si espresse la nota vaticana presentata a Osborne il 21 ottobre 1941.
Nell’anticipare il contenuto dei volumi di Actes ancora in elaborazione, padre Martini è riuscito anche a dare un’idea della profondità di analisi di Tardini, nel suo diuturno lavoro al fianco di Maglione. Proprio il caso greco ne è una prova inconfutabile; come si evince dai commenti di Tardini alla nota britannica del 17 ottobre 1941, e riprodotti dalla Civiltà Cattolica [100] :
Il Governo Inglese pensa (a torto, ma lo pensa) che la Santa Sede sia un po’ troppo proclive verso l’Italia. Anche qualche frase di S.E. il Ministro Osborne ha espresso lo stesso pensiero. Perciò bisogna mettere in evidenza che se la S. Sede si interessa tanto per la Grecia, non lo fa perché sollecitata dall’Italia, o per togliere questa da un suo impaccio, ma soltanto per ragioni superiori di umanità e di carità. Perciò nelle modifiche che ho creduto opportuno suggerire [nel progetto di risposta alla nota britannica n.d.r.]: 1) ho tolto tutto ciò che poteva sembrare anche lontanamente una apologia dell’Italia. 2) ho messo in evidenza che il Delegato Apostolico, sollecitato dai greci, è venuto a Roma per supplicare il S. Padre, a nome dei greci. Quindi l’iniziativa è dovuta ai greci e al Delegato Apostolico, non all’Italia. 3) ho sottolineato che il Santo Padre si è interessato e si interessa di altri popoli, ma attualmente la situazione dei greci è la più dolorosa e la più bisognosa di ingenti aiuti.
La Gran Bretagna poteva esser stata indotta nell’errore di credere ad una sorta di liaison dangereuse tra Santa Sede e Italia in quanto le informazioni sull’indigenza alimentare della Grecia erano state fornite alla Segreteria di Stato dal Consigliere dell’Ambasciata d’Italia in Vaticano, anche se erano purtroppo confermate da altre fonti non sospette. Di fronte a queste notizie il card. Maglione, su istruzioni di Pio XII, aveva moltiplicato i passi a Londra, facendo ventilare a quel governo persino un appello diretto al Re d’Inghilterra. Ma a fine ottobre, la rigida attitudine del ministro degli esteri britannico Anthony Eden rimaneva immutata. L’11 novembre Osborne presentò la nota del suo Governo, che conteneva un duplice rifiuto e un’asserzione. Si rifiutava di considerare la Grecia un caso a parte nelle vicende belliche, e l’occupazione italiana in quel paese diversa da quella tedesca altrove. L’asserzione era che il Governo di Washington condivideva le vedute di quello londinese.
Ponendo in evidenza il carattere “italiano” dell’occupazione, – commentava padre Martini – passava completamente sotto silenzio l’appello dei notabili in nome di tutto il popolo greco, che pure era stato fatto risaltare nei documenti pontifici e nei due incontri personali di mons. Godfrey col ministro Eden. L’italianità dell’occupazione dava anzi l’opportunità a motivare il rifiuto di distinguerla dalle occupazioni tedesche, con alcune osservazioni piuttosto pesanti sugli effetti del “nuovo ordine” di Hitler sulle economie degli alleati e dei satelliti della Germania. Anzi ribadiva indirettamente l’insinuazione, già presentata precedentemente, che la S. Sede agisse per suggestione ed insistenza dell’Italia. Supposizione falsa, perché, a parte le dichiarazioni fatte dal ministro Ghisi, capo dell’amministrazione civile italiana in Atene, al Delegato Apostolico, né in Grecia né a Roma il governo aveva compiuto dei passi ufficiali od ufficiosi per spingere la S. Sede ad un particolare intervento a favore del vettovagliamento della Grecia. Sotto un certo aspetto, più duro ancora era il tentativo di dimostrare l’identità di vedute e di giudizio del governo inglese con quello degli Stati Uniti, mediante la citazione di una lettera del Segretario di Stato al Presidente del Comitato per gli Affari Esteri del Senato americano [peraltro non pubblicata nella collezione dei documenti diplomatici americani] […] Non si può stabilire con certezza che questa citazione di un documento americano volesse essere una risposta indiretta ai passi che la S. Sede aveva sollecitato dal governo statunitense, con la nota all’ambasciatore Taylor e le istruzioni inviate al delegato apostolico a Washington, Cicognani. Sta però il fatto che in quel tempo gli Stati Uniti non erano ancora in guerra, ed in quelle stesse settimane visite in Grecia di diplomatici americani dell’ambasciata a Roma confermavano la fondatezza del grido di allarme pontificio e concludevano alla stessa necessità di urgenti soccorsi per ogni via. [101]
La nota britannica produsse una pessima impressione in Santa Sede. Difatti essa era piuttosto debole nelle sue argomentazioni. L’affermazione secondo cui spettava allo stato occupante sfamare le popolazioni di uno stato occupato, anche quando era evidente l’impossibilità di farlo (ad esempio, per la pluralità degli occupanti, per le razzie compiute da alcuni di essi, per l’esistenza di un blocco navale, ecc.) equivaleva infatti a comportarsi come la Francia nel 1920-23, quando pretese che la Germania pagasse le riparazioni di guerra al di là di ogni sua capacità finanziaria.
La misura di ogni cosa risiedeva nella possibilità concreta di adempiere, in tempo di pace e di guerra, ad obblighi giuridici liberamente contratti dagli Stati. Se le convenzioni sul trattamento dei civili in tempo di guerra dovevano essere adempiute, non spettava solo ad uno dei firmatari ora belligeranti, bensì a tutti, di adempierle. Il blocco britannico intorno alla Grecia, nella fattispecie, era la causa principale che impediva agli stessi occupanti, gli italiani, di sfamare gli occupati. Ed era una delle cause che impedivano l’attuazione delle predette convenzioni internazionali, poiché veniva inibito persino l’intervento di autorità morali, di paesi neutrali e di organizzazioni internazionali umanitarie, in favore delle vittime civili di guerra.
La pretesa identità di vedute tra governo inglese e governo americano esponeva inoltre gli inglesi ad alcune critiche moleste. Infatti una tale pretesa implicava che gli Stati Uniti condividessero l’acquiescenza inglese nei confronti dell’occupazione sovietica della Polonia; e, più schiettamente, che accettassero quella sorta di ius loci che gli inglesi riconoscevano all’URSS nella zona polacca da lei occupata. A parte la difficoltà di sostenere un simile assunto, va detto che l’occupazione sovietica in Polonia significò, nelle sue forme più dure, deportazione e russificazione forzata a danno soprattutto di inermi civili; in aiuto dei quali naturalmente Londra non venne. Ma c’è un secondo aspetto della questione dei civili in tempo di guerra: la “competenza” dell’Unione Sovietica andava riconosciuta anche nei Paesi baltici? E come conciliare un tale riconoscimento, che da parte inglese certamente vi era, con il fatto che gli Stati Uniti consideravano come non avvenuta, e perciò priva di ogni effetto giuridico, la “spontanea” adesione di Estonia, Lettonia e Lituania alla federazione sovietica?
C’è infine un terzo elemento da considerare. Nel promuovere l’idea degli “affitti e prestiti”, che avrebbe consentito alla Gran Bretagna di far fronte alle enormi esigenze belliche dopo il crollo della Francia, il presidente Roosevelt aveva fatto, alla fine del 1940, un pittoresco confronto: «Se la casa del vostro vicino brucia, non negoziereste con lui la vendita del vostro estintore di cui egli ha urgente bisogno. Voi glielo prestereste chiedendogli di ridarvelo una volta spento l’incendio» [102] . In buona sostanza, al di sopra del dato giuridico (l’essere o no gli Stati Uniti, in quel momento, belligeranti), per Roosevelt importavano lo stato di emergenza, l’urgente contingenza e il pericolo che la Germania mietesse altre vittime, allargando l’area dei popoli oppressi. Per questo solo motivo, e al di là di ogni altra considerazione, gli Stati Uniti avrebbero dovuto diventare «l’arsenale delle democrazie». Ora, a nostro avviso, il caso greco creava una situazione piuttosto simile, che esigeva di prescindere dal formalismo legalistico, onde soccorrere un popolo oppresso e allo stremo. In una tale situazione, guardare alla titolarità di un diritto o di un