|
|
|
|
|
Scegli la tua lingua: English - Français - Deutsch - Español |
In un precedente
intervento abbiamo visto come Alois Hudal, rettore del Collegio Germanico in via S. Maria dell'Anima,
abbia aiutato i prigionieri tedeschi e austriaci nei campi di concentramento
italiani del secondo dopoguerra. Ma cosa erano questi campi? come funzionavano?
dove si trovavano? e come facevano gli eventuali criminali di guerra a uscirne?
Rispondere a queste domande non è facile, perché il nostro argomento non è
stato mai veramente studiato: l'obbrobrio dei campi di sterminio nazista e
dei gulag sovieti ha infatti spinto a dimenticare
che anche l'Occidente democratico si è servito dei campi di detenzione. Negli
ultimi venti anni le richieste di risarcimento di specifici gruppi etnici
nordamericani (in particolare degli italiani e i giapponesi), nonché le autobiografie
dei prigionieri italiani nei campi inglesi e americani hanno, però, riaperto
il discorso e portato alla riscoperta di queste esperienze durante e dopo
il conflitto.
Per quanto
riguarda l'Italia i campi erano di tre tipi: quelli in cui vennero segregati
gli ex-soldati dell'Asse in attesa che le autorità italiane o alleate vagliassero
i loro casi; quelli che raccolsero i profughi; infine i luoghi di reclusione,
come Fraschette di Alatri e Fossoli, nei quali erano rinchiusi i profughi e gli ex-militari
che si erano macchiati di crimini civili (furti, aggressioni, borsa nera,
prostituzione). Con il termine generico di campi si indicavano perciò realtà
molto diverse, non si possono infatti equiparare delinquenti comuni e militari
o profughi da censire e in seguito riavviare verso altre destinazioni in base
alla decisione di concedere loro il rimpatrio, il permesso di soggiorno o
l'emigrazione verso paesi diversi da quelli di origine. Erano inoltre differenti
pure le caratteristiche fisiche dei campi: alcuni erano i vecchi luoghi di
concentramento o di confino nazi-fascisti, come
nel caso tristemente famoso dei già citati Fossoli
e Alatri; altri erano di recente costruzione oppure
quanto ricostruiti ex novo; altri
ancora erano edifici civili o militari (ville, per esempio, caserme o persino
cinema) riattati per ospitare decine o centinaia di persone.
Grazie alla
documentazione dell'Archivio Centrale dello Stato abbiamo una buona visione
di quanto avvenne tra il 1943 e il 1953 nel settore dei campi [si veda in
particolare la serie: Ministero degli interni, Stranieri ed Ebrei Stranieri
(1930-1956)]. Sul finire della guerra il nuovo governo italiano visionò i
campi dell'Italia ormai liberata, in genere utilizzati per prigionieri iugoslavi.
Al contempo raccolse notizie su quelli nell'Italia ancora in mano tedesca:
questi sorgevano in prossimità di grandi centri abitati veneti, lombardi,
piemontesi e liguri erano vicini a Genova, Imperia e Savona. Nel 1945 ovviamente
erano tutti passati sotto la supervisione italiana e un rapporto del giugno
1945 elenca decine di campi in centri grandi e piccoli. Erano quasi tutti
per uomini, tranne alcuni nel Centro-Sud come Solofra
(Avellino), Casacalenda e Vinchiaturo
(Campobasso), Lanciano (Chieti) e Pollenza (Macerata),
adibiti esclusivamente per le donne. Inoltre nel campo di Ferramonti (Cosenza) e sull'isola di Ventotene erano ospitati
interi nuclei familiari.
Negli anni
immediatamente successivi il governo italiano rimandò a casa i prigionieri
del periodo nazi-fascista o meglio cercò di farlo,
perché per esempio i monarchici serbi e gli ustascia
croati non vollero rientrare nella Iugoslavia comunista e chiesero di stabilirsi
nell'Occidente. Molti campi non furono quindi dismessi
e iniziarono a essere riutilizzati per gli ex militari nazi-fascisti,
i profughi dell'Europa centro-orientale, gli italiani scacciati dall'Africa
e dall'Istria. Nello stesso luogo coabitavarono
così le vittime (gli ebrei, per esempio) e gli sgherri dei regimi caduti nel
1945. Inoltre la sorveglianza era spesso affidata ad ex-partigiani che non
amavano certo gli antichi nemici. La situazione divenne rapidamente esplosiva
e in qualche caso non mancò pure il morto.
A questo punto
le prefetture segnalarono ai ministeri dell'Interno e degli Esteri, che bisognava
disfarsi dei campi, i quali tra l'altro pesavano su un bilancio nazionale
assai ridotto. Sennonché non era facile smaltire la popolazione internata,
perché non le si voleva concedere il permesso di restare in Italia, né ci
si voleva preoccupare di procurarle documenti, visti e biglietti per emigrare.
L'unica era quindi permettere agli ospiti di arrangiarsi per proprio conto
e sperare che partissero presto, magari con l'aiuto della chiesa cattolica
o della Croce Rossa. Le autorità alleate erano in apparenza meno lassiste:
dai loro campi per ex-militari si tornava in patria se provenienti da Austria
e Germania, mentre si restava se originari dall'Europa dell'Est. Però, da
un lato, non era difficile evadere, come insegna l'esperienza di Priebke; dall'altro, non tutti gli ex-soldati nazisti erano
nei campi militari. Molti erano stati fatti prigionieri durante l'avanzata
alleata ed erano stati re inseriti in formazioni che combattevano a fianco
di inglesi e americani. Nella piccola armata polacca del generale Anders i morti e i feriti erano rimpiazzati con prigionieri,
soprattutto ucraini. Questi riuscirono così a trovarsi dal lato dei vincitori
alla fine della guerra e poterono muoversi con maggior libertà dei loro antichi
commilitoni. In molti casi questi antifascisti di fresca data dovettero, però,
attendere qualche anno prima di varcare l'oceano: soltanto nel 1949 alcuni
di loro ottennero il visto per l'Argentina e solamente negli anni 50 altri
poterono emigrare in Australia, Canada e Stati Uniti.
Era, come
si vede, una situazione molto complicata. Comunque i funzionari italiani miravano
soprattutto a disfarsi dei campi e degli stranieri. Approfittarono quindi
del passaggio di consegne tra l'UNRRA, che aveva gestito i campi in Italia
per i sopravvissuti ebrei che volevano trasferirsi in Palestina, e la neonata
International Refugees
Organization (IRO) per scaricare su quest'ultima parte della propria responsabilità
sui profughi, persino di quelli in fuga dall'Istria e dalla Dalmazia.
L'accordo
con l'IRO, concluso nel 1948, permise inoltre al Ministero degli Interni di
spostare i campi al di sotto della Linea Gotica. In prossimità delle elezioni
tutte tutte le forze politiche temevano possibili
provocazioni e non volevano profughi vicino o dentro alle grandi città settentrionali:
in particolare la Democrazia Cristiana riteneva che molti fuggiaschi dall'Europa
orientale fossero in realtà spie comuniste, mentre comunisti e socialisti
temevano che tra quei rifugiati vi fossero agguerriti ex-nazisti. Per la fine
dell'anno i campi IRO furono tutti dislocati nel sud, mentre nel Centro-Nord
restavano solo alcuni centri di smistamento, oppure i profughi che erano assistiti
fuori dai campi. Questi ultimi non erano comunque pochi, si pensi per esempio
alle migliaia di persone che ogni mese passavano per Genova.
Nel 1947,
primo dell'accordo con l'IRO, il Ministero degli Esteri aveva calcolato che
l'UNRRA e gli Alleati ospitavano circa 80.000 persone nei campi e ne assistevano
altre 500.000. Secondo alcuni funzionari anglo-americani questo conto era
esagerato e serviva a chiedere aiuti per l'Italia obbligata a sopportare tutti
questi profughi. Suggerivano quindi cifre più modeste: 60.000 persone circa
nei campi e 200.000 fuori. Il problema era poi anche tali numeri erano immensamente
superiori ai visti disponibili alle possibilità di emigrare. Allora l'Europa
non offriva grandi possibilità e la Bolivia si diceva disponibile ad accettare200
famiglie, il Brasile 1000, il Cile 2000, il Venezuela 5000, il Paraguay 2300,
il Perù 1000, il Canada 3000, Marocco e Tunisia 6000. Inoltre la sola l'Australia
era interessata anche ai singoli, ai quali dette 6000 visti.
Negli anni
successivi le cose andarono un po' meglio e la massa di profughi fu lentamente
drenata fuori della Penisola, grazie all'apertura dei mercati del lavoro europeo
ed americano. A questi possibili sbocchi miravano anche gli internati ancora
nei campi profughi gestiti in proprio dal Ministero degli Interni. L'Italia
si era infatti tenuta sei campi, che utilizzava soprattutto per recludere
i nuovi arrivati che si erano macchiati di qualche crimine, o che erano sospettati
di essere potenzialmente pericolosi. L'Italia dunque amministrava direttamente
i campi di Fossoli, Fraschette, Farfa
Sabina (solo femminile), Alberobello, Lipari e Ustica. Nel 1949 l'IRO aveva invece
sotto controllo tre tipi di campi: quelli per i rifugiati nelle Marche, in
Campania, in Puglia, oltre a una base d'appoggio a Roma; quelli di reclusione
in Campania; infine i campi di transito, sempre nelle regioni di cui sopra,
per i profughi che avevano un visto e dovevano imbarcarsi a Napoli e Genova
o prendere l'aereo a Napoli e Roma. Paradossalmente i profughi in transito
restavano pochi giorni in Italia, ma provenendo dal Brennero erano inviati
a Bagnoli e quindi rimessi su un treno fino a Roma e di qui passati su un
altro per arrivare a Genova.
La polizia
sorvegliava questi convogli ed era molto difficile che i rifugiati sotto controllo
IRO potessero far salire sui loro convogli clandestini, ma niente assicura
che essi fossero stati indagati approfonditamente prima di essere inviati
in Italia per poi varcare l'oceano. Inoltre i campi IRO ospitavano ancora
molti dei fermati dell'immediato dopoguerra e anche tra questi potevano esserci
persone dal dubbio passato. Infine non difettarono le storie ambigue. Nel
1947 un impiegato italiano dell'IRO fu accusato di essere un fascista impenitente
che aveva venduto visti argentini e paraguaiani a russi e iugoslavi. In sua
difesa intervenne il marchese Gian Girolamo Chiavari del Ministero degli Esteri,
dichiarando che il funzionario era sponsorizzato dalla Segreteria di Stato
vaticana, dalla Pontificia Commissione Assistenza, dal Pontificio Seminario
Russicum e dalla Confraternita di S. Girolamo degli
Schiavoni.
Vi era poi
il problema dei campi d'internamento sotto l'amministrazione italiana. Qui
passarono moltissimi ustascia e militari austro-germanici,
che nel tempo godettero dell'assistenza di monsignor Hudal e di padre Draganovic. Gli
inviati della Pontificia Commissione di Assistenza segnalarono spesso (e a
ragione) le pessime condizioni in questi campi, dove si moriva di freddo d'inverno
e di caldo d'estate e dove il cibo era scarso. A più riprese Draganovic si interessò di far partire i propri compatrioti
croati, invocando il loro integerrimo anticomunismo. Ancora nel 1951 trattava
con le autorità di polizia napoletane per far imbarcare a Genova 150 croati,
che voleva mandare in Bolivia.
In effetti
gli inizi degli anni 50 dovevano allargare le possibilità di azione del prelato
croato. Proprio allora, quando le autorità italiane speravano di chiudere
i campi, cominciarono ad arrivare i polacchi, cecoslovacchi e ungheresi di
origine tedesca espulsi dai rispettivi paesi, nonché un nuovo flusso di oppositori
dei regimi comunisti. L'IRO stava chiudendo i propri campi, l'Italia non voleva
potenziare i suoi e quindi i nuovi arrivati poterono filtrare attraverso la
penisola con relativa facilità. Inoltre la loro stessa massa aiutò altri a
scivolare tra le maglie della polizia italiana. D'altronde un rapporto della
Croce Rossa specificò che nel 1952 vi erano di nuovo troppi tedeschi nei campi
di Fraschette e Farfa. Le autorità italiane dubitavano
del loro passato e alcuni importanti esponenti della Democrazia Cristiana
risposero ai giornalisti che si temeva la possibile presenza di criminali
di guerra. Tuttavia altri esponenti dello stesso partito fecero presente a
De Gasperi che era meglio chiedere agli americani
il permesso di farli emigrare. Alla fine si decidette
di continuare come nel passato, o meglio non si decidette
di intervenire e si lasciò che i profughi, qualsiasi fosse il loro passato,
cercassero il modo di allontanarsi dall'Italia e di raggiungere le mete sognate.