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Da decenni
gli storici argentini protestano perché il loro paese è l'unico ad essere
accusato di aver ospitato criminali di guerra, mentre, a loro dire, anche
gli altri paesi sudamericani hanno ospitato e utilizzato ufficiali e scienziati
nazisti. In effetti non hanno tutti i torti: il Cile, in continua frizione
con l'Argentina peronista, non si è fatto mai mancare
la possibilità di reclutare tecnici tedeschi, pur se dal dubbio passato, e
Bolivia, Brasile e Paraguay hanno ospitato alcuni dei nazisti rintracciati
nel secondo Novecento.
Non soltanto
i processi delle ultime decadi, ma anche le grandi inchieste giornalistiche
spingono in effetti oltre ad allargare lo spettro geografico della ricerca
sulla diaspora nazista e/o collaborazionista nel secondo dopoguerra. Se i
tedeschi e i croati, imbarcatisi a Genova, sono stati rintracciati in America
Latina, gli ucraini e altri collaborazionisti sono stati identificati in Canada
e Stati Uniti, o in Gran Bretagna e in Australia. Molti erano ex-soldati nazisti,
caduti in mano anglo-americana e riciclati per sostituire i caduti delle formazioni
polacche che avevano accompagnato gli Alleati in Italia. Non pochi sono quindi
restati nei campi e negli ospedali italiani, prima d'imbarcarsi a Genova,
una volta attestato il proprio impegno antinazista, sebbene assai recente.
Su queste
vicende è stato scritto parecchio, anche perché i processi nei paesi di lingua
inglese hanno attirato molta attenzione. In alcuni casi è riemerso un boia
sanguinario nascostosi nella routine di un tranquillo immigrato; in altri
l'accusato è riuscito a dimostrare che si trattava di un caso di omonimia
o di un riconoscimento non accurato. In tutti la copertura della stampa è
stata notevole e ha suscitato dibattiti di rara violenza: ancora oggi i siti
web delle comunità ucraina e croata in Canada e negli Stati Uniti protestano
contro quello che considerano mero accanimento contro di loro. Molte di quelle
pagine accusano, però, i "comunisti" e gli "ebrei" di
aver organizzato questo ennesimo "complotto" ai loro danni e così
ispirano il dubbio che le accuse contro i supposti collaborazionisti non siano
poi così campate in aria.
I documenti
disponibili in Italia, non offrono prove per identificare singoli criminali,
ma indicano percorsi e desiderata della massa che ha transitato attraverso
la Penisola. Possiamo in primo luogo vedere cosa accadeva nei campi italiani
del dopoguerra. E, per circoscrivere il bersaglio iniziamo dal già discusso
campo di Fossoli, dove furono reclusi ex-militari
nazisti e ustascia croati, sul quale il prefetto
di Modena scrisse un lungo rapporto il 10 settembre 1946, oggi nell'Archivio
Centrale dello Stato. Da esso risulta che i due gruppi più numerosi erano
quello iugoslavo (sotto questa voce sono indicati anche i croati) e quello
tedesco: solo 14 iugoslavi volevano essere rimpatriati, mentre 81 tedeschi
accettavano tranquillamente di tornare a casa. Vi erano poi 51 polacchi, 34
russi, 32 ungheresi e 30 austriaci: tra questi solo 1 polacco, 7 russi e 14
austriaci volevano tornare a casa. La medesima scarsa propensione al rientro
distingueva i romeni, albanesi, cecoslovacchi, greci, olandesi, estoni
e francesi.
Le motivazioni
per i quali si era detenuti e quindi anche quelle per le quali non si voleva
rimpatriare erano varie. A Fossoli erano trattenuti
persino 2 americani, macchiatisi di crimini comuni, che semplicemente non
volevano affrontare la giustizia in patria, ritenendola più dura di quella
italiana. Inoltre tra gli iugoslavi non tutti erano croati e tra quelli di
loro che non volevano più rientrare non tutti erano stati filo-nazisti. Molti
profughi dell'Europa dell'Est non erano infatti fuggiti per la disfatta nazista,
ma per la vittoria comunista. In ogni caso possiamo rilevare che tra i detenuti,
qualsiasi fosse il loro passato e qualsiasi i loro crimini, scarseggiava la
voglia di tornare nel luogo d'origine.
Un rapporto
sempre su Fossoli, che il Ministero degli Interni
trasmise al Ministero degli Esteri il 19 gennaio 1947, evidenzia un fenomeno
diverso. A tale data nel campo 819 persone vivevano nel campo: 400 tedeschi,
50 austriaci, 135 iugoslavi, 39 albanesi, 31 polacchi, 20 ungheresi, 14 russi,
14 romeni, 9 altoatesini e singoli di altre 18 nazionalità. Secondo l'estensore
del rapporto il 51% era ancora composto da prigionieri di guerra, aveva cioè
combattuto nelle armate di Hitler, ma ora quasi
tutti ora accettavano di essere rimpatriati.
In effetti
Fossoli era già stata scremata dei detenuti più pericolosi,
ivi compresi gli ex-nazisti e gli ustascia più determinati,
in genere inviati al campo di Lipari, molto più isolato. Qui nel novembre
del 1947 vi erano 98 internati, in maggioranza iugoslavi, ma anche russi,
tedeschi, polacchi e cecoslovacchi. Secondo una relazione del 31 gennaio 1948,
il loro numero raddoppiò in due mesi, grazie anche alla crescita degli iugoslavi,
ora saliti a 165 unità. Molti di loro volevano emigrare in America Latina:
la maggioranza in qualsiasi paese del continente, mentre 44 indicavano l'Argentina
come meta e pochi altri specificavano il Brasile, il Venezuela, il Perù o
Santo Domingo. Una ventina di iugoslavi voleva invece andare in Nord America
e altri ancora in Europa (Francia o Germania), Sud Africa, Turchia, Egitto
e persino Palestina. Dei 10 tedeschi nel campo di Lipari, 5 volevano restare
in Italia e 1 voleva recarsi nel Paraguay. L'America Latina era infine la
meta più indicata dai russi (32 detenuti), dagli ungheresi (25) e dagli austriaci
(27).
Pochissimi
detenuti videro realizzati i loro sogni. Il 10 gennaio 1948 il prefetto di
Messina segnalò al Ministero che 187 fra tedeschi, iugoslavi, russi, polacchi,
cecoslovacchi e rumeni erano partiti da Lipari. La grandissima parte doveva
essere espulsa o rimpatriata; solo 8 iugoslavi e 1 polacco furono mandati
a Genova per imbarcarsi, ma non sappiamo per dove.
Le statistiche
di altri campi ci offrono indicazioni in qualche modo analoghe. Un rapporto
del dicembre 1947 sulle donne rinchiuse a Farfa
Sabina rivela che 114 su 291 erano tedesche: quasi tutte volevano essere rimpatriato
o rimanere in Italia. Quattro, però, desideravano emigrare in Argentina, 1
in Gran Bretagna e 1 negli Stati Uniti. Su 48 iugoslave 21 volevano l'Argentina,
1 il Sud America, 1 il Nord America, 1 gli Stati Uniti, 14 l'Italia e le altre
miravano a varie mete europee. Su 22 austriache 9 erano per restare nella
Penisola, 3 per l'Argentina, 1 per la Germania occidentale, 1 per il Belgio
e 1 la Tunisia. Argentina e Italia attiravano anche le altre prigioniere (albanesi,
russe, polacche, rumene, cecoslovacche); solo le ungheresi sostituivano la
prima con il Brasile. Anche in questo caso i sogni s'infransero e le recluse
di Farfa furono rinviate in patria.
A Fraschette
di Alatri nel gennaio del 1948 vi erano 148 tedeschi,
quasi tutti arrestati mentre vagavano per la Penisola in cerca di lavoro.
Ben 64 volevano unicamente rimanere in Italia; altri pensavano di potersi
trasferire in America Latina, ma solo se non potevano restare nella Penisola.
In questo secondo gruppo 23 non disdegnavano l'Argentina come seconda ipotesi
migratoria e pochi altri menzionavano il Brasile e il Venezuela. Alla fine
del mese successivo furono tutti rimpatriati, tranne 2 che ebbero il permesso
di soggiorno in Italia e 2 poterono salpare da Genova, ma non sappiamo se
per l'Argentina.
Insomma dai
campi gestiti dal governo italiano pochi uscivano, se non per rimpatriare.
Vi erano, però, delle eccezioni. Il già citato padre Draganovic
riuscì a fare miracoli per i suoi croati. Nell'autunno 1947, per esempio,
ne liberò 16: 6 salparono da Genova sul "Buenos Aires" e 4 sul "Tucuman" alla volta dell'America Latina; gli ultimi 6
furono parcheggiati a Cinecittà (Roma) in attesa
di un visto per l'America.
Monsignor
Hudal si interessò dei tedeschi e degli austriaci soprattutto
a Fraschette, ma con risultati minori, o quantomeno non così evidenti. Comunque
nelle sue carte, nell'Archivio del Collegio di S. Maria dell'Anima a Roma,
troviamo corrispondenti che scrivevano soprattutto dall'Argentina, ma anche
da altri paesi. Se poi prendiamo tutte le mete indicate dai suoi interlocutori,
sia che ci fossero arrivati, sia che ci volessero andare, abbiamo un larghissimo
spettro latino-americano (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa
Rica, Messico, Paraguay, Perù, Uruguay, Venezuela) e nord-americano (Canada
e Stati Uniti). Inoltre molti riuscirono a oppure cercarono di restare in
Europa (Gran Bretagna, Spagna e Svizzera) e diversi puntarono verso l'Australia
e il Sud Africa. Se teniamo conto delle lettere di alcuni esponenti non pentiti
del nazismo, vediamo come quest'ultimo fosse considerato una meta molto interessante,
anche per un rilancio politico.
Un'altra parte
dello scacchiere che sembrò appetibile agli irriducibili fu il Medio Oriente.
In effetti i giornali di fine anni quaranta parlarono di reti naziste a Damasco
e Beirut, mentre Hans Mahler/Juan Maler, del quale si è già discusso
per i passaggi a Genova nel 1948, chiese a Hudal
nel 1949 e nel 1950 di aiutare un gruppo di tedeschi che voleva abbandonare
la Siria. E' interessante sottolineare che Mahler,
in seguito giornalista ed editore neonazista in America Latina, era partito
per insegnare l'arabo in un collegio cattolico della Colombia.
Le notizie
sui campi dell'International Refugees
Organization (IRO) sono meno ricche di segnalazioni su questi movimenti. Comunque
l'IRO si occupò anche di collaborazionisti e nel marzo del 1948 spedì in Transgiordania
19 circassi, accusati di simpatie naziste. Molti dei protetti IRO partirono
da Genova (o più raramente da Napoli), anche se venivano da campi profughi
in Germania e Austria: nel 1949, per esempio, s'imbarcarono nei porti italiani
27.615 rifugiati provenienti da queste due nazioni. In questo contesto era
forse possibile a nazisti in fuga di mischiarsi ai partenti, o di utilizzare
i campi fuori d'Italia per rifarsi una verginità e salpare poi legalmente
da Genova. La possibilità era comunque piccola: i rapporti ufficiali indicano
infatti che erano pochi gli emigranti tedeschi e austriaci sotto l'egida dell'IRO,
in tutto il 1948 solo 4 austriaci (2 partiti per la Gran Bretagna e 2 negli
Stati Uniti) e 16 tedeschi (tutti recatisi negli Stati Uniti).
Complessivamente
i movimenti di profughi, di rifugiati e di reclusi della seconda metà degli
anni quaranta dimostrano che per i criminali in fuga erano aperte numerose
vie, rischiose ma non impossibili, e che soprattutto da Genova potevano partire
alla volta di numerose mete transoceaniche, mentre via treno potevano mischiarsi
agli emigranti che già si spostavano normalmente verso i paesi più ricchi
dell'Europa occidentale.