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PIO XII E I BAMBINI EBREI

 

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LA VICENDA DEI BAMBINI EBREI SCAMPATI ALL’OLOCAUSTO

di GIOVANNI SALE S.I.

© La Civiltà Cattolica 2005, I, PP. 220-233

 

A cavallo del nuovo anno, le pagine culturali di alcuni giornali, non solo nazionali, si sono interessate a un dibattito che, nato sul Corriere della Sera, è continuato ininterrottamente per circa tre settimane. Con queste pagine vorremmo aiutare il lettore a comprendere meglio il significato di tale dibattito, che ha coinvolto in primo luogo gli storici, cioè gli addetti ai lavori, ma che ha anche interessato l’opinione pubblica. Procederemo innanzitutto ricostruendo, in base alla documentazione di parte ecclesiastica, l’intera vicenda, e quindi specificando il «fatto», spesso, nella polemica giornalistica, ricostruito in modo alquanto generico. Successivamente proporremo alcune riflessioni sulla materia trattata e sul dibattito che ne è seguito.

Il 28 dicembre 2004, il Corriere della Sera pubblicava insieme a un articolo del prof. A. Melloni, intitolato «Pio XII al nunzio Roncalli: non restituite i bambini ebrei», anche un documento che egli riteneva inviato il 20 ottobre 1946 dalla Segreteria di Stato vaticana al Nunzio a Parigi, mons. A. Roncalli, contenente «ordini agghiaccianti» in materia di restituzione di bambini ebrei accolti in case religiose. In realtà, come ormai è stato accertato, tale documento, vero e proprio pomo della discordia della polemica giornalistica, fu pubblicato non soltanto in modo incompleto, ma anche senza le necessarie previe verifiche critiche sulla sua origine e sul contesto in cui era stato redatto. Da accertamenti fatti sull’originale — depositato presso il Centre National des Archives de l’Église de France, secondo quanto è stato affermato — risulta che il dossier riguardante la materia in questione è composto di tre pagine unite in fascicolo, le quali contengono due documenti: un Dispaccio inviato il 28 settembre 1946 da mons. D. Tardini, della Prima Sezione della Segreteria di Stato, e una «bozza» di una istruzione della Nunziatura di Parigi, datata 23 ottobre 1946, che è poi il documento pubblicato nell’articolo sopra ricordato [1] Va precisato che tale documento non contiene il logo della Nunziatura parigina e non porta la firma del Nunzio, che era ritornato a Parigi dalle sue vacanze estive il giorno precedente [2] .

Dalla lettura di questo documento nasce spontanea una domanda: chi ha dettato o indicato il contenuto dei cinque punti riportati nell’istruzione? Forse non si può escludere che sia stato il Nunzio, appena dopo il suo ritorno in sede; leggendo poi il secondo documento, quello inviato dalla Segreteria di Stato, ci rendiamo conto che il primo non è altro che un riassunto o un’elaborazione di questo, il quale fissa i criteri generali di riferimento dell’intera materia. Va ricordato però che i due documenti non sono identici e che quello redatto dalla Nunziatura parigina contiene precisazioni che non sono indicate nel Dispaccio Tardini.

Ma qual è il motivo che spinse l’autorità ecclesiastica a interessarsi di una questione così delicata come quella della restituzione dei bambini ebrei accolti dalla Chiesa? Dalle fonti ecclesiastiche risulta che la Santa Sede se ne dovette interessare in seguito a una richiesta specifica proveniente da uno dei maggiori leader spirituali degli ebrei, il rabbino capo «della terra santa di Gerusalemme», Isaac Herzog. Infatti il 12 marzo 1946 egli fu ricevuto in udienza privata da Pio XII; dopo aver ringraziato il Papa per l’aiuto prestato dalla Santa Sede e dal clero cattolico agli ebrei durante la persecuzione nazista, gli chiese che i bambini ebrei orfani ancora ospitati presso istituti religiosi «vengano restituiti alla loro gente». «In tutti i Paesi interessati — scrive il Rabbino in una lettera redatta l’indomani della visita e indirizzata al Papa — sono già disponibili delle apposite organizzazioni ebraiche, che dispongono dei mezzi per prendere in carico i bambini […], che provvederanno al loro trasferimento e alla loro futura educazione e istruzione. Sappiamo che molte centinaia di loro sono stati già restituiti al luogo in cui erano stati strappati. Ve ne sono però molti che non hanno ancora fatto ritorno» [3] . Il Gran Rabbino insistette certamente presso il Papa, come risulta dalla lettera, sull’importanza tutta particolare che la restituzione dei piccoli avrebbe avuto per il popolo ebraico. Durante il recente olocausto — continua Herzog — sono stati uccisi circa un milione e duecentomila bambini; perciò ognuno di questi piccoli sopravvissuti per il popolo ebraico vale come mille. Il Rabbino Capo di Gerusalemme fece anche presente al Papa i recenti tentativi di far rivivere il «veleno antisemita» in alcuni Paesi e chiese il suo intervento a tale proposito, ricordando l’eroico esempio dato su tale questione dal suo predecessore, Pio XI. Il giorno dopo l’udienza, il Gran Rabbino Herzog consegnò a mons. A. Dell’Acqua, minutante alla Prima Sezione della Segreteria di Stato, la lettera appena ricordata, indirizzata al Papa. Per esplicito incarico di quest’ultimo, essa venne immediatamente trasmessa al Sant’Offizio per un «parere».

In quello stesso periodo, cioè nel mese di marzo, il cardinale P. M. Gerlier, arcivescovo di Lione e presidente dei vescovi francesi, era in visita a Roma. Ricevuto in udienza dal Papa, gli parlò — come risulta da una lettera (conservata nell’Archivio della Segreteria di Stato) inviata il 17 agosto 1946 dal Poporato a mons. Roncalli — della questione dei bambini ebrei ospitati presso istituti religiosi o affidati a famiglie cattoliche e aggiunse che ora le «organizzazioni ebraiche» ne richiedevano la restituzione. Il Papa rispose al Porporato che avrebbe fatto studiare attentamente «la questione da alcuni teologi». Senza perdere tempo il Sant’Offizio nell’Adunanza Plenaria del 27 marzo esaminò la questione ed emise in quella stessa seduta il suo «parere», che il giorno seguente fu portato a conoscenza del Papa (il quale era di diritto il prefetto della «Suprema») e fu da lui approvato. Il documento del 28 settembre inviato da mons. Tardini a mons. Roncalli riporta interamente il parere espresso sei mesi prima dal Sant’Offizio in seguito alle richieste avanzate dal rabbino capo Herzog.

I vescovi francesi e la restituzione dei bambini ebrei

Nel frattempo però la questione si era andata un poco complicando. In Francia alcuni rappresentanti di primo piano del mondo ebraico si erano rivolti alle autorità ecclesiastiche per sollecitare la restituzione dei bambini ebrei di cui la Chiesa si era presa cura; va anche ricordato che alcuni di essi erano stati dati in affidamento a famiglie cattoliche. Molto attivi in tale senso furono in quei mesi, oltre il gran rabbino Herzog, il rabbino capo di Francia Isaia Schwartz e altri ancora. Essi rivolsero la loro insistente richiesta a diversi vescovi e al Nunzio apostolico a Parigi.

Nel mese di agosto, infatti, due eminenti prelati francesi, l’arcivescovo di Lione, card. Gerlier, a quel tempo molto autorevole in Francia (anche per l’atteggiamento critico da lui assunto nel recente passato nei confronti della filotedesca Repubblica di Vichy) e l’arcivescovo coadiutore di Cambrai, mons. E. Guerry, fecero sapere al Nunzio apostolico mons. Roncalli di essere stati contattati dai rabbini Herzog e Schwartz e da altri ancora a motivo della «delicata questione dei bambini ebrei». La situazione, scriveva il 17 agosto 1946 il card. Gerlier, «è estremamente delicata, in quanto lo zelo male illuminato di alcune religiose ha creato, senza che se ne rendessero conto, un problema teologicamente molto arduo». Egli, da parte sua, faceva sapere al Nunzio che sarebbe stato estremamente difficile da parte della Chiesa opporre un netto rifiuto alla richiesta dei rabbini. «La riconoscenza che ci è stata spesso testimoniata — scriveva — per l’aiuto recato a questi poveri piccoli, si ritorcerebbe verosimilmente in un risentimento, che potrebbe alimentare deplorevoli polemiche». Come condotta concreta da tenere, l’arcivescovo consigliava di considerare caso per caso e aggiungeva: «È evidente che, nei casi particolari, in cui, per ipotesi, si possa far comprendere e riconoscere la difficoltà di questa restituzione, sarebbe molto auspicabile tenere sotto una tutela cristiana quelli che sono diventati piccoli cristiani. Ma temo molto le conseguenze di una risposta negativa sull’insieme dei casi».

Interessanti a tale riguardo sono anche le due lettere che scrisse al Nunzio sulla questione l’arcivescovo di Cambrai. «Come voi — scriveva mons. Guerry il 10 agosto 1946 — anch’io penso che bisogna accettare la regola generale di restituire i bambini di origine ebraica alle Comunità ebree. Il bene comune della Chiesa mi sembra debba prevalere su tutte le altre considerazioni». Infatti, la mancata restituzione dei piccoli, commentava il Prelato, provocherebbe certamente una grande campagna di stampa contro la Chiesa, le cui conseguenze in questo momento sarebbero molto gravi; inoltre essa «perderebbe tutto il beneficio morale dei suoi nobili interventi in favore degli ebrei perseguitati». Circa la condotta pratica da tenere, egli consigliava al Nunzio di chiedere ai richiedenti i nomi dei bambini che fossero ancora ospitati nelle case religiose, scoprire l’indirizzo di queste e chiedere ai vescovi del luogo di condurre un’inchiesta a tale proposito, per accertarne gli elementi di fatto. «Penso — scriveva mons. Guerry — non debbano essercene molti». Nel caso invece che i bambini siano stati battezzati per loro richiesta, si potrebbe dire ai capi delle comunità ebraiche che li richiedono: «Contiamo sulla vostra lealtà per lasciare questi bambini alla religione che hanno liberamente abbracciato». Tali inchieste episcopali, a detta del Prelato, avrebbero come fine ultimo quello di distinguere i casi in cui il battesimo era stato amministrato perché liberamente chiesto dal bambino da quelli in cui era stato «dato imprudentemente», malgrado gli ordini precisi impartiti dai vescovi francesi. In un’altra lettera del 13 agosto l’Arcivescovo di Cambrai ritornava sull’argomento chiedendosi se, nell’ipotesi di bambini ebrei battezzati malgrado i saggi divieti della Gerarchia, non sarebbe stato possibile chiedere al Papa che essi fossero «dispensati dalla legge ecclesiastica». Egli ricordava un caso in cui Pio XI aveva appunto fatto questo: si trattava di una studentessa israelita, alla cui conversione si era opposta la famiglia, e che, su ordine del Papa, ritornò presso di essa.

Una parte dell’episcopato francese quindi era favorevole alla restituzione dei bambini ebrei, accolti nelle case religiose, alle organizzazioni ebraiche che li richiedevano; mentre nei casi in cui il minore era stato battezzato per sua richiesta e senza nessuna costrizione esterna, si chiedeva che l’istituzione che lo accoglieva si impegnasse a garantirne l’educazione cristiana. Ad ogni modo, i casi di bambini ebrei battezzati e non restituiti, almeno per ciò che ne sapeva l’autorità ecclesiastica, pare fossero ben pochi. Da tali testimonianze, inoltre, risulta chiaramente che la Chiesa in Francia, come anche in Italia, non sfruttò la penosa situazione di persecuzione nella quale si trovavano gli ebrei per imporre loro il battesimo.

A questo punto entra in scena il nunzio mons. Roncalli, il quale, avendo egli stesso ricevuto dai rabbini la richiesta della riconsegna dei bambini ebrei, chiese alla Santa Sede specifiche direttive su come agire a tale riguardo. Il Nunzio, inoltre, allegava alla sua richiesta anche le tre lettere dei due arcivescovi francesi. «Nello scorso luglio — scriveva mons. Roncalli il 28 agosto 1946 alla Segreteria di Stato — il rabbino capo di Francia, Isaia Schwartz, chiedeva il mio interessamento affinché i bambini ebrei, che durante l’occupazione tedesca furono affidati a istituti e a famiglie cattoliche in Francia, fossero ora consegnati alle istituzioni ebraiche». Il Nunzio nel frattempo aveva fatto studiare la delicata questione ad alcuni vescovi. Secondo il segretario generale dell’episcopato francese, mons. Chappoulie, e secondo l’arcivescovo di Parigi, card. Suhard, sarebbe stato più opportuno che i bambini in questione venissero consegnati alle autorità israelite che li reclamano, e ciò «per evitare una reazione violenta da parte degli ebrei, reazione che varcherebbe i confini della Francia e alla quale farebbe eco tutta la stampa anticattolica, e specialmente quella comunista».

Non va dimenticato infatti il contesto storico in cui tale questione si sviluppa, nel momento in cui sul fronte alleato le posizioni in materia di politica internazionale degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica iniziavano a divaricarsi e a indirizzarsi su posizioni diverse. Siamo cioè all’inizio della guerra fredda; e la Santa Sede aveva assicurato al presidente Truman la sua piena collaborazione nella lotta contro il comunismo. Gli uomini di Chiesa avevano perciò timore che tale questione, anche se riguardava casi molto limitati, potesse essere strumentalizzata dai comunisti e dalla stampa internazionale — che si riteneva essere in gran parte in mano ebraica — per combattere la Chiesa. Attraverso tale lettera, mons. Roncalli intendeva sollecitare la Santa Sede sulla questione dei bambini ebrei, per ricevere opportune istruzioni da chi di dovere.

La lettera del Nunzio arrivò in Vaticano il 5 settembre 1946; il 28 dello stesso mese veniva preparato dalla Prima Sezione della Segreteria di Stato un Dispaccio [4] nel quale era interamente riportato il «parere» dato dal Sant’Offizio il 27 marzo, inviato quindi a Parigi, dove giunse alcuni giorni dopo, quando mons. Roncalli era assente per le vacanze estive [5] .

Il contenuto dei documenti

L’«oggetto» specifico dei due documenti (quello vaticano e quello della Nunziatura di Parigi), che esamineremo insieme, anche perché strettamente connessi nel contenuto, riguarda i bambini ebrei che durante l’occupazione nazista erano stati affidati a istituti o famiglie cattoliche e che ora vengono richiesti da «istituzioni» o «organizzazioni» ebraiche create a tale scopo. Su questo particolare oggetto, come si è detto, si era pronunciato il Sant’Offizio il 27 marzo 1946.

La prima parte dei due documenti fissa regole prudenziali sul modo di procedere con i richiedenti, che sembravano disposti a tutto pur di riottenere i minori: si suggerisce innanzitutto, se possibile, di non rispondere per iscritto alle autorità ebraiche (compreso il gran rabbino Herzog [6] ), ma soltanto oralmente; ciò — specifica il documento vaticano — al fine di evitare strumentalizzazioni o abusi «di qualsiasi scritto in merito proveniente dalla Santa Sede». Alla richiesta di restituzione avanzata dalle istituzioni ebraiche si dovrà inoltre rispondere «che la Chiesa deve fare le sue inchieste e osservazioni per discernere caso per caso».

Andando poi alla parte dispositiva dei documenti, si dice con precisione che i bambini che fossero stati eventualmente battezzati non possono essere affidati a organizzazioni ebraiche, salvo che queste non si impegnino a garantire l’educazione cristiana del minore. Per quanto riguarda invece l’ipotesi di bambini non battezzati e che non avessero più genitori o parenti, «essendo stati affidati alla Chiesa che li ha presi in consegna», non possono essere restituiti «a chi non ne avesse diritto», perché ciò equivarrebbe ad abbandonarli. «Altra cosa sarebbe se i bambini fossero richiesti dai parenti». Tale passo, a nostro avviso, va riferito al caso di bambini non battezzati e richiesti da chi avrebbe dal punto di vista morale e giuridico un «diritto naturale» su di essi. Dalla documentazione di parte ecclesiastica risulta evidente che l’indirizzo generale che la Santa Sede intendeva suggerire in tale materia era che i bambini ebrei fossero restituiti soltanto alle «persone» (e non alle istituzioni o organizzazioni a questo preposte) che avessero su di essi un diritto naturale alla loro crescita, mantenimento, educazione, cioè ai genitori o ai parenti.

Il punto più controverso dell’intera questione però risulta essere l’ultima parte del punto 5° del documento della Nunziatura, che dice: «Se i bambini sono stati affidati [alla Chiesa] dai loro genitori e se i genitori ora li reclamano potranno essere restituiti, ammesso che i bambini stessi non abbiano ricevuto il battesimo». Di quest’ultima ipotesi non si parla specificatamente nel documento vaticano, anche perché, probabilmente, il rabbino Herzog nel suo colloquio col Papa parlò semplicemente della restituzione di bambini ebrei, senza fare riferimento a quelli battezzati; ciò si desume anche dalla lettera indirizzata al Pontefice dal Rabbino capo. Nel documento della Nunziatura invece al punto 5° si accenna (con una formulazione indiretta poco felice) al caso dei bambini battezzati richiesti dai genitori, anche perché esso fu prospettato al Nunzio dai vescovi francesi, ma, di fatto, non viene indicato un criterio preciso per dipanare tale problema. Infatti, come si sarebbe dovuta comportare l’autorità ecclesiastica nel caso che un bambino battezzato fosse stato richiesto dai genitori o da parenti? Il documento in questione non entra nello specifico di tale ipotesi. Cosicché, praticamente esso rimanda all’autorità ecclesiastica incaricata di decidere in tal caso secondo coscienza o secondo opportunità. Tale ambiguità forse era dettata dal fatto che probabilmente non c’erano in quel momento casi concreti di bambini battezzati richiesti dai genitori, o perché la Nunziatura (questa ci sembra l’ipotesi più plausibile) intendeva lasciare ai vescovi, in tale controversa materia, una certa libertà di scelta. Dalle lettere del card. Gerlier e di mons. Guerry — nonché dai pareri espressi su tale questione dal cardinale Suhard e da mons. Chappoulie — ricaviamo che parte dell’episcopato francese su questa controversa materia aveva un suo punto di vista, di cui in qualche modo il Nunzio mons. Roncalli si faceva interprete presso l’autorità vaticana.

Va sottolineato che le motivazioni che spingevano i vescovi francesi a preferire la linea della consegna dei bambini ebrei alle organizzazioni richiedenti erano, per lo più, di ordine politico-ecclesiastico: assicurare cioè «il bene comune della Chiesa», nonché il timore di una possibile reazione da parte della potente lobby internazionale ebraica contro la Chiesa e i cattolici. Al contrario, le motivazioni che spingevano la Santa Sede a indicare il criterio della non restituzione dei bambini ebrei alle istituzioni o alle organizzazioni ebraiche, ma soltanto alle persone che avevano un diritto naturale su di essi, erano considerazioni di ordine dottrinale, soprattutto nel caso di bambini battezzati; ma anche di carattere prudenziale. Forte infatti era in quegli anni in ambito cattolico, e non soltanto in esso, l’avversione verso il movimento sionista, e le organizzazioni interessate alla restituzione dei minori scampati all’Olocausto per lo più vi appartenevano [7] .

Per quanto riguarda le organizzazioni ebraiche incaricate di ricercare e di portare in «seno al popolo ebraico» (cioè praticamente in Palestina) tali bambini, va anche ricordato che le motivazioni da esse avanzate per richiedere tali restituzioni — per lo più fondate sul principio di appartenenza a un determinato popolo — ci sembrano oggi alquanto problematiche; mentre più fondate sono quelle di carattere umanitario, a cui anche la Chiesa di quel tempo non era certamente insensibile. Tali organizzazioni, animate da un forte senso nazionalistico, erano tra gli elementi più combattivi del movimento sionista. Tra esse ricordiamo l’Agenzia Ebraica della Terra di Israele, l’organizzazione «La Salita» (Ha-Ha’palah) e quella denominata «La Fuga» (Ha-Berichah). Nel Congresso di quest’ultima, svoltosi nel marzo 1946, quindi nel periodo che ci interessa, i dirigenti di tale organizzazione sostennero concordemente la necessità di riportare in Israele i bambini sopravvissuti all’Olocausto e ospitati presso istituti o famiglie cattoliche. «Bimbi a migliaia — dichiararono i rappresentanti europei di tali organizzazioni — vengono educati nelle Case dei Cristiani e nei conventi con spirito cristiano, e in futuro anche con spirito antisemitico, e si aggiungeranno ai nostri nemici». Una delle Risoluzioni finali votate dal Congresso affermava a tale riguardo: «Non si tratta soltanto di salvare i bimbi da una fede estranea, ma anche del nostro obbligo di riscattarli pienamente dalla Diaspora. Se la cosa non è possibile mediante un riscatto, uno scambio monetario, o mediante un carico (prezioso) o un dono, la si deve fare con ogni altro mezzo efficace» [8] . Questo in sostanza era il programma di tali organizzazioni sulla materia che stiamo trattando: alla sua realizzazione, come si è visto, si impegnarono le maggiori autorità spirituali del mondo ebraico.

Riflessioni conclusive

Alcuni dei criteri indicati dall’autorità ecclesiastica nei due documenti appena esaminati risultano oggi di difficile comprensione, anche a molti cristiani; essi però vanno letti entro il contesto storico in cui furono redatti. La non restituzione dei bambini ebrei non battezzati alle «organizzazioni» che li richiedevano aveva lo scopo, come si è accennato, da un lato, di proteggere in qualche modo tali minori («affidati alla Chiesa che li ha presi in consegna») da un loro possibile uso strumentale; dall’altro, probabilmente era dettato da un certo sentimento antisionista, presente sia nel popolo sia nella Gerarchia cattolica. Anche mons. Roncalli aveva stigmatizzato tre anni prima la pretesa ricostruzione dell’antico «Regno di Giuda e d’Israele» e aveva temuto che un aiuto prestato dalla Santa Sede agli ebrei europei a trasferirsi in Palestina sarebbe servito a fomentare tale «utopia» [9] , facendo rinascere nel popolo eletto pericolose o inopportune speranze messianiche.

Diverso era invece il caso dei bambini ebrei battezzati. Su tale punto l’autorità ecclesiastica riaffermava la dottrina tradizionale professata dalla Chiesa cattolica, cioè quella del carattere indelebile del sacramento del battesimo, su cui sia a Roma sia a Parigi — a livello dogmatico — non dovettero esserci disparità di vedute. Invece, come si è visto, era diverso il modo di risolvere i problemi a livello pratico. Infatti per risolvere tale difficile problema, il Vescovo di Cambrai aveva avanzato l’ipotesi di una richiesta a Roma di «dispensa dalla legge ecclesiastica» per i bambini ebrei battezzati. In ogni caso, la decisione di non restituire i bambini ebrei battezzati era ispirata soltanto dalla convinzione, molto radicata nella Chiesa, che le realtà spirituali per il credente sono le più importanti e quindi devono essere sempre tutelate e difese; perciò a un bambino che ha ricevuto il battesimo dev’essere assicurata un’educazione cristiana: ciò che può avvenire soltanto se le persone che ne hanno cura sono cristiane.

Sul piano concreto, va sottolineato che la Chiesa, una volta passata la persecuzione antisemita scatenata dalla follia hitleriana, non sfruttò la situazione a lei favorevole per imporre il cristianesimo a bambini ebrei ospitati presso istituti cattolici. A parte qualche sporadico caso — come, ad esempio, quello Finaly —, non vi sono state in quegli anni rivendicazioni in questo senso da parte delle autorità o comunità ebraiche. Al contrario, furono numerosi i ringraziamenti inviati dopo la guerra a Pio XII da esponenti del mondo ebraico internazionale per l’opera da lui prestata in favore degli ebrei perseguitati; attestati di stima che furono poi rinnovati in occasione della morte del Pontefice nel 1958. Tra questi ricordiamo il telegramma del rabbino capo d’Israele Herzog, che diceva: «La morte di Pio XII è una grave perdita per tutto il mondo libero. I cattolici non sono i soli a deplorarne il decesso». Facendo poi riferimento all’udienza concessagli dal Pontefice nel marzo 1946, a cui abbiamo accennato, continuava: «Ricordo l’udienza che mi fu concessa dal compianto padre della Chiesa cattolica nel 1946, quando gli chiesi che ci aiutasse a restituire alla loro patria i bambini ebrei strappati dalle braccia dei loro cari durante il genocidio nazista. Rimasi profondamente colpito dalla sua grande preoccupazione, dai suoi alti ideali e dalla consapevolezza costante che egli aveva delle grandi responsabilità di cui era investito». Se Pio XII fosse stato un «papa antisemita» o un «rapitore di bambini», come pure è stato scritto, perché il gran rabbino di Israele, capo religioso della nazione ebraica, avrebbe dovuto utilizzare parole così alte per ricordare l’operato di quel Papa? Se ci fossero stati ancora casi aperti o contestati sulla restituzione di bambini ebrei, il rabbino Herzog avrebbe forse fatto riferimento, in un telegramma di circostanza, a tale fatto, esprimendo al Papa defunto la sua gratitudine per la comprensione manifestatagli in tale occasione? Pensiamo che tali domande non abbiano bisogno di risposta.

Se le accuse mosse contro Pio XII e la Chiesa cattolica fossero per ipotesi fondate, dovrebbero essere i fatti concreti a parlare e non le semplici polemiche giornalistiche, spesso fatte con evidente malanimo e odio anticattolico: in tal caso la Chiesa non avrebbe paura di chiedere perdono, come in diverse circostanze ha già fatto Giovanni Paolo II, e di invocare la misericordia di Dio sul peccato dei suoi figli. Riteniamo invece fuori luogo la pretesa avanzata in alcuni ambienti anticattolici di voler sottoporre a «tutela laica» il processo di beatificazione di Pio XII tuttora in corso: ciò sarebbe un indebito attacco alla libertà della Chiesa. Soltanto questa infatti è abilitata a pronunciarsi sulle «virtù eroiche» di Pacelli, le sole del resto che ne potranno giustificare l’elevazione agli altari, e che è altra cosa rispetto alla valutazione del comportamento che egli assunse nella «gestione politica» degli affari della Chiesa. Questo giudizio spetta agli storici e non è condizionato da elementi dottrinali; sarebbe però auspicabile che non fosse condizionato neppure da apriorismi ideologici o peggio da animosità anticattolica.

Il dibattito seguito al citato articolo del prof. Melloni, apparso, oltre che sul Corriere della Sera, su Avvenire, su Il Giornale e su altre testate giornalistiche, è stato in generale di buon livello, a parte qualche deprecabile caduta di tono, che fortunatamente non ha avuto seguito e non ha abbassato il livello del confronto. In particolare, esso ha dato l’opportunità a studiosi di orientamento diverso di confrontarsi su un tema che negli ultimi tempi è stato molto dibattuto, e non soltanto in ambito storico, quello cioè dei rapporti tra Chiesa cattolica e antisemitismo. Da parte di alcuni è stata opportunamente sottolineata la necessità che in tale indagine non si prescinda dal contesto storico, ideologico e culturale, nel quale quelle vicende si sono sviluppate, deprecando anche l’utilizzazione della materia storica a fini ideologici [10] . Da parte di qualcuno si è anche sottolineata la necessità di indagare meglio, in sede interpretativa, la nozione di antisemitismo, operando le debite distinzioni e differenze rispetto ad altri fenomeni, come, ad esempio, l’antigiudaismo, l’antisionismo ecc.

Il cristianesimo in generale viene spesso accusato di essere antisemita e di aver fomentato nei secoli l’odio contro gli ebrei. Ora, la definizione di antisemitismo semplifica indebitamente la realtà storica e non aiuta a comprendere l’essenza vera dell’antisemitismo moderno, professato da Hitler e dai fascismi del XX secolo. Tale antisemitismo non si basava su teorie religiose, ma su teorie eugenetico-biologiche che consideravano la razza ariana superiore e dominante e vedevano nella razza ebraica (semitica) un pericolo per la purezza della razza ariana. Ma la teologia cristiana non approvò mai l’ideologia razziale che fu all’origine dell’Olocausto, anzi in diversi documenti pontifici di Pio XI e di Pio XII fu apertamente condannata, nonostante le minacce di Hitler contro la Chiesa cattolica e il Papa.

Un motivo che nel passato aveva spinto i cattolici a guardare con sospetto l’influsso che gli ebrei, a partire dalla loro emancipazione avvenuta con la Rivoluzione Francese, andavano acquistando a livello sociale fu il ruolo di primo piano che essi ebbero nella massoneria anticattolica e nei moderni movimenti rivoluzionari, soprattutto nel movimento leninista. Nell’immaginario collettivo cattolico l’ebreo veniva così assimilato, da una parte, al ricco capitalista che sfruttava la popolazione cristiana, dall’altra al rivoluzionario che voleva scardinare dalla base i fondamenti della società costituita. È in questo contesto che molti polemisti e intellettuali cattolici — fra cui anche alcuni scrittori della Civiltà Cattolica come i padri Oreglia, Ballerini e Barbera — auspicavano la limitazione dei diritti civili degli ebrei per limitarne l’influsso, considerato nocivo, sulla società civile.

Ben altra cosa era l’antisemitismo professato da Hitler e dai suoi: esso era fondato sul principio del primato della razza ariana, sul culto del sangue e della patria [11] . Resta storicamente documentabile la ferma condanna da parte di Pio XII di tale aberrante teoria, come di ogni forma di razzismo. Non va in particolare sottovalutata la sua determinante partecipazione, come Segretario di Stato, all’enciclica di Pio XI Mit brennender Sorge, che resta indubbiamente un atto di grande coraggio del Magistero pontificio, che fa onore non solo alla Chiesa cattolica, ma all’umanità.

Quanto alla dottrina religiosa sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo, certo sarebbe anacronistico attendersi da Pio XII come Papa dichiarazioni dottrinali o anche gesti e atteggiamenti pratici concepibili soltanto dopo gli sviluppi del Vaticano II.

 



[1] Sul documento della Nunziatura si veda l’intervista a Étienne. Fouilloux su “Le Monde” dell’11 gennaio 2005. Ricordiamo che Fouilloux è il curatore dell’edizione italiana delle agende del nunzio a Parigi mons. Roncalli, di cui, per il momento, è stato pubblicato il primo volume: Angelo Giuseppe Roncalli, Anni di Francia. Agende del nunzio 1945-1948, Bologna, Fondazione Istituto per le Scienze religiose, 2004. Per una verifica attenta sulle fonti richiamate in questo articolo si veda invece www.vaticanfiles.net. Per un’analisi generale sull’intera vicenda ricordiamo: M. L. NAPOLITANO, Pio XII, parlano i documenti, in “Avvenire”, 18 gennaio 2005.

[2] Il 23 ottobre mons. Roncalli pranza con alti prelati della Chiesa francese — i cardinali Liénart, Suhard, Gerlier, Saliège, Petit de Julleville e Roques — e con alcuni arcivescovi. «Grande cordialità con tutti», annota il Nunzio nell’Agenda; ma del problema dei bambini ebrei non viene detto nulla.

[3] La lettera del rabbino di Gerusalemme è stata pubblicata da A. TORNIELLI, Così il rabbino Herzog chiese i bimbi ebrei a Pio XII, in “Il Giornale”, 19 gennaio 2005.

[4] 4 Il Dispaccio (pubblicato da A. Tornielli e M. L. Napolitano in "Il Giornale", 11 gennaio 2005 e di cui abbiamo potuto prendere visione successivamente nell’Archivio Storico della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato) di mons. Tardini, indirizzato a mons. Roncalli, afferma:

«Dal Vaticano, 28 settembre 1946.                   n. 6972/46

Eccellenza Reverendissima

Pervenne regolarmente alla Segreteria di Stato il pregiato Rapporto dell’Eccellenza Vostra Reverendissima n. 4094/529 con i relativi allegati, circa i bambini ebrei.

Per augusto ordine del Santo Padre già la Suprema S. Congregazione del S. Offizio nell’Adunanza Plenaria di feria IV, 27 marzo u.s., aveva sottoposto agli E.mi Padri la questione generale concernente le richieste tendenti ad ottenere la cooperazione della Chiesa affinché i bambini giudei, affidati durante l’occupazione tedesca ad istituti e famiglie cattoliche, vengano ora consegnati ad istituzioni ebraiche. Avendo ora quest’Ufficio sottoposto alla detta Suprema S. Congregazione il Rapporto n. 4094/529, essa ha fatto conoscere le decisioni dell’Adunanza Plenaria sopra ricordata, che vengono qui trascritte a parola, per opportuna istruzione e norma dell’Eccellenza Vostra:

“Nella suddetta Adunanza gli E.mi Padri decisero che alla richiesta del Gran Rabbino di Gerusalemme non si dovesse rispondere, se ciò fosse possibile; in ogni caso, se qualche cosa fosse necessario dire in proposito, ciò doveva essere fatto oralmente, dato il pericolo di abuso e di detorsione [sic] che potrebbe essere fatto di un qualsiasi scritto in merito, proveniente dalla Santa Sede. Eventualmente dovrebbe dirsi che la Chiesa deve fare le sue inchieste e constatazioni per discernere caso per caso, essendo evidente che i bambini che fossero eventualmente battezzati non potranno essere affidati ad istituzioni che non possono garantire l’educazione cristiana di essi.

Del resto, anche quei bambini che non fossero battezzati e che non avessero più parenti, essendo stati affidati alla Chiesa, che li ha presi in consegna, non possono ora, finché non sono in grado di disporre di se stessi, essere dalla Chiesa abbandonati o consegnati a chi non ne avesse diritto. Altra cosa sarebbe se i bambini fossero richiesti dai parenti.

La decisione degli E.mi Padri e i criteri, ora esposti, furono riferiti al Santo Padre nell’Udienza del 28 marzo u.s. e Sua Santità si degnò accordare la Sua augusta approvazione”.

Profitto della circostanza per riaffermarmi coi sensi di distinto ossequio

Di Vostra Eccellenza Reverendissima Dev.mo              [D. Tardini]»

[5] Sul soggiorno a Roma di mons. Roncalli durante le vacanze estive e sui suoi incontri di questo periodo si veda: A.G: RONCALLI, Anni di Francia, cit., 230-235.

[6] In Segreteria di Stato si decise invece di rispondere al Rabbino Capo Herzog, attraverso il delegato apostolico di Egitto e Palestina, mons. Hughues. Questi infatti, come richiesto, inviò una lettera al rabbinato di Gerusalemme assicurando che «la Santa Sede come per il passato, intende tuttora compiere tutto quello che è in suo potere per gli israeliti ingiustamente sofferenti o perseguitati».

[7] Ricordiamo che molti di questi minori erano stati dati in affidamento o anche in adozione a famiglie cattoliche, con le quali avevano instaurato anche un rapporto affettivo. Perché dunque strappare tali bambini a chi in un momento così drammatico, come quello della persecuzione e deportazione degli ebrei da parte dei nazisti, se ne era assunto la cura? Tali casi però rientravano nella competenza dell’autorità civile e non della Chiesa.

[8] E. DEQEL, Seridey Cherev [Scampati alla spada], vol. I, Tel Aviv, Ministero della Difesa di Eretz-Israel, 1961, 13.

[9] Cfr. Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, vol. IX, doc. 324.  

[10] Tra gli interventi più significativi ricordiamo: E. GALLI DELLA LOGGIA, Antisemitismo quale metro di giudizio, in “Corriere della Sera”, 7 gennaio 2005; S. ROMANO, Gli ebrei e la svolta americana, ivi, 8 gennaio 2005; G. BELARDINELLI, Ma l’Italia scoprì l’Olocausto solo dopo gli anni del silenzio, ivi, 12 gennaio 2005; R. PERTICI, Non giudicate Pio XII: era figlio del suo tempo, ivi, 13 gennaio 2005; E. FATTORINI, Battesimi forzati, il male oscuro della Chiesa, ivi, 31 dicembre 2005; P. BATTISTA, Pio XII, Shoah e cultura del sospetto, ivi, 16 gennaio 2005; A. FOA, Shoah, ebrei e cristiani oltre gli stereotipi, in “Avvenire”, 20 gennaio 2005; L. SCARAFFIA, L’olocausto nel giudizio degli storici: discussione dolorosa ma non solo negativa, ivi; V. MESSORI, Pacelli fu coerente: ogni battezzato è figlio della Chiesa, in “Corriere della Sera”, 29 dicembre 2004; M. RONCALLI, Ebrei, caso pilotato? (intervista a p. Blet), in “Avvenire”, 2 gennaio 2005; sul sito www.avvenire.it  è stato creato un dossier che raccoglie tutti i contributi apparsi sul tema sul quotidiano cattolico.

[11] Cfr. G. SALE, Antigiudaismo o antisemitismo? Le accuse contro la Chiesa e “La Civiltà Cattolica” , in “La Civiltà Cattolica”, 2002, II, 419–431.

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