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1. Introduzione
3. Il genocidio, la Chiesa e "La Civiltà Cattolica"
Il
recente viaggio di Giovanni Paolo II in Armenia ha riportato ancora una volta
in primo piano davanti all’opinione pubblica mondiale il problema degli armeni
e dell’Armenia, e in particolare quello dello sterminio di un milione e mezzo
di innocenti, perpetrato dal Governo dei Giovani Turchi (1908-18) durante
la prima guerra mondiale per motivi ideologici e razziali. Questo, come hanno
ricordato il Catholicos e il Papa
nella Dichiarazione Congiunta è generalmente considerato come il primo genocidio
del XX secolo; purtroppo esso fu per lunghi anni dimenticato, negato o disconosciuto
anche da molti Stati civili per motivi eminentemente economici, diplomatici
e politici. Soltanto negli ultimi decenni e grazie a nuovi studi storici,
condotti con metodo critico e lontani da preoccupazioni di carattere ideologico,
il mondo ha potuto conoscere in tutto il suo orrore la verità (storica) su
questo «genocidio dimenticato», che fu soltanto il primo di molti altri che,
purtroppo, si sarebbero poi consumati nel «secolo miserabile e grande»
[1]
appena concluso. Per riparare tale «dimenticanza» le maggiori
istituzioni pubbliche internazionali (ONU, Parlamento europeo ecc), e anche
alcuni Stati occidentali (Francia, Italia, Belgio, Russia, diversi Stati USA,
Grecia, Bulgaria ecc.) hanno ritenuto opportuno, come segno morale di riparazione
storica, riconoscere pubblicamente e ufficialmente il carattere di «genocidio»
allo sterminio degli armeni perpetrato durante la «grande guerra».
Anche
il Papa, durante il suo viaggio apostolico, ovunque accompagnato dal Catholicos di tutti gli armeni, è ritornato
diverse volte su questo tema. Una prima volta in occasione della visita-pellegrinaggio
al mausoleo di Tzizernakaberd (che significa fortezza delle rondini), dove
ha pregato - davanti al grande braciere di bronzo dove arde una fiamma in
ricordo degli uccisi - dicendo: «Ascolta, o Signore, il lamento che si leva
da questo luogo, l’invocazione dei morti dagli abissi del Metz
Yeghérn, il grido innocente che implora come il sangue di Abele, come
Rachele che piange per i suoi figli perché non sono più». Nella sua preghiera
il Papa ha continuato: «Profondamente turbati dalla terribile violenza inflitta
al popolo armeno, ci chiediamo con sgomento, come il mondo possa ancora conoscere
aberrazioni tanto disumane»
[2]
. Il giorno successivo, prima della partenza Giovanni Paolo
II e Karekin II hanno firmato insieme nell’antica cattedrale di Etchmiadzin
- il luogo più sacro e caro agli armeni - una Dichiarazione Comune, dove tra
le altre cose si legge: «Lo sterminio di un milione e mezzo di armeni cristiani,
ciò che generalmente è considerato il primo genocidio [genocide]
del ventesimo secolo e il seguente annichilamento di migliaia [di persone]
sotto il precedente regime totalitario, sono tragedie ancora vive nella memoria
dell’attuale generazione»
[3]
. Già precedentemente nella visita che nel settembre 2000
Karekin II fece a Roma per invitare in Papa in Armenia, nel documento congiunto
che entrambi firmarono prima di lasciarsi, vi era un esplicito riferimento
al genocidio armeno. «Il genocidio degli armeni, che ha dato inizio al
secolo, – si legge in quel documento – è stato il prologo degli orrori che
sarebbero seguiti».
Non
tratteremo qui della storia di questo «genocidio», che sarà oggetto di uno
specifico studio, ma dei problemi che esso pone dal punto di vista storico
e politico. Nella seconda parte si tratterà della posizione che la nostra
rivista assunse su questi fatti. Essa infatti, incoraggiata da Benedetto XV,
il Papa della pace, fu una delle poche voci che si alzarono in quegli anni
difficili per denunciare il massacro degli armeni e il «colpevole silenzio»
delle potenze occidentali – la Francia e l’Inghilterra prima, poi la Germania
dopo - sotto lo sguardo non innocente delle quali esso veniva consumato.
Come
sappiamo, sono numerose le questioni ancora controverse in sede storica sullo
sterminio degli armeni. Noi limitiamo la nostra ricerca al periodo centrale
di questa vicenda - sebbene tale eccidio sia continuato fino agli inizi degli
anni Venti - , che coincise con l’ascesa al potere nel 1908 dei Giovani Turchi
[4]
e che si protrasse fino alla fine della prima guerra mondiale.
Ci proponiamo, inoltre, di toccare soltanto alcuni punti più scottanti e ancora
aperti dal punto su vista storico-interpretativo di questa dolorosa vicenda.
Anzitutto
ci chiediamo: quale fu l’incidenza dell’elemento religioso sullo sterminio
degli armeni? Qualcuno nel passato ha ritenuto che tale massacro fosse dovuto
fondamentalmente a motivi di carattere religioso, dettato dal «fanatismo oscurantista»
di entrambe le parti. «Una tale azione – disse il Presidente nel 1926 a un
giornalista svizzero che lo intervistava - rifletteva il clima di discriminazione
religiosa [nel quale allora si viveva], quello che il nuovo Stato-nazione
non può più tollerare». Il massacro degli armeni invece, come dimostrano le
fonti a nostra disposizione, fu dovuto a motivi squisitamente politici, dettati
dall’ideologia panturca professata dai Giovani Turchi, nonché dal timore che
la «nazione» armena, una volta finita la guerra, rivendicasse, attraverso
il sostegno delle potenze occidentali, una qualche forma di autonomia all’interno
del nuovo Stato che si voleva costruire. Dalle testimonianze che ci sono pervenute
sappiamo invece che alcuni turchi di religione musulmana aiutarono armeni
(cristiani) a nascondersi o a fuggire, e non furono pochi coloro che, anche
a costo della loro vita, si opposero alla politica criminale dell’Ittihad
ve Terakki. Un telegramma cifrato spedito dal Ministero dell’Interno il
15 giugno 1915 così ordinava a un governatore di provincia: «Noi abbiamo appreso
che alcuni musulmani proteggono gli armeni nella regione dove gli abitanti
sono stati deportati verso l’interno. Agendo così contro le decisioni del
governo, i musulmani proprietari di una casa nella quale osano accogliere
armeni, devono essere impiccati davanti alla loro casa e questa incendiata
[…]. Gli armeni che cambiano di religione non debbono essere risparmiati»
[5]
. La lunga convivenza, durata per secoli, tra musulmani
e cristiani aveva finito col creare tra queste popolazioni legami di amicizia
e di vera solidarietà, che soltanto la nuova ideologia panturca dell’Ittihad,
cercava in tutti i modi di spezzare e di cancellare.
Il
presidente M. Kemal già all’indomani della «grande guerra», come del resto
fecero, e continuano a fare, i suoi successori, si ostinò nel minimizzare quanto avvenne sotto il Governo precedente,
pensando in tal modo di difendere «l’onore» della Patria e riaffermarne la
sua «laicità»
[6]
. Questa non ci sembra la strada giusta da seguire per ricostruire
la verità storica e rimarginare ferite ancora aperte anche sul fronte dei
rapporti tra Stati. Dagli orrori commessi nel secolo appena trascorso abbiamo
imparato a nostre spese una lezione che, cioè, il dissociarci dal male che
è dentro la nostra storia, aiuta noi stessi e gli altri a costruire la cultura
della pace e una società più aperta alla tolleranza e al dialogo tra i popoli:
la verità ci fa liberi; la «verità storica» ci libera dai fantasmi del nostro
passato e dal senso di colpa che talvolta opprime la coscienza collettiva
di un popolo. In quest’ottica va anche compresa la «purificazione della memoria
storica» «celebrata» dalla Chiesa cattolica in occasione del grande giubileo
del Duemila. Chiedere perdono per gli errori commessi anche da altri, ma di
cui portiamo il peso morale, (come anche sapere con umiltà accettare la richiesta
di perdono), non è un atto di debolezza ma al contrario di grande forza morale
e di civiltà.
Un
altro punto controverso riguarda il carattere di «genocidio» da attribuire
al massacro degli armeni sotto il governo dei Giovani Turchi. Diciamo subito
che negli ultimi anni, seguendo le indicazione delle risoluzioni votate sia
dalla Commissione ONU per i Diritti dell’Uomo (1985) sia dal Parlamento Europeo
(novembre 2000), alcuni Stati occidentali (tra cui anche l’Italia), hanno
riconosciuto in sede pubblica (cioè in Parlamento) il carattere di «genocidio»
di quell’evento storico; vi sono però altri Stati, peraltro democratici, che
non lo riconoscono. Ci ha molto colpito la dichiarazione che il ministro Shimon
Peres, in occasione della sua visita ufficiate ad Ankara nell’aprile di quest’anno,
ha rilasciato a un quotidiano turco, secondo cui «quella del popolo armeno
è stata una tragedia ma non un genocidio». Le asserzioni degli armeni, che
pretendono l’uso dei termini «olocausto» e «genocidio» anche per il loro milione
e 500.000 morti, sono, secondo quel premio Nobel per la pace, «senza senso».
A questa dichiarazione ha reagito energicamente il prof. Israel Charny, direttore
della nuova Encyclopaedia of Genocide,
affermando, (in una lettera aperta indirizzata a S. Peres), che con queste
dichiarazioni, sebbene non ufficiali, il ministro degli Esteri israeliano
si metteva sullo stesso piano dei rivisionisti-negazionisti – coloro cioè
che negano o sminuiscono l’Olocausto degli ebrei sotto il nazi-fascismo –
e che così facendo egli «è andato contro i limiti morali che nessun ebreo
dovrebbe oltrepassare»
[7]
. Su questo tema I. Charny, nell’enciclopedia da lui diretta,
scrive: «Il genocidio armeno si verificò in occasione della rivoluzione turca
e della prima guerra mondiale», mentre «l’Olocausto fu il prodotto della rivoluzione
nazista e della seconda guerra mondiale». Questa dolorosa «simmetria» non
solo ci sembra opportuna ma anche doverosa. Ricordiamo infatti che il carattere
di genocidio non dipende da elementi per cosi dire «quantitativi», ma esso
è fissato da una Convenzione dei diritti dell’uomo dell’ONU del 1948, secondo
la quale, perché un fatto criminoso possa essere definito, sotto il profilo
giuridico-internazionale, «genocidio», è necessario che ricorrano contemporaneamente
tre requisiti: 1) un elemento materiale
(cioè gli atti criminali); 2) un elemento morale (l’intenzione di distruggere una parte o tutto
un gruppo sociale); 3) un destinatario
particolare (un gruppo nazionale etnico, razziale o religioso). Ora nello
sterminio degli armeni troviamo riuniti tutti e tre questi requisiti, per
cui dal punto di vista storico e giuridico - che non sempre coincide con gli
interessi della politica - non gli può essere negato il carattere di genocidio.
Tale
conclusione non è accolta dagli storici turchi, né dal governo di Ankara,
che protesta – talvolta anche con forza - presso gli Stati ogniqualvolta questi
ufficialmente dichiarano che il massacro subito dagli armeni durante la «grande
guerra» per ordine dei Giovani Turchi è da considerarsi sul piano giuridico-internazionale
un genocidio, e che in ogni caso tale questione riguarda non il campo della
politica, ma soltanto gli storici.
Ma
quali sono gli argomenti che gli studiosi turchi portano a sostegno delle
loro tesi e che spesso sono ritenute dai loro colleghi occidentali insufficienti
o inficiate di «giustificazionismo»? Esse possono essere sintetizzati in tre
punti fondamentali
[8]
Innanzitutto
si contesta la «quantità» - cioè il numero degli armeni che sarebbero stati
massacrati durante la deportazione - ritenuta troppo elevata e quindi appositamente
«gonfiata» a fini di propaganda politica; gli storici turchi infatti basano
la loro stima su fonti governative,
secondo le quali a quel tempo il numero dei sudditi armeni non avrebbe superato
la cifra di 1.300.000, mentre le liste conservate presso il patriarcato di
Costantinopoli, che era l’autorità preposta alla difesa della «nazione» armena
presso la Sublime Porta, recensiscono circa 2.100.000 sudditi armeni. Queste
cifre sono ritenute dagli occidentali più attendibili, anche perché sono più
specificamente ripartite (per vilayet
e città) e quindi più facilmente
verificabili.
Si dice, inoltre, che la deportazione fu una misura di sicurezza necessaria, presa sia per proteggere la popolazione armena innocente da eventuali rappresaglie, sia perché questi erano ritenuti dal Governo centrale poco affidabili per la loro propensione filorussa: preoccupazione, peraltro, non totalmente infondata. Tali studiosi ritengono, inoltre, che in ogni caso da parte turca non ci fu nessuna «premeditazione» in ordine ai suddetti massacri, e che questi furono causati dalla generale insicurezza dovuta allo stato di guerra e dalla durezza della deportazione (mezzi di trasporto inadeguati, carestia, malattie varie ecc). Su questo punto la relazione inviata dal Governo turco al Tribunale Permanente dei Popoli, riunitosi a Parigi nel 1984, afferma che «sui 700 mila armeni che furono deportati fino alla fine del 1917, ci furono certo delle perdite. L’intensità delle operazioni militari e le attività di guerriglia che regnava allora nella regione attraversata dai deportati ne furono parzialmente la causa; vi contribuì ugualmente i regolamento di conti che certe tribù cercarono di esercitare al passaggio dei convogli sui loro territori, come anche lo stato di insicurezza generale». Le fonti turche, inoltre, ripetono che molti ottomani, musulmani e non, morirono in quello stesso periodo per fame, malattie e altro, nel numero di 4 0 5 milioni, «così – si dice nella relazione governativa - come tutti i sudditi ottomani, anche gli armeni hanno senza dubbio sofferto duramente la guerra, ma è tragico vedere con quale insensibilità i nazionalisti armeni vogliono attribuire la responsabilità di ciò che è accaduto ad altre cause che non siano le condizioni di anarchia di cui erano vittime tutti i sudditi del sultano» [9] .
L’accusa
di premeditazione, invece, riposa su fonti, a parere degli esperti, ben sicure,
cioè su telegrammi cifrati (circa 50) inviati dal Ministero dell’Interno alle
province ottomane o viceversa, sebbene i turchi ne contestino l’autenticità,
ritenendoli «interamente fabbricati» dai rivoluzionari armeni residenti all’estero
e dunque inaffidabili «nelle affermazioni che intendono sostenere»
[10]
. Uno fra i tanti spediti dal ministero dell’interno così
interpellava il suo destinatario: «Gli armeni deportati laggiù sono stati
liquidati? Datemi le informazioni sui massacri e sugli stermini. Le persone
pericolose sono state massacrate o soltanto cacciate dalle città e deportate?
Fammelo sapere chiaramente, fratello mio (21 aprile 1915)»
[11]
.
In
ultimo tali studiosi sostengono che il numero di civili turchi uccisi dagli
armeni durante l’avanzata dell’esercito russo in territorio ottomano nell’autunno
del 1915 fu di gran lunga superiore a quello degli armeni massacrati nella
deportazione, che secondo le fonti turche non furono più di 300.000. Per essi,
insomma, tale azione di «pulizia etnica», di sterminio programmato e poi freddamente
attuato, non fu altro che una semplice operazione di legittima difesa o peggio
«un’operazione umanitaria» finita male per motivi semplicemente contingenti.
Invece, secondo gran parte degli storici occidentali
[12]
- e secondo molte istanze politiche istituzionali sia internazionali
sia nazionali - la deportazione degli armeni non fu altro che il pretesto
per annientare una volta per sempre il popolo armeno e che il genocidio è
stato premeditato e spietatamente eseguito dal governo ottomano e dal partito
Unione e Progresso in quegli anni al potere. Ma lasciamo lo sviluppo di questo
punto - peraltro decisivo per dare un «giudizio storico» equilibrato - a uno
studio successivo su questa materia.
3. Il genocidio, la Chiesa e la "Civiltà Cattolica"
Durante
l’estate del 1915 erano giunte in Vaticano notizie molto preoccupanti su stragi
e deportazioni che si stavano perpetrando a danno dei cristiani ottomani,
cattolici compresi, nonostante le garanzie date, e insistentemente ripetute
ma non attuate, dal Governo dei Giovani Turchi al delegato apostolico mons.
Dolci. Benedetto XV era costantemente informato di ciò che stava accadendo
sia dalla stampa dei paesi dell’Intesa, sia dagli ambienti della diplomazia,
che si rivolgevano al Pontefice, perché facesse udire la sua voce di condanna
per quanto stava accadendo. Ma la sua fonte più certa e diretta era il suo
delegato a Costantinopoli, mons. Dolci. Questi nell’agosto di quell’anno scriveva
al segretario di Stato, card. P. Gasparri: «Orrori raccapriccianti sono stati
commessi da questo Governo contro armeni nell’interno dell’impero. In alcune
regioni sono stati massacrati, in altri deportati in luoghi incogniti per
morire di fame durante il tragitto […]». La linea che la Santa Sede in quel
momento decise di adottare fu quella di condannare apertamente le stragi e
le deportazioni di cristiani innocenti, senza far distinzione tra cattolici,
ortodossi o protestanti. Nel settembre di quell’anno il Papa, accogliendo
l’invito di molti cattolici orientali, inviò una sua lettera al sultano Maometto
V, dove gli chiedeva di aver «pietà e intervenire a favore di un popolo, il
quale per la religione medesima che professa, è spinto a mantenere fedele
sudditanza verso la persona della stessa Maestà Vostra» e ancora di distinguere
tra armeni «traditori o colpevoli di altri delitti» perché «siano giudicati
e puniti», dagli «innocenti», perché, prosegue il Papa, «non permetta Vostra
Maestà che nel castigo siano travolti gl’innocenti e anche su i traviati scenda
la Sovrana Sua clemenza». La notizia dell’intervento pontificio ebbe una grande
risonanza sulla stampa europea, ed ebbe come conseguenza, un certo riguardo
del Governo nel trattare le questioni concernenti i cattolici. Nella risposta
che il sultano diede in udienza privata a mons. Dolci, vennero ribadite le
tesi ufficiali: il governo si era trovato innanzi ad una congiuntura che rendeva
impossibile altra misura che non fosse lo spostamento dei popoli. «Era impossibile
alle Nostre Autorità – scrive mons. Dolci - poter fare una distinzione tra
l’elemento tranquillo e quello perturbatore», si ammette infatti che l’operazione
svolta dai rivoluzionari abbia anche finito per coinvolgere indistintamente
tutto il popolo armeno
[13]
.
Nel concistoro del 6 dicembre 1915, Benedetto XV denunciò davanti al mondo civile «l’estrema rovina» che si era abbattuta contro il popolo armeno. La sua fu una delle poche voci che si alzò a quel tempo in difesa «del popolo armeno gravemente afflitto condotto alla soglia dell’annientamento». La voce del Papa, come avvenne anche successivamente, non fu ascoltata, e la rovina per l’Europa e il mondo fu grande.
Anche
La Civiltà Cattolica (come pure
l’Osservatore Romano) incoraggiata dal Papa,
aveva trattato in diverse occasioni delle stragi perpetrate contro civili
armeni da parte delle milizie turche o curde. L’aveva fatto, prima nel 1896,
quando la strage fu ordinata dal sultano-califfo Abdul Hamid II, con l’intento
di decimare e indebolire le comunità armene nel suo regno, per realizzare
il suo progetto panislamico, denunciando in quell’occasione la complice passività
delle potenze occidentali che si limitarono esclusivamente a «fare una rivista
militare o meglio una mostra teatrale delle loro armi»
[14]
e nulla più. Tali potenze, infatti, non avevano interesse
a indebolire «il grande malato d’Europa», cioè l’impero ottomano, per non
avvantaggiare le mire espansionistiche della Russia. Ma la nostra rivista
intervenne soprattutto per denunciare le stragi del 1909 (ad Adana) e lo sterminio
dell’intero popolo armeno nel 1914-15. Toccante è l’articolo sulla strage
di Adana, dove lo scrittore utilizza fonti di prima mano, cioè una sorta,
diremo oggi, di reportage inviatogli dai padri del collegio
gesuitico della città, dove avevano trovato rifugiati circa 4.000 armeni.
Anche in questa occasione la rivista ritenne complice di quelle stragi le
potenze occidentali, che pur trovandosi sul posto non intervennero a difendere
la popolazione armena minacciata. Furono così trucidati più di 300.000 armeni.
A questo proposito La Civiltà Cattolica
scrisse: «La civiltà dell’Europa
moderna, e più della Francia laica, contempla vigile questi orrori e il loro
rinnovarsi quasi periodico; senza turbarsene troppo essa li segue dalle sue
corazzate vicine, e vi manda alfine i suoi rappresentanti a prenderne nota
e a protestare. […] La barbarie di altri tempi o di altre nazioni, che noi
chiamiamo inferiori, non avrebbe conosciuta questa indifferenza di fronte
alla ferocia inumana del turco; l’avrebbe o prevenuta o riparata, o almeno
vendicato il sangue di tante vittime innocenti. Il mondo può stare contento
del progresso e la storia scrivere ancor questa: che a pochi miglia da un
rada ove sorgevano corazzate di nazioni civili, da una città dove erano i
loro consoli e i loro rappresenti, succedeva per mezzo mese un macello di
popolazioni innocenti senza che una mano di uomini risoluti o un passo vigoroso
di potenze europee valesse ad impedirlo»
[15]
.
Allo
stesso modo in una lunga cronaca del 1915 la rivista dei gesuiti intervenne
per denunciare i massacri e le terribili deportazioni degli armeni indifesi,
che si stavano operando dalle «Organizzazioni Speciali», sottoposte al comando
del Governo centrale, : «Ora dell’una e dell’altra – scriveva l’autore dell’articolo
- noi siamo in grado di confermare, non su notizie incerte o esagerate di
giornali, ma su dati precisi»
[16]
. Ancora una volta La
Civiltà Cattolica tira in ballo la responsabilità
dei governi occidentali, alcuni alleati della Turchia, incapaci di far cessare
il massacro: «solo a strage compita – scriveva l’autore – e costrettovi dall’Europa
interviene una qualche tardiva repressione o riparazione che suona quasi un’ironia.
Ma esso è pronto di lasciare incominciare da capo alla prima occasione. Ora
l’occasione si porgeva di nuovo all’entrata della Turchia in guerra con la
Russia nel novembre 1914»
[17]
. La denuncia che Civiltà
Cattolica faceva in ordine ai fatti riportati è chiara e precisa: gli
Stati occidentali sono anch’essi responsabili, sebbene indirettamente, del
massacro degli armeni, per il semplice fatto che esso è stato perpetrato sotto
i loro occhi, in particolare ad Adana nel 1909. Ma nessuno è più cieco di
chi - per interesse o convenienza di parte - non vuol vedere.
L’articolo
inoltre ci dà una descrizione dettagliata della situazione della Chiesa armena
sia ortodossa sia cattolica al tempo della deportazione: da esso sappiamo
che la Chiesa, e in particolare il suo clero, ha sofferto l’orrore della persecuzione
e sperimentato il coraggio del martirio. Nella recente Dichiarazione congiunta,
sottoscritta da Giovanni Paolo II e dal Catholicos Karekin II, di cui abbiamo sopra
parlato, si legge: «Questi innocenti massacrati ingiustamente non sono canonizzati,
ma molti di essi furono certamente confessori e martiri nel nome di Cristo»
[18]
.
A
conferma di quanto è stato così autorevolmente detto e scritto, ci sembra
opportuno riportare qualche episodio descritto nell’articolo, di cui chi scrive,
come egli stesso ci avverte, ha notizia diretta
[19]
. Riguardo ai cattolici, l’autore scrive: «In Armenia molti
cattolici legati insieme a fascio vennero da una collina situata rimpetto
alla città precipitati nel fiume sottostante. Fra essi fu pure un sacerdote
cattolico, D. Emmanuele Giukunian, per maggiore ignominia, legato ad un cane
e così gettato nelle acque a morirvi annegato»
[20]
. E ancora: «I vescovi cattolici vennero tutti deportati,
chi qua chi là […]. Anche le religiose furono strappate dalle loro case, alcune
morte o ferite, tutte deportate, come quelle di Angora a Konia, quelle di
Samsun a Aleppo, ove giunsero dopo tre mesi
e mezzo di cammino, così sfinite che due ne morirono, la superiora
e un’altra religiosa alle quali erano state fracassate le mascelle. Una era
impazzita prima di partire e morì indi a poco; un’altra si era gettata in
una cisterna per l’orrore di cadere nelle mani impure dei turchi. Anche le
religiose di Sivas, Tocat, Mersifum, Trebisonda perirono tutte di morte violenta
o di patimenti sofferti»
[21]
.
Dall’articolo
sappiamo che dopo il primo anno di guerra più di 40 diocesi degli armeni gregoriani
furono distrutte e i loro vescovi e sacerdoti uccisi. La stessa sorte toccò
alle cinque diocesi di armeni cattolici: anche qui vescovi e clero furono
trucidati insieme al loro popolo nella maniera più spaventosa. «Il vescovo
di Diarbekin fu bruciato vivo sulla piazza, mentre si faceva orribile carneficina
degli armeni, deportati da molte parte, anche da Costantinopoli. Il vescovo
di Malatia fu strangolato, fra la strage del suo clero e il ratto delle religiose.
Quello di Karput […] in via per
Aleppo e non ancora giunto a Urba, si vide sopraggiunto da una masnada di
Kurdi, mandatigli sopra, e da essi fucilato col clero, le suore e il popolo
che accompagnava: prima di incontrare la morte l’animoso Pastore esortò tutti
alla costanza e a tutti diede l’assoluzione sacramentale. Anche di più fece
l’arcivescovo di Mardin: imprigionato col clero e col popolo, non solo confortò
ognuno al gran passo, con l’esortazione paterna e l’assoluzione, ma consacrato
nella carcere stessa il pane eucaristico, communicò tutti per viatico prima
della morte. Il vescovo di Musce invece finì involto nella strage generale
del popolo e del clero della provincia di Bitlis e di Musce»
[22]
. Tutti furono vittime della furia omicida dei Giovani Turchi
e delle loro «Organizzazioni speciali»
omicide, sia la comunità armena gregoriana sia quella cattolica: il problema
di fondo, lo ripetiamo ancora, non era religioso, ma soprattutto politico
e razziale.
Va
sottolineato infine che né il popolo turco né il suo Governo attuale sono
responsabili del genocidio armeno. La responsabilità di questo crimine contro
l’umanità va attribuita soltanto alle persone che lo hanno realizzato o reso,
anche moralmente, possibile; in particolare al Governo che lo ha «ordinato»,
alle forze politiche che lo hanno sostenuto, ma anche a tutti coloro che con
il loro silenzio lo hanno in qualche modo assecondato. Ciò che si chiede è
che esso venga universalmente riconosciuto per motivi di pace e soprattutto
di giustizia. «Giustizia – ha scritto un intellettuale armeno – anzitutto
verso i caduti; verso la coscienza umana che non può approvare o sottacere i crimini per opportunità politiche;
verso i superstiti. Esigenza di pace, infine, e di pace anche e soprattutto
tra il popolo turco e il popolo armeno»
[23]
.
[2] «Giovanni Paolo II rende omaggio alle sofferenze del popolo armeno», in Oss. Rom., 27 settembre 2001, 1.
[3] «Dichiarazione Comune di Sua Santità Giovanni Paolo II e Sua Santità Karekin II» in Oss. Rom., 28 settembre 2001, 8.
[4] Il partito politico a cui facevano capo i Giovani Turchi era il «Partito dell’Unione e Progresso» o Ittihad ve Terakki. Il sultano-califfo conservò la sua carica, ma il suo potere reale fu ridotto al minimo.
[5] TRIBUNAL PERMANENT DES PEUPLES, Le crime de silence. Le Génocide des Arméniens, Paris, Flammarion, 1984, 82.
[6] Diversa era la posizione assunta su questo tema dal primo ministro turco Damad Ferid Pascià che guidava la delegazione turca alla Conferenza di pace di Parigi il 17 luglio 1919. Così egli si espresse davanti ai rappresentanti degli Stati sulla questione armena: «Durante la guerra, quasi l’intero mondo civilizzato fu commosso alla notizia dei crimini che i turchi avrebbero commesso. Lungi da me il pensiero di travestire questi misfatti che sono tali da far per sempre trepidare d’orrore la coscienza umana. Cercherò ancora di meno di attenuare il grado di colpevolezza degli autori del grande dramma. Lo scopo che mi prefiggo è di mostrare al mondo, appoggiandomi alle prove, quali siano i veri autori responsabili di questi crimini tremendi». H. PASDERMADJIN, Histoire de l’Arménie depuis les origines jusqu’au traité de Lausanne, Paris, 1971, 409. Ricordiamo che subito dopo la guerra il nuovo Governo turco, anche su pressione degli alleati europei, organizzò a Costantinopoli un processo pubblico per accertare e eventualmente dichiarare la responsabilità del precedente Governo dei Giovani Turchi per lo sterminio degli armeni. In quella sede vennero prodotte molte prove che accertavano la responsabilità non solo politica ma anche di fatto dell’Ittihad su tale sterminio. Il processo si chiuse con una condanna in contumacia dei responsabili materiali dei crimini accertati. Questi, infatti, erano nel frattempo fuggiti all’estero, dove successivamente vennero «giustiziati» da terroristi armeni. In ogni caso le prove raccolte in quel processo, poi contestate dal Governo turco, sono le stesse sulle quali si fondano gli studi degli storici occidentali sulla questione dello sterminio degli armeni ottomani.
[7] Continua: «Può essere che nella sua più ampia prospettiva della necessità dello Stato di Israele, sia suo dovere aggirare e desistere dal sollevare il tema con la Turchia, ma come ebreo e come israelita io mi vergogno di quanto lontano lei si sia spinto nella vera e propria negazione del genocidio armeno, negazione paragonabile a quella dell’Olocausto». La lettera è riportata in il manifesto del 19 ottobre 2001.
[8] L’opera classica per l’esposizione delle tesi turche sulla questione armena è ancora l’opera di Esat Uras, pubblicata per la prima volta al Ankara nel 1950 (E. URAS, Les Arméniens et le problème arménien dans l’histoire, Istambul, Berge Tayintari, 2° ed., 1976). Molto interessante per conoscere le tesi turche sul genocidio armeno è il saggio storico inviato dall’Institut de Politique étrangère al Tribunale Permanente dei Popoli riunito a Parigi nel 1984 («Le probléme Arménien: neuf questions, neuf réponses», in Le crime de silence, cit., 203-256.
[9] TRIBUNAL PERMANENT DES PEUPLES, Le problème arménien: neuf questions, neuf réponses, Institut de politique étrangère, Ankara 1982, Paris, Flammarion, 239
[10] Ivi, 240.
[11] TRIBUNAL PERMANENT DES PEUPLES, Le crime de silence…, cit., 82.
[12] Ricordiamo soprattutto gli storici (provenienti dalle maggiori Università del mondo) che hanno partecipato al Tribunale Permanente dei Popoli, riunito a Parigi nel 1984, che si proponeva di far luce in sede storica sul genocidio degli armeni. A questo incontro non parteciparono studiosi turchi, ma il Governo di Ankara inviò una relazione dell’Institut de Politique étrangère, sostenendo le tesi a cui abbiamo fatto riferimento. Fra gli studi più significativi ricordiamo: Y. TERNON, Les Arméniens: Histoire d’un génocide,Paris, Seuil, 1977; ID., La Cause armenienne, Paris, Seuil, 1983; J. LEPSIUS, Deutschland und Armeniene, 1914-1919, Potsdam 1919; K. BARDAKJIAN, Hitler and the Armenian Genocide, Cambridge (Mass.) 1985; A. BALIOZIAN, The Armenian Genocide and the West, Jerusalem 1984; C. MUTAFIAN, Breve storia del genocidio degli armeni, Milano, Guerini e associati, 2000; B. L. ZEKIYAN, L’Armenia e gli armeni. Polis lacerata e patria spirituale: la sfida di una soprovvivenza, Milano, Guerini e Associati, 2000. Si vede anche E. FARAHIAN-P. DOMENSINO, «L’Armenia attende la visita di Giovanni Paolo II», in Civ. Catt. 1999 IV 73-83.
[13] A. RICCARDI, «Mediterraneo. Cristianizzazione e islam tra coabitazione e conflitto», Milano, Guerini e Associati, 2001, 118-123.
[14] C. RINALDI «L’Europa cristiana e la Turchia» in Civ. Catt. 1896 I 261.
[15] E. ROSA, «Le recenti stragi di Adana», in Civ. Catt. 1909 II 740.
[16] «Le rinnovate stragi degli armeni nel 1914-15», in Civ. Catt. 1915…..251.
[17] Ivi, 252.
[18] «Dichiarazione Comune di Sua Santità Giovanni Paolo II e sua Santità Karekin II», in Oss, Rom., cit.
[19] « […] Le stragi poi continuarono, s’inasprirono anzi sempre più con l’inasprirsi della guerra. Così sui primi mesi del 1915, nella provincia di Van, la soldatesca e il popolo maomettano, sobillato dagli ufficiali stessi del Governo, si voltarono a trucidare la popolazione armena in tutti i villaggi; a violare o rapire donne e fanciulle, a trascinare via fanciulli e giovinetti per trarli all’apostasia e allevarli nel maomettanismo. Lo stesso volevano fare con la città di Van; e gli ufficiali governativi pretesero che questi consegnassero le armi. Ma questi già troppo esperti dal passato ricusarono arditamente; si trincerarono nei loro due quartieri e resistettero per circa un mese all’esercito. Infine i russi vennero in soccorso, e la loro avvicinarsi fuggirono i turchi […]. Gli armeni aprirono ai russi le porte della città dopo alcuni mesi la città ricadde in mano ai turchi e fu ridotta quasi ad un cumulo di macerie […]. Da questa provincia di Van, come da quella di Erzerum, non pochi armeni poterono rifugiarsi in territorio russo. Ma nelle provincie di Sivas, Tocat, Karput, Bitlis, Musce, Trebisonda e Adana, dove pochi eccettuati furono tutti o trucidati o deportati o venuti a morte per malattie, commozioni, strapazzi». ««Le rinnovate stragi degli armeni nel 1914-15», in Civ. Catt. 1915 III 250.
[20] Ivi, 252.
[21] Ivi, 253.
[22] Ivi, 253.