
EDITORIALE
RONCALLI CONTRO PIO XII? UN NUOVO CASO STORIOGRAFICO SU VATICANO E SHOAH
di Matteo Luigi Napolitano (*)
Premessa
Esaltare un papa dannandone un altro sembrava fino a poco tempo fa un esercizio, nemmeno tanto accademico, riservato al complesso mondo del cattolicesimo, con le sue contraddizioni intellettuali e con le sue problematiche legate al dialogo tra le sue varie “anime”. Tale esercizio, giocato sulle differenze e contrapposizioni umane, teologiche e spirituali, lo si è ripetuto abbastanza spesso confrontando Eugenio Pacelli e Angelo Giuseppe Roncalli, soprattutto per sottolineare come nel pontificato di quest'ultimo, il “papa buono” asceso al soglio come Giovanni XXIII, sia la prova inconfutabile della rottura con la Chiesa monolitica di ieri, e in particolare con quella del suo predecessore Pio XII.
Ad allestire il “ring” del giudizio storico sono stati spesso gli stessi cattolici, facendo i conti col loro passato, soprattutto perché l'era giovannea, e in particolare il Concilio Vaticano II, si è indubbiamente presentata come un'epoca nuova e definitiva per la Chiesa, piuttosto che un importante processo di delicata trasformazione della stessa.
In una tale dialettica, quindi, le accuse lanciate a Pio XII di “silenzio” e di insensibilità nei confronti dei grandi drammi del suo tempo, e in primo luogo verso la Shoah, per quanto insistenti, non erano mai state aperte e dichiarate. Le critiche erano state sparse senza cessare di sentire l'appartenenza a una Chiesa, quella cattolica, salvata da un Papa, Giovanni XXIII, che con la sua opera ha riscattato i mali e le colpe dei pontefici del passato. Mai dunque il confronto “intra-cattolico” tra Pacelli e Roncalli è debordato in accuse infamanti per il primo, come quella di antisemitismo e di silenzio sulla Shoah, demanio incontestato di altre correnti di pensiero, non di rado ideologizzate.
Pacelli e Roncalli: una “guerra mediatica”
Di recente, invece, il confronto tra il Pacelli “cattivo” e il Roncalli “buono”ha presentato due elementi mai prima d'ora così reciprocamente assortiti: l'infamante accusa di antisemitismo e di colpevole “silenzio” contro Pio XII; il fatto di provenire, quell'accusa, da una sorta di patto tacito intellettuale fra certi ambienti culturali ebraici e altri cattolici.
La questione di cui ora ci occuperemo è stata trattata da Alberto Melloni sulle colonne del Corriere della Sera1. Lo storico emiliano ha anticipato alcune ricerche della studiosa israeliana Dina Porat, responsabile di un progetto di storia dell'antisemitismo all'Università di Tel Aviv, che appariranno in un saggio di cui ha curato l'edizione italiana.
Dina Porat avrebbe trovato la prova secondo cui il “Protocollo di Auschwitz”, ossia la testimonianza di due sopravvissuti fuggiti dal terribile Lager nell'aprile del 1944, raggiunse Istanbul dalla Svizzera il 23 giugno ad opera dell'Agenzia ebraica per la Palestina, unitamente a un rapporto sulla situazione degli ebrei ungheresi. Nella capitale turca i documenti sarebbero stati consegnati, il 24 successivo, al delegato apostolico Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, dall'amico Chaim Barlas, rappresentante a Istanbul dell'Agenzia ebraica per la Palestina. Infatti così scrive Melloni:
L’indomani stesso Barlas ne porta copia a Roncalli: li traduce, glieli porge, ne annota la reazione («li ha letti fra le lacrime»), e percepisce un’inedita espressione di disappunto. Roncalli promette di farli avere «al suo capo a Roma», annota Barlas, ma è chiaro che è a disagio per i suoi superiori «il cui potere e la cui influenza è grande», ma che «si trattengono dall’agire». Barlas chiede perché il papa tace. Annota una risposta: «Non me lo chieda, amico mio. Dio guida le strade degli uomini e a noi sono nascoste». Però il 25 giugno PioXII manda un telegramma pubblico al dittatore ungherese Horty, scongiurandolo di fermare «le sofferenze di tanti esseri umani». Il messaggio è privo delle atroci concessive dei vescovi, privo delle parole ebrei o sterminio, e privo d’efficacia per i 400 mila ebrei portati a morte. Secondo Graham la genericità è dovuta alle poche informazioni. Per Dina Porat è una scelta, su cui non si torna nemmeno quando arrivano in Vaticano quei protocolli su cui il delegato Roncalli aveva pianto. Non è inutile che il suo successore lo sappia.
Questo è il resoconto e il commento di Melloni, condito da un avvertimento per Papa Benedetto XVI (l'articolo è infatti un “viatico” per il Papa, in procinto di partire per la sua visita in Turchia), qualora la causa di beatificazione di Pio XII abbia subito brusche indesiderate accelerazioni. Per una serie di ragioni, l'analisi che segue non può dare che un parere provvisorio sul lavoro della Porat, dato che il saggio di cui tanto si parla non è al momento ancora disponibile. Dobbiamo fidarci pertanto del resoconto di Melloni, che riteniamo del tutto attendibile, e di altri echi della stampa.
Col passare dei giorni la questione del rapporto tra Balras e Roncalli, e delle presunte critiche di entrambi verso PioXII. si allarga. Seguono altre anticipazioni giornalistiche.
Il 1° dicembre 2006 il quotidiano Ha'aretz (non nuovo agli attacchi anticattolici) pubblica un pezzo a firma di Amiran Barkat dal titolo esplicativo: New Research bares Vatican criticism of Nazi-era Pope. Che cosa dice l'articolo?
Nuove ricerche – vi si legge – rivelano insolite critiche dall'interno del Vaticano verso il papa dell'era dell'Olocausto, Pio XII, per il suo silenzio di fronte alla distruzione dell'ebraismo europeo”, specificando poi che “Pio XII è controverso a causa delle affermazioni secondo cui egli sapeva del genocidio fin dai primi anni Quaranta ma non fece nulla per fermarlo.
Questo ragionamento viene poi condito con un altro ingrediente “d'annata”:
Nel 1999 – si legge il Vaticano ha nominato una Commissione internazionale ebraico-cattolica per investigare sulle accuse contro Pio XII; nondimeno la commissione si sciolse dopo che fu rifiutato l'accesso a materiale archivistico.
Ha'aretz vuol dunque dirci che le recenti ricerche storiche, condotte dalla professoressa Dina Porat, a capo del Progetto per lo Studio dell'Antisemitismo dell'Università di Tel Aviv, confermano che le accuse contro Pio XII, per quanto infamanti, sono vere perché le prove vengono dall'interno stesso della Chiesa cattolica. Queste verità occulte (e occultate prima d'ora) spiegano come mai il Vaticano abbia prima nominato una commissione mista di storici, per poi decretarne lo scioglimento col suo “gran rifiuto” di aprire gli archivi.
Questa seconda pretesa è del tutto infondata e in manifesta malafede. Il Vaticano non ha mai nominato alcuna commissione mista; la commissione mista di cui sopra si formò spontaneamente per le buone intenzioni di sei studiosi e per le simpatie personali di qualche prelato; fin dall'inizio i sei studiosi, tre cattolici e tre ebrei, sapevano (avendo avanzato una preliminare richiesta di documentazione) che non avrebbero avuto accesso agli archivi della Santa Sede; fin dall'inizio fu concordato tra i sei di lavorare a un rapporto “preliminare” basandosi sui soli documenti editi (che nessuno dei commissari conosceva fino a quel momento, e ci si deve chiedere: come mai, se erano studiosi tanto autorevoli?); la commissione non si è sciolta per il “gran rifiuto” vaticano perché i commissari si sono “reciprocamente congedati” dopo aspri dissensi sul testo del “rapporto preliminare” e sui suoi obiettivi di fondo i cui principali erano, per la parte ebraica (escludendo il prof. Marrus), formulare un nuovo capo d'accusa contro Pio XII con l'avallo dei cattolici, per dimostrarne la consistenza e l' “obiettività”2.
La storia sui documenti
Ciò detto, andiamo a vedere quali ricerche Dina Porat ha condotto e su quali fonti.
Ha'aretz è molto vago e pertanto occorre integrarlo con l'articolo della Associated Press apparso sull'International Herald Tribune del 4 dicembre3.
Secondo le ricerche della Porat, nel 1943 Roncalli, allora nunzio [sic!] in Turchia, scrisse al Presidente cattolico della Slovacchia chiedendogli di fermare la deportazione degli ebrei verso Auschwitz.
Così Ha'aretz. E un primo errore va notato. Non fu Roncalli a scrivere al Reggente (non “Presidente”) ungherese Horthy (pratica insolita: un diplomatico operante in un paese non si rivolgerebbe mai al capo di uno stato estero saltando i superiori e i colleghi accreditati in quel paese) ma lo stesso Pio XII. Senonché il cuore delle rivelazioni è un altro.
Ha'aretz ci dice che «nel 1944» Chaim Barlas, rappresentante in Turchia dell'Agenzia ebraica per la Palestina, ricevette il famoso “Protocollo di Auschwitz” che due sopravvissuti fuggiti nell'aprile 1944 dal famigerato Lager avevano redatto perché fosse noto al mondo. Barlas inviò il memoriale «direttamente a Roncalli» il quale, dopo averlo letto, se ne commosse fino alle lacrime. A questo punto è importante il seguente passaggio di Ha'aretz:
Secondo Barlas [stando quindi alle sue memorie, o al suo diario, in ebraico e ancora inedito, ndr], dopo aver letto i resoconti dei testimoni oculari, Roncalli fu ricolmo di risentimento verso i suoi superiori, «il cui potere e la cui influenza sono grandi, ma che si trattengono dall'agire e dall'essere intraprendenti al fini di offrire un aiuto concreto». Roncalli disse a Barlas che avrebbe inviato i protocolli immediatamente al Vaticano.
Il necessario completamento del quadro di eventi ci viene dall'International Herald Tribune. Anzitutto veniamo informati che Roncalli e Barlas intrattenevano uno scambio epistolare in francese, «lingua che entrambi gli uomini parlavano fluentemente». E già qui notiamo una discordanza con la testimonianza dello stesso Roncalli, che conobbe Barlas a Istanbul il 20 gennaio 1943. Nel telegramma in cui Roncalli informa il Vaticano della recente conoscenza, il delegato apostolico aggiunge anche di aver creduto bene di mettere Barlas (di cui ha perfino travisato il nome) in contatto con il padre Arthur Hughes, incaricato d'affari della Santa Sede in Egitto (con delega per gli affari di Palestina), «tanto più che questo signore non parla che l'inglese»4.
Ci si può allora chiedere come mai il carteggio con Roncalli che sarebbe in questo archivio di Barlas (su cui ci soffermeremo poco oltre) sia in francese e come la personalità ebraica abbia potuto fin dal 1943 intrattenere con Roncalli addirittura una corrispondenza in quella lingua che per Roncalli non conosceva; non sarebbe stato più facile scriversi in inglese, lingua in cui sia Roncalli sia Barlas potevano più agevolmente comunicare?
Le richieste di aiuto furono rinnovate a Roncalli da Barlas e da Eliezer Kaplan, capo della sezione finanziaria della stessa Agenzia ebraica per la Palestina, nella prima metà del marzo 1943, in favore degli ebrei di Slovacchia, chiedendo che almeno ai bambini fosse consentito di emigrare in Palestina attraverso la Turchia5. Barlas e Kaplan rilasciarono a Roncalli un memorandum in cui riassumevano i temi affrontati con Roncalli, con una descrizione delle sofferenze che aveva «qualcosa di tragico e di commovente».
Non occorre dire – commentò il delegato apostolico – come la loro fiducia nell'intervento benefico del Santo Padre sia profonda, e l'abbandono del loro spirito in questa provvidenza appaia sincero6.
A nome della Sede Apostolica, il Cardinal Maglione rispose alle istanze di Barlas e Kaplan assicurando il costante interessamento della Santa Sede in favore degli ebrei di Slovacchia, perché si sospendesse ogni trasferimento, e in favore dei giovani ebrei ungheresi «qualora le circostanze lo rendessero necessario»; e sul telegramma con cui si davano tali assicurazioni si legge la dicitura «approvato dal Santo Padre»7.
L'intervento vaticano, anche se poteva essere o no favorito dalle circostanze del momento, sempre mutevoli, fu assai apprezzato dagli ebrei amici di Roncalli.
Oggi stesso – scriveva questi il 22 maggio 1943 – il Segretario della Agenzia Giudaica per la Palestina, signor Ch. Barlas, venne a ringraziarmi ed a ringraziare la Santa Sede per il felicissimo successo delle sue pratiche a favore degli israeliti di Slovacchia, come a mio devoto rapporto n. 41808.
Non diversi sentimenti aveva espresso Meir Touval-Weltmann, delegato a Istanbul per conto di una Commissione di soccorso per gli ebrei europei (e in costante contatto con Barlas), e più tardi funzionario del Governo israeliano. In una lettera a Roncalli dell' 11 giugno 1943, Weltmann esprimeva la più profonda gratitudine «per tutto l'aiuto prezioso da parte della Santa Sede, di Vostra Eccellenza e da parte di Monsignor Righi [Ugo Righi, Segretario della delegazione apostolica a Istanbul]». Weltmann allegava alla sua lettera alcuni promemoria che Roncalli ebbe cura di trasmettere al Vaticano9.
Che le cose stessero in questi termini, e quanto fosse viva la gratitudine di Barlas e degli attivisti dell'Agenzia ebraica per la Palestina verso Pio XII lo dimostra una lettera a Roncalli del Gran Rabbino di Gerusalemme Herzog, in data 22 novembre 1943. Per i termini in cui è redatta, vale la pena di trascriverla integralmente:
Il signor H[aim] Barlas delegato dell'Agenzia ebraica in Turchia ha portato alla mia conoscenza l'assistenza tanto preziosa che gli avete sempre prestato nei suoi sforzi di venire in aiuto dei nostri sfortunati fratelli e sorelle, che si trovano nell'inferno hitleriano, quando si tratti dei paesi in cui l'influenza della chiesa cattolica è abbastanza forte. Io so bene che Sua Santità il papa si oppone dal profondo della sua anima elevata ad ogni persecuzione e soprattutto alla persecuzione di una ferocia inaudita, senza pari nella storia del genere umano, che i nazisti applicano senza tregua al popolo ebraico al quale il mondo civile è così debitore sotto l'aspetto spirituale. Io profitto di quest'occasione per esprimere a Vostra Eminenza [sic] i miei ringraziamenti sinceri così come il mio profondo apprezzamento per la vostra attitudine così benevola verso Israele e per l'aiuto tanto valido reso dalla chiesa cattolica al popolo ebraico in pericolo. Vogliate, vi prego, trasmettere questi sentimenti promananti da Sion a S.S. Il Papa insieme all'assicurazione che il popolo d'Israele sa bene come apprezzare la Sua assistenza e la Sua attitudine10.
Alla fine del 1943 Roncalli ebbe nuovi contatti con Barlas, che il 6 dicembre lo interessò della sorte degli ebrei in Italia settentrionale, sulla base di notizie telegrafiche del 2 dicembre ricevute da Herzog, il qualo lo aveva pregato d'interessarne Roncalli e, per suo tramite, il papa11.
I contatti con Barlas proseguirono anche nel 1944. E qui si snoda il racconto della Porat e dei giornali che ne hanno fatto un nuovo attacco alla memoria di Eugenio Pacelli.
Per l'Herald Tribune del 4 dicembre e per il Washington Times del 3 gennaio 2007, vi è tra Roncalli e Barlas un incontro che dimostra la loro distanza siderale dal Papa algido che regge in quel momento la Chiesa nel mezzo della tormenta bellica.
Il 23 giugno 1944 Barlas riceve il “protocollo di Auschwitz” dei transfughi di quel Lager e il 24 ne mette al corrente Roncalli, il quale ne redige una “sinossi” e invia il tutto al Vaticano quello stesso giorno. Nello stesso senso il Washington Times, che aggiunge qualche elemento, con le dichiarazioni della stessa Porat, secondo cui «Roncalli consentì a Barlas di incontrarlo nel cuore della notte per redarre lettere urgenti a Papa Pio XII circa le sventure degli ebrei ungheresi. Egli disse a Barlas di aver inviato telegrammi a [Pio XII], ma che non riceveva risposta. Gli sembrava che i suoi superiori ecclesiastici che potevano agire non lo facessero e si chiedeva perché. [Barlas] tradusse [il documento] in tedesco, elaborò un preciso sommario datato 23 giugno 1944 e gli fu assicurata un'udienza con Roncalli per il giorno dopo. Roncalli pianse nel leggerne il contenuto e lo inviò immediatamente alla Santa Sede».
Errori, luoghi comuni ed altri problemi
A questo punto il quadro degli eventi sembra del tutto chiaro. L'editorialista del Washington Times scrive:
Pio XII di conseguenza scrisse una lettera all'ammiraglio Miklos Horthy, un alleato dei nazisti che fungeva da presidente dell'Ungheria, spingendolo a fermare le deportazioni degli ebrei ungheresi verso la Polonia, che era stata accelerata dall'ufficiale nazista Adolf Eichmann».
E la Porat sul punto così conclude: «Per il 7 luglio 1944 esse furono fermate»12.
Tutto chiaro si diceva: la tesi è che solo Roncalli e Barlas riuscirono a spingere Pio XII (che da solo non l'avrebbe mai fatto) a scrivere al Reggente ungherese in favore degli ebrei. Ma questa tesi decade completamente di fronte a una constatazione elementare: la ricerca della Porat si basa su un errore di date, compiuto da lei o da Barlas nelle sue memorie e nei suoi carteggi (il che spingerebbe ad accoglierne il contenuto con qualche cautela; perché le memorie scritte a distanza di tempo sono piene di ricordi imprecisi).
L'errore di date, rivelato dalle carte inedite di Roncalli, mette sotto gli occhi una realtà ben diversa. Che è la seguente. Risulta dagli appunti del futuro “papa buono” che la data esatta in cui Barlas gli consegna «un SOS» (queste le esatte parole di Roncalli, che allude senza dubbio al “Protocollo di Auschwitz”) in favore degli ebrei europei è il 27 giugno 1944, e non il 24.
Ecco ciò che Roncalli scrive nel suo diario inedito alla data del 27 giugno:
27 giugno 1944. Nel pomeriggio ricevetti Barlas venuto per un S.o.s. da lanciarsi alla S. Sede per la salvezza degli ebrei di Ungheria. Poi ricevetti le due ebree sorelle Bivas e il signor Bosvoc del consolato ungherese, ritiratosi col console dalle sue funzioni. Mi resta in tal modo pochissimo tempo per le mie occupazioni intorno a ciò che più occorre: conti, rapporti, etc. Telegrafai al S. Padre esibendo la villa per le vacanze dei colleghi e ringraziandolo del discorso a Propaganda.
Quanto si è appena letto ci fornisce indicazioni assai preziose che modificano il quadro degli eventi presentatoci dalla Porat. A differenza di quanto sostiene la studiosa israeliana sulla base del suo errore di datazione, la lettera che Pio XII invia a Horthy il 25 giugno in favore degli ebrei ungheresi13 è del tutto indipendente dall'incontro tra Barlas e Roncalli e dall'invio al papa, da parte di quest'ultimo, di copia del “Protocollo di Auschwitz”. La missiva papale risulta invece essere l'effetto di una predeterminata politica generale della Santa Sede, la quale evidentemente non ha bisogno di essere ulteriormente “sensibilizzata” su un tema, quello della persecuzione antisemita, che sente già tanto delicato. Di più. Come si è visto, dal diario inedito di Roncalli non risulta che egli abbia immediatamente inviato a Pio XII quella copia del “protocollo di Auschwitz” datagli da Barlas. Risulta che egli telegrafò al Papa, quel 27 giugno 1944, ma non a proposito dei suoi contatti con l'emissario ebraico.
Terzo punto. Sempre le agende di Roncalli (nella parte resa pubblica dal nipote Marco in un suo ponderoso e recente volume) ci informano che, proprio in questo periodo, sia il delegato apostolico sia il suo amico ebreo sono ben lungi dal nutrire il benché minimo riserbo critico verso Pio XII. Ecco che cosa scrive Roncalli nel suo diario alla data dell'11 luglio 1944, ovvero pochi giorni dopo l'incontro con Barlas del 27 giugno:
Fra le udienze di oggi, il signor Barlaz e il signor Eliezer Caplan [sic] del Comitato per gli Ebrei venuto di nuovo a ringraziare per l'opera del Santo Padre, dei suoi rappresentanti e mia a favore degli ebrei14.
Se ci fosse stata una benché minima ombra di disapprovazione di Barlas e di Roncalli verso Pio XII, o perlomeno qualche dubbio sul suo operato, non sarebbe stato ben altro il loro modo di esprimersi? Roncalli mantenne vivi i legami con l'Agenzia ebraica anche perché la rappresentanza diplomatica statunitense a Istanbul (la Turchia aveva rotto le relazioni diplomatiche con la Germania il 2 agosto 1944) aveva presentato al delegato apostolico, il 1° agosto 1944, un questionario in cui chiedeva alla delegazione apostolica informazioni sulla situazione degli ebrei ungheresi.
Che cosa rispose Roncalli il 18 agosto 1944 al rappresentante americano Hirschmann? Egli disse di non avere informazioni di sorta e che, su richiesta dell'Agenzia di Barlas e su istanza di Herzog, la delegazione apostolica aveva insistito presso la Segreteria di Stato perché si facesse tutto il possibile per salvare gli ebrei ungheresi; mentre dal Vaticano si era risposto che lo si stava facendo anche per il tramite del nunzio a Budapest (e si stavano facendo passi anche per gli ebrei di Romania). La delegazione apostolica a Istanbul, nel suo memoriale per il diplomatico americano, aggiungeva osservazioni assai importanti ai nostri fini:
Non è intenzione della Delegazione apostolica presentare altre istanze in favore del popolo ebraico in Ungheria; il solo mezzo per far ciò è per il tramite della Segreteria di Stato pontificia e sembra certo che il Vaticano ha fatto e sta facendo del suo meglio, sia direttamente sia per il tramite del Nunzio apostolico a Budapest, per migliorare le condizioni dei popoli oppressi.
E ancora:
Non c'è prova alcuna che il Vaticano abbia promosso l'ottenimento di un trattamento speciale per le persone che sono ebree di nome ma cristiane di fede.
Il Vaticano stava dunque facendo e aveva fatto tutto ed era difficile fare di più. Oltretutto, Roncalli aveva tenuto a precisare che, nella sua azione in favore degli ebrei, la Santa Sede non aveva mostrato preferenze per gli ebrei convertiti rispetto a quelli rimasti nella loro religione. Si trattava in entrambi i casi di persone che rischiavano l'annientamento e per le quali occorreva intervenire.
Quanto sopra (e salvo ovviamente le dovute ulteriori verifiche quando il saggio della Porat sarà interamente disponibile e non solo anticipato a stralci) smonta le tesi affastellate in questi mesi e che potremmo riassumere nella formula Roncalli contro Pacelli. Come abbiamo visto, da un lato non c'è alcun nesso di causa-effetto tra i contatti Roncalli-Barlas e l'azione papale in favore degli ebrei ungheresi (iniziata ben prima di tali contatti); dall'altro non appare nel delegato apostolico e nel rappresentante dell'agenzia ebraica alcuna ombra di critica nei confronti delle alte sfere vaticane, così come ci si vorrebbe far credere.Ciò che poi appare molto strano è che il “Protocollo di Auschwitz” costituisse una novità sia per Barlas sia per Roncalli. Se si parte dalla tesi che il Vaticano sapeva del protocollo già pochi giorni dopo il suo invio per mezzo di mons. Burzio, il 22 maggio 194415, e non invece solo nell'ottobre successivo (come il Vaticano ha sempre sostenuto, e come emerge anche dalle perentorie richieste di approfondimento avanzate da Tardini)16; se si assume questa tesi, come mai il Protocollo appare come cosa assolutamente nuova a Roncalli? L'unica conclusione possibile è che il Vaticano non avesse ancora questa notizia, che diversamente sarebbe circolata nella diplomazia vaticana, anche a livello di scambi diretti fra le nunziature e le delegazioni apostoliche. Si dirà tuttavia che dalla fine del giugno 1944 Pio XII doveva sapere del Protocollo di Auschwitz, che Roncalli doveva aver inviato. Ma, a parte i problemi di comunicazione in tempo di guerra (con la Turchia ormai in rotta con la Germania), e a parte le urgenze del momento (a Istanbul ci si stava interessando dei passaggi di ebrei in Palestina), l'invio del Protocollo di Auschwitz non è registrato da Roncalli nelle sue agende inedite; nella pagina di quel 27 giugno 1944 egli annota di aver incontrato Barlas, di aver ricevuto il “documento SOS”, ma non dice di averlo subito inoltrato al Vaticano. Per ciò che ci consta, dunque, rimane ferma l'ipotesi che il Vaticano venne a conoscenza del “Protocollo di Auschwitz” solo nell'ottobre successivo.
Va poi chiarito un altro punto: nell'estate del 1944 Roncalli era ormai persuaso (e lo scrive nel documento al rappresentante americano, di cui abbiamo già detto) che l'unica cosa che la delegazione apostolica a Istanbul era ormai in grado di fare fosse di far giungere dei certificati di emigrazione (Hisrschmann nelle sue memorie equivocherà, definendoli “certificati di battesimo”17) dalla Turchia all'Ungheria, in stretta collaborazione e per il tramite del Nunzio apostolico a Budapest»18.
In merito alle ricerche della Porat vi sono poi tre ultimi aspetti da evidenziare.
Non si sa su che rivista italiana la Porat abbia pubblicato il suo saggio. Il suo accenno (in un'e-mail privata in nostro possesso) a un «Bologna Journal diretto dal Prof. Melloni» non è adeguato né preciso. Tutto lascia pensare all'inserimento del suo articolo in un recente numero della rivista Cristianesimo nella Storia; ma abbiamo verificato direttamente che del saggio non v'è traccia nei primi due numeri dell'annata 2006 della rivista bolognese, né nel terzo ormai in avanzato allestimento. Nella stessa e-mail la Porat scrive poi che l'articolo è costituito prevalentemente da documenti tradotti in italiano dall'originale ebraico (e anche l'International Herald Tribune parla di documenti per la massima parte in ebraico); il che farebbe escludere un apporto quantomeno significativo della corrispondenza diretta tra Barlas e Roncalli; ma alzerebbe il livello di attenzione sulla qualità delle memorie di Barlas, e soprattutto sull'esattezza testuale (per lui che, stando proprio a Roncalli, non conosceva il francese) di ciò che i due amici si dissero a Istanbul.
Un terzo e ultimo punto va sottolineato. Tutta l'operazione nasce da una ricerca che Dina Porat ha svolto in un "luogo proibito". Trattasi di un archivio privato in Israele, «il cui proprietario ha rifiutato di essere pubblicamente identificato ma che ha garantito accesso alla Porat» (così l'International Herald Tribune). Tale archivio è dunque precluso a qualsiasi nuova verifica da parte di altri studiosi (e presumiamo sia aperto a discrezione e comunque chiuso a studiosi non ebrei). Qualcuno potrebbe allora insinuare che siamo nuovamente di fronte (comìè già accaduto in passato) a un classico esempio di “accesso privilegiato” a fonti archivistiche precluse ad altri: una pratica deprecata proprio da chi a volte finisce per avallarla.
(*) Professore Associato di Storia delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi del Molise - Delegato del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l'International Committee for the History of the Second World War
NOTE
1Alberto Melloni, L’abitazione di Roncalli e i racconti della Shoah, “Corriere della Sera”, 25 novembre 2006, pp. 1 e 15.
2Matteo Luigi Napolitano, Pio XII e le "verità nascoste" della Storia. Vaticano e Shoah nel rapporto della Commissione mista ebraico-cristiana, in Marco Mugnaini (a cura di), Stato, Chiesa e relazioni internazionali, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 316-345.
3Israeli Researcher Turns up Internal criticism of Vatican Policy During Holocaust, “International Herald Tribune”, 4 dicembre 2006.
4Roncalli a Maglione, 22 gennaio 1943, Actes et Documents du Saint Siège, vol. 9, doc. 22 e annesso. Fra l'altro va osservato che, in occasione del suo primo contatto con le autorità pontificie, Barlas non mancò di avanzare, a nome della Jewish Agency, delle richieste che si sarebbero rivelate irrealizzabili. La risposta di Maglione, in data 23 febbraio 1943, alle richieste di Barlas è nel doc. 60.
5Roncalli a Maglione, 13 marzo 1943, Actes et Documents, cit., doc. 95.
6Roncalli a Maglione, 13 marzo 1943, ivi, doc. 96. Parte del memorandum di Barlas e Kaplan è riprodotto alla nota 22 di p. 186.
7Maglione a Roncalli, 4 maggio 1943, ivi, doc. 172.
8Roncalli a Maglione, 22 maggio 1943, ivi, doc. 195, ma si vedano anche gli annessi sulle attività di Roncalli in quel periodo.
9Il Dr. Weltmann al delegato apostolico a Istanbul Roncalli, 11 giugno 1943, ivi, doc. 226. In uno dei promemoria allegati (nota 4 a p. 337) esprimeva la riconoscenza degli ebrei nei confronti dell'arcivescovo di Zagabria monsignor Stepinac, che «ha fatto tutto il possibile per aiutare e agevolare gli sventurati ebrei di Croazia», e si chiedeva che Stepinac continuasse in quest'opera di soccorso.
10Herzog a Roncalli, 22 novembre 1943, ivi, doc. 436.
11Barlas a Roncalli, 6 dicembre 1943, ivi, doc. 456. La lettera di Herzog è alla nota 1 di p. 592. Alla successiva nota 3 i curatori scrivono: «Non abbiamo scoperto se è quando il Delegato abbia trasmesso questa richiesta».
12Si veda tutto in Jay Bushinsky, Pontiff-to-be helped rescue Thousands of Hungary's Jews, in “Washington Times”, 3 gennaio 2007.
13Pio XII a Horthy, 25 giugno 1944, Actes et Documents, cit., vol. 10, doc. 243.
14Diario di Roncalli, 11 luglio 1944, in Marco Roncalli, Giovanni XXIII. Angelo Giuseppe Roncalli, una vita nella storia, Milano, Mondadori, 2006, p. 268.
15Burzio a Maglione, 22 maggio 1944, ivi, doc. 204.
16Ibidem. Altra copia del protocollo fu inviata a Maglione dal nunzio a Berna, Bernardini il 28 luglio 1944, ivi, doc. 279.
17Ira A. Hirschmann, Caution to the Winds, New York, D. McKay Co.1962, pp. 179-185.