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Pio XII e i bambini ebrei battezzati |
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Ha destato molta attenzione un documento che il «Corriere della Sera» ha pubblicato il 28 dicembre 2004. Secondo quella prima ricostruzione, il 20 ottobre 1946 il Vaticano avrebbe trasmesso al nunzio apostolico a Parigi Angelo Giuseppe Roncalli delle istruzioni sui casi di bambini ebrei affidati ad istituzioni e a famiglie cattoliche durante la Shoah, richiesti non solo da istituzioni ebraiche, ma anche dalle famiglie di provenienza. Sempre secondo quella ricostruzione e le interpretazioni datene "a caldo", Pio XII avrebbe rifiutato di consegnare i minori ebrei battezzati alle famiglie che, a guerra finita, li richiedevano; un rifiuto non condiviso da Roncalli, che avrebbe disobbedito agli ordini.
Non riassumeremo i termini delle questione, che supponiamo noti. Ci limiteremo a dire che, nel corso del dibattito sulla stampa italiana ed estera, in modo aperto o addirittura plateale si è tornati a criticare non solo Eugenio Pacelli e i suoi presunti "silenzi", ma anche una certa "storiografia pontificia" composta di studiosi liquidati come "apologeti" di Pio XII. Non si è tenuto presente, a nostro sommesso avviso, un fenomeno non certo nuovo, ma sul quale non si è ancora indagato a fondo: quello degli "ipologeti" di Pio XII, ovvero di coloro che, nel porre questo Papa sul banco degli accusati, hanno messo la sordina a molti documenti, spesso omettendoli o non citandoli integralmente. A questi "ipologeti" si potrebbe imputare quello che definiremmo un "silenzio su Pio XII".
Qui occorre soffermarsi su un altro aspetto del dibattito: quello dellapertura degli archivi vaticani. In occasione della presentazione del libro di monsignor Walter Brandmüller, LOlocausto nella Slovacchia e la Chiesa cattolica e anche nellintervista pubblicata da «Avvenire» il 14 gennaio il prefetto dellArchivio segreto vaticano, padre Sergio Pagano, ha osservato che il lavoro di riordino e di apertura di un archivio storico è lungo e laborioso e che non può essere condizionato da pressioni esterne o addirittura dal gusto dello scoop. Da parte nostra aggiungiamo che lapporto di altre fonti archivistiche consente già oggi di ricostruire la politica estera vaticana in anni anche recenti; pur ammettendo che solo la documentazione ancora "chiusa" può consentire di ripercorrere il processo decisionale interno alla Santa Sede.
Fatta questa premessa metodologica, occorre tornare al tema che qui ci occupa. Di tutta la vicenda si sono definiti meglio i contorni in seguito alle indagini svolte da chi scrive e pubblicate da Andrea Tornielli sul quotidiano «Il Giornale». Si è appreso per esempio: a) che il documento in questione fu inviato al cardinal Gerlier non prima del 30 aprile 1947; b) che la questione riguardava i casi di bambini orfani reclamati non dai genitori o dai loro familiari, ma da non meglio precisate istituzioni ebraiche; c) che molte di queste organizzazioni che operavano proprio in Francia, si proponevano di avere tutti i bambini ebrei in affidamento a istituzioni e a famiglie, cattoliche e no, in vista del loro trasferimento in Palestina; d) che il brano riprodotto sul quotidiano milanese non era del 20 ottobre 1946, ma del 23 successivo; e) che esso, preso da un fondo ancora chiuso di archivi ecclesiastici francesi, riproduceva le istruzioni del SantUffizio in modo imperfetto, apparendo piuttosto come una glossa delle direttive di quella Congregazione, preparata dalla nunziatura a Parigi ad uso della Conferenza episcopale francese; f) che il pezzo archivistico "scoperto" era in realtà mancante di altre due pagine, che riportavano appunto le vere e proprie direttive vaticane; g) che il SantUffizio aveva lavorato alla questione ben sette mesi prima, nel marzo 1946, su diretta sollecitazione di Pio XII, in seguito alle richieste del Rabbino capo di Palestina Isaac Herzog; h) che una richiesta distruzioni era provenuta dal nunzio Roncalli, non solo su sollecitazione dei vescovi e di eminenti ebrei, ma anche per il fatto che qualche ordine religioso femminile aveva disatteso il divieto della Conferenza episcopale francese di battezzare i bambini ebrei.
In tutta questa vicenda, a nostro avviso, non si è posta sufficiente attenzione alloggetto del documento pubblicato il 28 dicembre. Esso, come recita lincipit, riguardava i «bambini ebrei che, durante loccupazione tedesca, sono stati affidati alle istituzioni e alle famiglie cattoliche e che ora sono reclamati dalle istituzioni ebraiche perché siano loro restituiti». Ciò considerato, come spiegare lesistenza, nello stesso documento, di un "quinto punto" riguardante «i bambini [...] affidati (alla Chiesa) dai loro genitori» che adesso li reclamavano? Fu esso inserito dalla nunziatura per dare ai vescovi francesi norme di condotta che ricoprissero ogni possibile casistica? E come mai questo "quinto punto" differisce alquanto dalle direttive vaticane ormai note dalla pubblicazione integrale del documento, fatta da «Il Giornale»?
Abbiamo poi limpressione che si sia spesso debordato dai limiti del composto dibattito. Non si è considerato che non eravamo di fronte a un caso di «sottrazione di minori ebrei»; non si è tenuto presente che non si trattava di bimbi ebrei battezzati "negati" dalla Chiesa ai genitori o ai congiunti naturali (e supponiamo che dal 1946 ad oggi questi casi sarebbero venuti fuori in massa, se non dagli archivi vaticani, perlomeno da quelli ebraici). Nemmeno è scaturito un dibattito sulla vera identità e natura delle istituzioni ebraiche che chiedevano al Papa una «intimazione» (è il termine usato da Herzog con Pio XII) a famiglie e istituzioni cattoliche di consegnar loro i bambini ebrei. Quasi non bastasse, non si è considerata la remota possibilità che, a distanza di anni, molti orfani ebrei potessero essere stati ormai adottati dalle famiglie ospiti.
Nel dibattere di tutte queste vicende si è poi voluto ergere uno steccato tra Pacelli e Roncalli, presentando questultimo come un «fedele disubbidiente» del primo. Mentre Roncalli, pur con una sensibilità tutta sua, eseguì sempre, in «obbedienza e pace», le direttive di Pio XII, verso il quale nutriva una devozione a tutta prova. Va aggiunto solo che Roncalli sembrò per un momento discordare dalla politica pacelliana quando temette che laiuto dato dal Vaticano agli ebrei durante la Shoah per trasferirsi in Palestina potesse alla fine servire per la costituzione di un nuovo «Regno di Giuda e dIsraele»; ciò che per lui era unutopia (Actes et Documents du Saint-Siège, vol. 9, doc. 324).
Non si è fatto caso, in tutta questa vicenda, che proprio nel 1946 delle organizzazioni pionieristiche sioniste si proponevano di chiamare a raccolta i bambini ebrei scampati alla Shoah. Tali organizzazioni (lAgenzia ebraica della Terra dIsraele; la Ha-Berichah, la Ha-Hapalah) avevano sul punto un programma comune: esse sostenevano che per i bambini ebrei sopravvissuti alla Shoah (battezzati e no, ospitati da istituzioni cattoliche, adottati da famiglie cristiane o no) ci fosse una sola via di salvezza: portarli tutti nella terra dIsraele con ogni modo e mezzo. Nel congresso svoltosi nel marzo 1946 (ossia proprio mentre il SantUffizio, stava per approvare il documento sul caso dei bambini ebrei), i dirigenti di Ha-Berichah e di Ha-Hapalah, stabilirono esattamente questo (cfr Efraim Deqel, Seridey Cherev [Scampati alla spada], Tel Aviv, Ministero della Difesa di Eretz-Israel, 1961, vol I, p. 13). Si consideri poi che sempre nel 1946 il controllo di Ha-Berichah passò nelle mani del Mossad le-Aliyah Bet (o Mossad per limmigrazione illegale in Palestina), che spostò la direzione delle sue operazioni europee proprio a Parigi.
Le nostre ricerche hanno poi aggiunto qualche elemento di novità. Siamo stati in grado di accertare che non solo, come già detto, il testo pubblicato dal «Corriere della Sera» non era «il» documento del SantUffizio; ma anche che il vero documento fu elaborato il 27 marzo 1946, proprio in seguito alle sollecitazioni del Rabbino Herzog, e che fu approvato da Pio XII il giorno dopo.
Per vedere precisamente quali furono le disposizioni del SantUffizio, formalizzate il 28 marzo, occorre inserire nella vicenda il nunzio a Parigi Roncalli. Il futuro Giovanni XXIII, alla fine dellagosto 1946, inviò alla Segreteria di Stato un importante dispaccio. Nel documento Roncalli narrava di aver incontrato nel luglio precedente il Rabbino capo di Francia, dottor Isaiah Schwartz, il quale gli aveva chiesto linteressamento della Santa Sede per risolvere la questione dei «bambini ebrei» ospitati da istituzioni cattoliche o adottati presso famiglie; tali bambini venivano ora richiesti dalle istituzioni ebraiche. Il Rabbino Schwartz desiderava appunto che tali richieste fossero accolte dalla Santa Sede. Nello stesso dispaccio Roncalli informò di aver raccolto le indicazioni dellArcivescovo di Parigi, cardinal Suhard, il quale si era espresso in senso favorevole alle richieste avanzate da Schwartz, temendo in caso contrario «reazione violenta» da parte ebraica, che certamente avrebbe valicato i confini francesi e scatenato contro la Chiesa le ire anticattoliche, in particolare quelle dei comunisti. Sempre il nunzio ricordò di aver ricevuto due lettere (inoltrate in allegato) da Emile-Maurice Guerry, coadiutore dellarcivescovo di Cambrai (il 10 agosto 1946), e dallarcivescovo di Lione Pierre Gerlier (il 17 agosto 1946). Guerry si dichiarava propenso ad accettare, in linea generale, le richieste delle istituzioni ebraiche per gli stessi motivi illustrati da Suhard e aggiungeva che in fondo non doveva trattarsi di molti casi; sarebbe bastato ai richiedenti indicare nomi, cognomi e indirizzo per esaminarli. Anche Gerlier era propenso ad accogliere, salvo casi particolari ben definiti, le richieste ebraiche, e aveva informato il nunzio che la Conferenza episcopale francese aveva ordinato di non battezzare i bambini ebrei, ma che per eccesso di zelo alcune suore avevano disobbedito agli ordini, battezzando i piccoli ospiti. Era appunto su questi casi controversi che si chiedeva lavviso del Vaticano. Di fronte a tali elementi, e senza entrare nel merito della questione sollevata (anche se pareva condividere lopinione di Guerry e di Gerlier), il nunzio Roncalli a sua volta chiese al Vaticano precise istruzioni.
Nella seconda metà del settembre 1946 dal SantUffizio il cardinale Marchetti-Selvaggiani inviò al Segretario per la Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, monsignor Domenico Tardini, un appunto con le norme di condotta sul caso. Tardini ricevette questo documento mentre Roncalli si trovava già in Italia per le sue vacanze: partito infatti da Parigi il 6 settembre alla volta di Sotto il Monte, dal paese natio egli raggiunse Roma il 23 successivo.
Martedì 24 settembre 1946, alle ore 10.30, Roncalli ebbe i suoi primi contatti in Vaticano: «Tardini lungamente racconta nella sua agenda del giorno Barbetta, Grano, Montini lungamente; incontri Ryan, Sigismondi, Riberi, Opere di relig. De Ströbel, Lupi, Silli» (Anni di Francia, cit., p. 230). Non dice Roncalli se nella lunga conversazione con Tardini (o con Montini, che ne era al corrente) si parlò della vicenda dei bambini ebrei e del documento del SantUffizio che Tardini aveva sul suo tavolo da una settimana. Con questi il nunzio si vide anche la mattina del 26 settembre, per «unora di buona conversazione»; incontrò anche Barbetta e Grano. Nessun cenno alla questione dei bimbi ebrei che si stava esaminando in Vaticano; ma certamente Tardini preparò spiritualmente Roncalli allimportante appuntamento fissatogli per il giorno dopo (ivi, pp. 231-232).
Il 27 settembre
1946 Roncalli fu infatti ricevuto da Pio XII a Castel Gandolfo, per tre quarti
dora, ma neppure in questo caso, secondo quanto risulta dalle agende
(Anni di Francia, cit., p. 232), troviamo un cenno alla questione dei bambini
ebrei francesi. Il 30 settembre Roncalli si recò al SantUffizio
per visitare lassessore monsignor Ottaviani. Dalle agende non risulta
che proprio in questa circostanza i due abbiano parlato del documento sui
bambini ebrei. Eppure, come vedremo, già da due giorni Tardini aveva
inviato a Parigi un dispaccio distruzioni riservate per il nunzio.
Il 4 ottobre 1946 Roncalli si congedò dai suoi diretti superiori in
Vaticano e si recò alla volta di Sotto il Monte, da dove avrebbe raggiunto
Parigi il 22 ottobre successivo. Proprio il 23 ottobre, data del documento
reso noto dal «Corriere della Sera», Roncalli pranzò coi
cardinali Liénart, Suhard, Gerlier, Saliège, Petit de Julleville
e Roques, e con degli arcivescovi. «Grande cordialità con tutti».
Nessun accenno particolare. Ma il 24 ottobre egli annotò: «Due
colloqui importanti coi Card. Petit de Julleville e Saliège».
Non si danno tuttavia ulteriori indicazioni. È tuttavia pensabile che
Roncalli non si sia avvalso, in quei colloqui conviviali, delle direttive
della Santa Sede, trovate sul suo tavolo al ritorno dalle ferie?
Le istruzioni vaticane (di cui non sappiamo se Roncalli abbia avuto previa conoscenza a Roma) furono inviate al nunzio da Tardini il 28 settembre 1946. Tardini ricordava che, per ordine del Papa, il SantUffizio si era occupato della questione dei «bambini ebrei» nel corso della sua adunanza plenaria del 27 marzo 1946, sottoponendo le decisioni di merito al Santo Padre il giorno dopo. Fatta questa premessa, il dispaccio di Tardini affrontava direttamente la questione dei bambini ebrei con una trascrizione letterale delle decisioni del SantUffizio, che erano le seguenti: «Gli Eminentissimi Padri decisero che alla richiesta del Gran Rabbino di Gerusalemme non si dovesse rispondere, se ciò fosse possibile. In ogni caso, se qualche cosa fosse necessario dire in proposito, ciò doveva essere fatto oralmente, dato il pericolo di abuso, o di detorsione (sic) che potrebbe essere fatto di un qualsiasi scritto, in merito, proveniente dalla Santa Sede. Eventualmente dovrebbe dirsi che la Chiesa deve fare le sue inchieste e constatazioni per discernere caso da caso, essendo evidente che i bambini che fossero stati eventualmente battezzati non potrebbero essere affidati ad istituzioni che non possono garantire leducazione cristiana di essi. Del resto, anche quei bambini che non fossero battezzati e che non avessero più parenti, essendo stati affidati alla Chiesa, che li ha presi in consegna, non possono ora, finché non sono in grado di disporre di se stessi, essere dalla Chiesa abbandonati o consegnati a chi non ne avesse diritto. Altra cosa sarebbe se i bambini fossero richiesti dai parenti. La decisione degli Eminentissimi Padri e i criteri, ora esposti, furono riferiti al Santo Padre nelludienza del 28 marzo u.s. e sua Santità si degnò di accordare la Sua augusta approvazione».
Se ne deduce
che i casi di cui il Vaticano fu investito dalle autorità religiose
ebraiche riguardavano prevalentemente bambini ebrei rimasti orfani, richiesti
da organizzazioni ebraiche, sulla base di diritti e per la realizzazione di
scopi che alla Santa Sede non apparivano del tutto chiari.
Delle istruzioni del SantUffizio, dianzi illustrate, il documento reso
noto dal «Corriere della Sera» non sarebbe pertanto che una sintesi
alquanto imperfetta, perché priva della parte più importante:
le istruzioni di Tardini a Roncalli. La «resistenza» opposta dalla
Santa Sede alle richieste di istituzioni ebraiche siscrive dunque in
un contesto ben diverso dal rifiuto di consegnare i bambini alle loro famiglie.
Non a caso, la chiusa del documento inviato da Tardini a Roncalli non prefigura
una «tutela minorile pontificia» ad ogni costo. Dopo aver spiegato
i casi in cui la Sede Apostolica continuerebbe ad occuparsi dei minori ebrei,
anche non battezzati, rifiutando di consegnarli «a chi non ne avesse
diritto», il dispaccio di Tardini conclude: «Altra cosa sarebbe
se i bambini fossero richiesti dai parenti».
Vi sono dunque piste più ampie di ricerca e di interpretazione dei fatti: è probabile che le richieste avanzate dalle istituzioni ebraiche siano state dirette non solo al mondo cattolico, ma anche ai cristiani in genere e a un contesto sociale più ampio; su ciò andrebbe indagato meglio. Non va poi trascurato il peso di altri fattori, come la legge francese sulladozione (per eventuali casi di affidamento trasformati in un rapporto adottivo), su cui un nunzio apostolico non avrebbe potuto intervenire. Considerato poi che i «bambini» in questione erano invero minori entro il ventunesimo anno di età, entravano in gioco molte altre questioni: si pensi al lato affettivo e alla psicologia evolutiva di fanciulli cui la Shoah aveva strappato i genitori, senza altri parenti e inseriti in un contesto familiare nuovo che avrebbero dovuto ora abbandonare; si pensi allarido proponimento delle organizzazioni sioniste di «riscattare pienamente» in massa quei fanciulli, di «scalzarli dalla Diaspora» offrendo a chi li aveva ospitati «un riscatto, uno scambio monetario» o addirittura «un carico (prezioso) o un dono». Quasi bastasse, a compensare gli affetti perduti, un semplice do ut des .