
Dossier "Pio XII"
IL VICARIO DI ROLF HOCHHUTH: RIPRESA DI UNA FALSA POLEMICA
Risposta all'Editore Wizartz di Porto Sant'Elpidio
di Matteo Luigi NAPOLITANO
(direttore e fondatore di Vatican Files.net)
Abbiamo letto con moltissima attenzione il comunicato della casa Editrice Wizarts di Porto Sant'Elpidio, emesso il 7 giugno 2004 e riguardante il dramma teatrale Il Vicario di Rolf Hochhuth, di cui la casa editrice ha curato la nuova edizione italiana. A nostro modesto avviso occorre puntualizzare alcune circostanze, per lo meno per ciò che ci concerne, dato che dal predetto comunicato siamo tirati in ballo.
Il comunicato (da noi riprodotto integralmente altrove) è visibile al seguente indirizzo:
http://www.wizarts.it/ufficio-stampa-vicario-beatificazione-pacelli.htm
L'incipit della Wizarts è il seguente:
"Il giorno che le alte gerarchie ecclesiastiche beatificheranno Pacelli. Sarà un giorno memorabile; in tutta la sua pregnanza semantica, cioè di qualcosa che è da ricordare, laddove molte altre cose sono state lasciate scivolare nell'oblio della storia e della memoria storica, fino a confondersi e a confondere noi. La 'macchia' sulla vita di Papa Pacelli, o se non vogliamo chiamarla macchia, possiamo dire ombra, sarà allora cancellata del tutto; e probabilmente a farne le spese saranno anche vittime innocenti, testi come 'Il Vicario' di Rolf Hochhuth".
Ora, a nostro avviso, il problema della beatificazione di Eugenio Pacelli, "in arte" Pio XII, non riguarda affatto lo storico, che non è un teologo né un esperto di dommatica. Lo storico ha il diritto/dovere di studiare ogni tema facendo uso della documentazione disponibile. E, che piaccia o no, la documentazione oggi disponibile dimostra che Pio XII fece tutto il possibile per salvare gli ebrei, collocandosi (pur nella doverosa neutralità impostagli dal carattere intrinseco della Santa Sede) nello schieramento ostile ai nazifascisti, ossia dalla parte degli alleati.
Ripetiamo: piaccia o no, i documenti conducono a queste conclusioni, che quarant'anni di pubblicazioni (non esegetico-apologetiche) hanno messo davanti agli studiosi.
Val la pena dare un sommario saggio delle fonti primarie oggi disponibili sul "caso Pio XII".
Fra le maggiori serie archivistiche, occorre consultare le seguenti:
Archivio Storico-Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, Roma, Affari Politici (Santa Sede)
Archivio della Provincia di California della Compagnia di Gesù, Los Gatos, California, Carte di Robert A. Graham
Archivio della Postulatura della Diocesi di Zagabria, Documenti sull' istruttoria del processo di beatificazione di mons. Alojzije Stepinac
National Archives and Records Administration (NARA), College Park, Maryland: RG 84: Department of State & Foreign Affairs Records - Box 122; RG 226: Records of the Office of the Strategic Services (OSS), Boxes: 3, 5, 162, 163, 215, 219, 226, 349, 484; RG 226: M1642: Records of the Washington's Director Office of the OSS, Rolls 20, 22, 24, 30, 49, 98, 109, 119
Fra i documenti editi, occorre ricordare le seguenti collane:
Acta Apostolicae Sedis, Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, voll. XXXI-XXXVII
Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 1965-1981, 11 voll.
Akten zur deutschen Auswärtigen Politik, Bonn; Serie E: Vandenhoeck & Ruprecht in Göttingen, 1956 ss.
Jochen von Lang
(mit Claus Sibyll), Das Eichmann-Protokoll: Tonbandaufzeichnungen der israelischen
Verhöre, Berlin: Severin und Siedler,
1982
Der Notenwechsel zwischen dem Hl. Stuhl und der deutschen Reichsregierung, a cura di Dieter Albrecht, Mainz 1969
Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, 40 voll., Città del Vaticano: Tipografia Poliglotta Vaticana, 1955-1959
Documents Diplomatiques Français, Paris: Imprimerie Nationale
Documents on British Foreign Policy 1919-1939, Third Series, vol. VII, London: Her Majesty's Stationery Office
Documents on German Foreign Policy, London-Washington D.C.
Foreign Relations of the United States, Washington D.C.: U.S. Government Printing Office, 1956 ss.
I Documenti Diplomatici Italiani, Serie Nona e Decima, Roma: Istituto del Poligrafico e Zecca dello Stato-Libreria dello Stato
The Trial of Adolf Eichmann: Records of Proceedings in the District Court of Jerusalem, Jerusalem, 1993
Ritornando al tema che qui ci occupa, forse si sarebbe potuto far meglio e di più, ma questa è una considerazione ex post, da uomini dei nostri tempi. Ci spiace quindi che la Wizartz confessi tutta la vostra confusione di fronte a questo tema. Gli archivi sono aperti, i documenti pubblicati. Vanno solo letti e messi a confronto con quanto scrive Hochhuth, sia nel testo teatrale sia in quella specie di "saggio storico" (dacché Hochhuth pretende anche di posare da storico) da lui proposto alla fine.
Più grave è che voi (non so se per il battage necessario a ogni piccolo editore per "bucare" il mercato librario producendo sensazione) consideriate Hochhuth una vittima innocente. Vittima di chi? Del Vaticano?
Devo ricordare che la prima edizione del "Vicario" è stata pubblicata da Feltrinelli nel 1964. Dopo di che è sparita. si può mai credere che un editore come Feltrinelli non abbia mai più ristampato "Il Vicario" solo per compiacere il Vaticano? Se bisogna considerare Hochhuth una vittima, dobbiamo dire che egli è semmai vittima di un sistema editoriale (laico e vicino, se non organico, al PCI) che per quarant'anni ha scelto di non pubblicare più il suo testo teatrale. Perché ciò è accaduto? Che cosa mai ha impedito a Feltrinelli di ristampare un'opera così anticlericale, di così capitale memoria collettiva cosiddetta "laica"?
Tornando a parlare del "Vicario", la Wizartz osserva che l'opera "già adesso sta scontando il prezzo di tante polemiche. A distanza di quarant'anni dall' uscita del libro per la Rowohlt di Reinbek e dalla sua prima rappresentazione in teatro in Germania nel 1963, la pièce viene rappresentata in decine di nazioni oggi - è in cartellone ad esempio al Berliner Ensemble con l'ultimo allestimento dal 2001 e l'autore vanta la sua presenza in ben trentotto nazioni, senza alcun segno di declino".
Noi non crediamo che il successo di un'opera teatrale, di fantasia e non certo storiografica, equivalga a sancirne l'esattezza scientifica. Si consideri poi che gli allestimenti teatrali sono stati vari e con tante "revisioni"; mentre agli spettatori in sala non è mai stata data alcuna possibilità di leggere il saggio storiografico allegato al testo teatrale, e di raffrontarlo su altre fonti.
Occorre spiegarsi meglio, e lo faremo con le parole di Jacques Nobécourt (storico notoriamente non apologeta di Pio XII, e che al "Vicario" ha dedicato non un articoletto, ma un libro di oltre quattrocento pagine:
"Il Vicario
- ha scritto Nobécourt in quel libro - è la trasposizione pressoché
letterale dell'incubo personale di Hochhuth, dove il mito della
corresponsabilità, l'ossessione del crimine che egli non ha personalmente
commesso ma che avrebbe potuto commettere, si trascrivono in termini
accessibili a tutti i suoi contemporanei. Quest'ossessione è il solo
suo filo conduttore per risalire alla ricerca del tempo perduto, abolire quegli
anni che lo separano da Riccardo, da Gernstein, da Jacobsen o dal dottore. Tutto
l'orrore dell'incubo pervade l'azione [...]. Ogni ricerca di
definizione si perde dunque nelle sabbie della moltitudine d'interpretazioni.
Vi sono tanti Vicari quanti spettatori, diceva giustamente François Bondy.
E pertanto l'opera s'impone da sé. Conviene forse collegarla a tipi di
elaborazione intellettuale diversi da quelli di cui conosciamo le norme classiche."
(J.Nobécourt, le Vicaire et l'Histoire, Paris, Seuil, 1964, pp. 74 ss).
"La questione del silenzio [di Pio XII] - ha osservato ancora Nobécourt in altra occasione - posta nel vuoto di un palcoscenico teatrale, angosciava spettatori le cui complesse motivazioni psicologiche o storiche trovano sostegno nell'efficace semplicismo dell'azione teatrale e delle parole degli attori" (Jacques Nobécourt, "Silence" de Pie XII, in Dictionnaire Historique de la Papauté, Paris, 1995. Trad. it.: Dizionario Storico del Papato, Milano: Bompiani, 1996, pp. 1183-1189).
E che cosa ha detto a proposito del "Vicario" uno dei protagonisti degli eventi, il Rabbino di Danimarca Marcus Melchior?
"Io credo - ha egli dichiarato - che sia un errore pensare che Pio XII avrebbe potuto esercitare una qualunque influenza sul cervello di un pazzo. Se il Papa avesse parlato, Hitler avrebbe probabilmente assassinato più di sei milioni di ebrei e forse dieci volte dieci milioni di cattolici, se fosse stato in suo potere disporre di tante vite umane. Personalmente sento una genuina sete di giustizia, prendendo posizione contro il dramma ['Il Vicario' di Hochhuth]. È tragico che esso sia apparso sulle scene proprio quando i cattolici con Papa Giovanni XXIII e il suo Successore stanno tentando di portare la tolleranza tra le Chiese" (Marcus Melchior, "Un attacco contro un inerme", in "L'Osservatore della Domenica", a. XXXI, n. 26: 28 giugno 1964, p. 49).
Per questa stessa ragione, le autorità israeliane cercarono di vietare la rappresentazione del dramma in cartellone al teatro Habima di Tel Aviv (cfr. Alberto Melloni, "L'altra Roma", p. 242 e nota 26 per i riferimenti documentari negli archivi diplomatici israeliani, consultati da Melloni).
E che cosa ha scritto Raffaele Cantoni, all'epoca responsabile della DELASEM, l'organizzazione ebraica che si occupava del salvataggio degli ebrei dalla Shoah?
"Se fosse vero quanto si afferma nel lavoro teatrale di un tedesco [Hochhuth] che quei fatti non ha visto e non ha constatato come noi quello che avvenne a Firenze, a Roma, a Milano, a Genova e in cento altre città d' Europa investite dal Nazismo, dove i vescovi per primi si prodigarono a difesa degli ebrei, non sarebbe avvenuto. La Chiesa cattolica ha dato invece a noi ebrei la prova di aver salvato tutti quelli che ha potuto salvare [...]. Si nomini Pio XI o Pio XII o Giovanni XXIII, hanno salvato degli uomini d' Israele, cioè dei figli di Abramo e li hanno salvati in quanto figli di Dio, come e quanto si sono impegnati di salvare i cristiani. Fin da quando i regimi di Hitler cominciarono [sic] a guardare a noi ebrei come dei cani appestati che avrebbero potuto infettare la razza ariana, subito noi guardammo e pensammo ad una protezione da parte della Chiesa e del Papa. Noi eravamo certi che avremmo potuto contare sul Papa e sulla Chiesa nell'ora del pericolo e non ci ingannammo. I miei correligionari massacrati dai nazisti sono stati sei milioni, ma avrebbero potuto essere ben più numerosi se Pio XII non fosse intervenuto efficacemente [...]. Le cose e la verità parlano da sé e la storia non si cambia e l'azione della Chiesa e del Papa Pio XII resterà come quella di un Pontefice che ha fatto tutto il possibile per salvare degli uomini, mentre i nazisti si sono coperti di vergogna per sempre" (Raffaele Cantoni, "Ha fatto tutto il possibile per salvare gli uomini", in "L'Osservatore della Domenica", cit., pp. 67-68).
Mica male per un ebreo ateo, massone e fondamentalmente anticlericale...
Ora, se questi
pochissimi esempi di "revisionismo" possano o no bastare a sottolineare
che, dal punto di vista storiografico, le tesi del 'Vicario'
non sono considerate degne di considerazione, non sappiamo. Ma questo ci sembra,
come dire, il "minimo sindacale" (un solo assaggio) di documentazione,
come si è visto di parte non sospetta, che discute criticamente il "caso
Hochhuth".
"In Italia - prosegue il comunicato della Wizarts - invece resta un'opera molto scomoda, soggetta a tentativi di marginalizzazione e il tema diventa sempre più oggetto di ampio revisionismo". E a questo punto l'editore marchigiano tira in ballo chi scrive ed altri.
"Non passa
un anno - si legge nel comunicato - senza che qualcuno venga a pubblicare eclatanti
presunte nuove rivelazioni sulla questione, e gridi alla verità ritrovata.
Gli articolisti dicono di avere avuto per le mani finalmente la prova finale
su cosa successe e perché, di potere insomma finalmente riscrivere la
storia... Questi autori, neanche a dirlo, sono ad esempio Matteo Luigi Napolitano,
docente di Storia dei rapporti fra Stato e Chiesa e Storia dei trattati e politica
internazionali all'università di Urbino e da Andrea Tornielli, vaticanista
del quotidiano Il Giornale, che pubblicano in questi giorni per Piemme Il
Papa che salvò gli ebrei. Dagli archivi segreti del Vaticano tutta la
verità su Pio XII. Gli stessi si vantano di aver scritto: Andrea
Tornielli, Pio XII, il Papa degli Ebrei (Casale Monferrato 2001) e Matteo
Luigi Napolitano, Pio XII tra guerra e pace. Profezia e diplomazia di un
papa (1939-1945) (Roma 2002), [...]Questa lunga fila editoriale - badate
bene - è puramente nazionale, cioè resta soltanto circoscritta
al di qua delle Alpi . poiché al di là l'accoglierebbero con tutt'altro
atteggiamento, e sarebbero fortunati a ricevere un sorriso bonario e una pacca
sulla spalla. Nessuno di questi autori ha visto queste opere tradotte all'estero,
ma a loro non importa neppure, tanto è qui in Italia che devono far parlare,
e farci dimenticare [...] Ciascuno di questi autori si è però
dovuto limitare alla sola pubblicazione della propria opera pro-Pacelli in lingua
italiana. Pare infatti che a queste notevoli rivelazioni non abbiano mai prestato
orecchio gli editori esteri. Eppure ne sarebbe bastato uno, così tanto
per dire che la cosa era risaputa anche fuori dall'Italia".
A parte lo sconfinamento nella malacreanza, che presumiamo dovuto a limiti personali del redattore della nota, va anche rilevata l'assoluta disinformazione del predetto redattore, che nella migliore dell'ipotesi potremmo tacciare di deliberata ignoranza, sia sul lavoro di chi scrive sia su quello altrui .
In primo luogo, chi scrive non è un "articolista", ma uno storico che studia gli archivi e i documenti, con un sacrificio personale imposto da un lavoro che nella maggior parte dei casi prevede almeno sei fusi orari di distanza dalla propria vita privata.
In secondo luogo, il libro che ci si "vanta" di aver scritto è appunto basato su un periodo di studio trascorso negli archivi americani (peraltro con l'11 settembre di mezzo), e su una ragguardevole mole di fonti inedite ed edite di cui Hochhuth sicuramente ignora l'esistenza (come ignorava la differenza tra Gertrude Stein ed Edith Stein, e l'errore marchiano si evince dalla prima edizione tedesca del "Vicario"). Se possiamo dare un consiglio alla Wizarts e ai suoi collaboratori, esso è di menzionare le opere altrui dopo averle perlomeno sfogliate. Peraltro il libro Pio XII tra guerra e pace, di cui l'editore marchigiano sfoggia una conoscenza assai "tangenziale", ha un primo capitolo proprio dedicato al "Vicario", letto e criticato sulla base delle fonti e soprattutto seguendo la magistrale lettura fattane da Nobécourt. Insomma: sapere sempre di che cosa si parla quando se ne parla.
In terzo luogo, è proprio sicura la Wizarts di avere a che fare con una teoria di autori apologeti di Pio XII "puramente nazionale" ossia "soltanto circoscritta al di qua delle Alpi"? E' proprio sicura la Wizarts che al di là delle Alpi questi autori sarebbero accolti "con tutt'altro atteggiamento, e sarebbero fortunati a ricevere un sorriso bonario e una pacca sulla spalla"?
In queste parole la Wizartz confessa l'approccio da cui pur vorrebbe rifuggire. "Nessuna paura. Non siamo spocchiosi. Nessuno vi morderà ne vi lapiderà", dichiara la Wizarts dalle colonne del suo sito, invitando i lettori a scriverle. C'è da essere tranquilli.
Ma per ulteriore tranquillità (e maggior conoscenza) della Wizarts, ci preme indicare alcuni collegamenti ipertestuali che ne sconfessano i facili assunti:
http://www.manilatimes.net/national/2003/may/03/opinion/20030503opi2.html
http://www.ewtn.com/library/ISSUES/ZFORGOPR.HTM
http://www.catholic.org/featured/headline.php?ID=958
http://www.fides.org/eng/news/2004/0405/25_2433.html
http://www.isn.ethz.ch/php/services/publication_list.htm
http://www.holycross.edu/departments/history/vlapomar/hiatt/piusXII.htm
I predetti collegamenti, che riguardano chi ora scrive, non sembreranno granché alla Wizarts, ma almeno dimostrano che il lavoro del sottoscritto e la conoscenza che se ne ha non sono circoscritti dall'italica catena alpina. Occorre aggiungere che nel libro di Philippe Chenaux, Pio XII diplomatico e pastore, uscito in Francia nell'ottobre 2003 e appena tradotto in Italia, il libro Pio XII tra guerra e pace viene citato; il che dimostra che, pur senza esser stato ancora tradotto all'estero, esso è comunque noto oltre confine.
Interessante è poi quanto si legge poco oltre nel comunicato della Wizarts:
"Il[...]testo
di Giovanni Sale - gesuita della Civiltà Cattolica - viene recensito
sul quotidiano della conferenza episcopale italiana, Avvenire da
Gian Maria Vian, storico della Chiesa e ordinario di filologia patristica all'Università
di Roma La Sapienza con parole che lasciano interdetti:
Nel 1939 e nel 1940 questo papa si mostrò riservatamente disponibile
a sostenere un rovesciamento del regime hitleriano, condannando gli orrori bellici
e le persecuzioni antiebraiche sino alla conclusione del conflitto. Una
simile affermazione - prosegue la nota della Wizarts - da parte
di uno storico stravolge le conoscenze comuni a tutti noi, perché il
Papa usò termini ambigui nelle sue due pubbliche dichiarazioni non nominando
mai direttamente le persecuzioni degli ebrei, come tutti sanno. Modificare questo
significa scendere nella pura fantasia".
Al contrario della Wizarts, noi crediamo che molta meraviglia sia destata da semplice ignoranza, nel senso tecnico e non morale del termine. Infatti, solo ciò che s'ignora (benché sia noto da tempo) appare a chi lo ignora come assolutamente nuovo, inusitato e inaudito. Sul fatto che Pio XII fu messo al corrente e favorì i vari tentativi per rovesciare Hitler, i documenti sono noti da tempo (ossia dalla fine degli anni Sessanta). Si trovano al Public Record Office e sono aperti al pubblico. Ciascuno può verificare da sé. Dal lato americano, le ricerce di Mark Riebling hanno fatto il resto.
Parlando poi della copertina scelta per la nuova edizione del "Vicario" (quella copertina che raffigura Pio XII nell'atto di volger le spalle a chi guarda e col lembo della veste bianca macchiato di sangue), la Wizarts afferma:
"Consideriamo come la ciliegina il commento di Barbara Marino che nel recensire il libro di Matteo Luigi Napolitano e Andrea Tornielli cita la copertina dell'ultima edizione de 'Il Vicario' come una vergognosa e infamante copertina nella quale si vede il Pontefice con la veste bianca macchiata del sangue degli ebrei. A tale proposito, ringraziamo la suddetta Marino di averci dato una nuova chiave di lettura della nostra stessa copertina, di cui fino ad ora ci era sfuggita la forza tragica. Vorremmo quindi correggere il tiro, ricordando che - insieme all'autore dell 'immagine, Mauro Cicarè, del quale abbiamo la massima stima - la veste era stata sì colorata di rosso, ma di un rosso cardinalizio, in cui si voleva vedere l'ambiguità con il rosso bolscevico, dal quale la chiesa era in fuga - e forse lo è ancora oggi - preferendogli un avvicinamento verso il nazismo pur di potersene allontanare definitivamente. Che l'immagine possa essere interpretata anche nel senso del sangue ebraico non ci avevamo pensato. Si sa che il sangue è sangue e basta, la provenienza è sempre discutibile: sangue di ebreo, di slavo, di comunista o di malato di mente, pari sono, una volta accomunati dal forno le differenze sfumano. Ci spieghino, di grazia, come hanno colto il dettaglio dell'ebraico nel sangue".
Questo, ci si consenta il dirlo, è un mero arzigogolo ex post. Nella copertina della nuova edizione del Vicario, il papa volge le spalle allo spettatore, col lembo della veste bianca macchiato di sangue. Associata quest'immagine alla tesi contenuta nel Vicario, quella del "colpevole silenzio" di Pio XII di fronte alla Shoah, si evince che questo papa si disinteressò dell'umanità volgendole le spalle e pertando macchiandosi del sangue delle sue sofferenze (specialmente di quello degli ebrei). Apprezziamo molto il tentativo di "correggere il tiro", ma esso rimane un mero esempio di arrampicata sugli specchi.
La Wizarts, si avventura poi nella seguente dichiarazione:
"Renato Moro,
come dice [...] Magister, riconosce che in campo storiografico si è sostanzialmente
imposta la tesi non di uno storico ma di
un drammaturgo, Rolf Hochhuth, l'autore di Il Vicario, oggi divenuto
anche un film col titolo di Amen".
Questo è altro esempio di disinformazione. Il professor Moro scrive che, nel Vicario, "ideologia, storia e libera ricostruzione fantastica si intersecavano però al suo interno come dei piani confusi" (Renato Moro, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 22). Egli scrive che quella di Hochhuth è una ricostruzione esagerata e forzata (p. 28-29). E scrive ancora che "la simpatia del papa per il nazismo supposta da Hochhuth è dunque una spiegazione assolutamente da scartare (p. 110). Come da scartare è la pretesa di una pavidità di Pio XII, di una sua paura nei confronti di Hitler (p. 156).
E che cosa scrive il professor Giovanni Miccoli, dalle cui interpretazioni assai critiche verso Pio XII pur ci sentiamo lontani? Egli scrive che Il Vicario è stata solo la causa occasionale di un dibattito maturo sul ruolo di Pio XII, sotto l'effetto del pontificato di Giovanni XXIII (interpretazione questa che non condividiamo). E che fu causa occasionale "per le sue stesse caratteristiche" di opera "non poco svisante e fuorviante" (Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Milano, Rizzoli, p. 2). Perché Miccoli scrive che Il Vicario è un'opera "svisante e fuorviante"? Il professore triestino lo spiega in una corposa nota: "Perché opera di teatro, in primo luogo, con evidenti accentuazioni e forzature, che non costituiscono la base migliore per una discussione non settaria. E perché è anche difficile sottrarsi, leggendola, a una sottile impressione che si tratti della ricerca di un capro espiatorio, di una sorta di chiave giustificativa per le complicità, le connivenze, l'indifferenza, le omissioni di settori non secondari della società tedesca verso i crimini di Hitler e del nazismo" (Ivi, nota 1 a p. 415).
Rinnoviamo il consiglio alla Wizarts di sapere sempre ciò di cui si parla quando se ne parla...
Il piccolo editore marchigiano rileva poi che in Italia, a differenza che all'estero dove si è imposto, Il Vicario è " mancato per ben quarant'anni dalle scene e dalle librerie". "Precisiamo che non è mai stato realmente censurato, come si cerca di far credere, è solo che nessun editore ha avuto il coraggio di farsi carico della sua "riesumazione". Non uno in quarant'anni. Molto ci sarebbe da dire sull'abitudine tutta nazionale di autocensurarsi per ottenere benevolenza dai cattolici integralisti".
Noi crediamo che la Wizarts, riesumatrice del Vicario debba chiedere conto di tutto questo all'illuminato editore Feltrinelli, ardente faro della sinistra culturale italiana, che ha detenuto a lungo i diritti per l'Italia dell'opera di Hochhuth senza mai ristamparla dopo il 1964, fungendo così da "imbalsamatore" del Vicario: non è chiaro per compiacere chi.
Va senza commento poi l'osservazione della Wizarts secondo cui "le tesi fondamentali non sono mai state scalfite da questi nuovi libri. Gli elementi fondanti la pièce sono sempre validi". La palmare ignoranza (ovviamente tecnica) del dibattito storiografico e delle risultanze documentarie in proposito si commenta da sé.
Ma ecco poi una vera e propria "capriola storiografica" in cui la Wizarts si produce:
"Non ci interessa infatti il comunicato di Pacelli [ma quale comunicato? E perché non interessa?], ma il commento che ne fa l'ambasciatore di Hitler presso la Santa Sede il signor von Weizsäcker in un messaggio datato 28 ottobre 1943 al ministro per gli esteri [sic] a Berlino dove si commenta il comunicato di tre giorni prima, fatto dal Papa. Weizsäcker informa in pratica che dal Vaticano tutto è a posto". Non ci dovrebbero essere ulteriori problemi. Il messaggio infatti viene definito sufficientemente criptico e di difficile collegamento con le deportazioni ebraiche. Inoltre si afferma che Pacelli non si è fatto convincere a prendere alcuna misura dimostrativa contro le deportazioni e che si è adoperato per non guastare i rapporti col governo tedesco. Da notare inoltre che le date sono piuttosto agghiaccianti, come fa notare Hochhuth e di difficile modificazione anche qualora spuntassero ulteriori documenti segreti vaticani. La data del comunicato papale è infatti dell'ottobre del 1943. Eravamo già dopo l'otto settembre, quindi in piena liberazione dagli alleati [sic]. I forni dovevano però andare ancora a regime. Sarebbe successo solo più tardi, infatti, solo nell' estate del 1944 si sarebbe avuto il massimo picco di "lavoro" nei campi di sterminio. Roma viene liberata e il 6 giugno del 1944 l'Osservatore Romano scrive: "Il primo nostro pensiero sia un atto di pieno e devoto ringraziamento al Signore. Roma è salva".
Rileviamo che la Wizarts dimostra vivace inventiva storiografica: nell'ottobre 1943 "siamo in piena liberazione dagli alleati"? Ma le truppe tedesche non varcano il Brennero all'indomani dell'8 settembre? E il Re d'Italia non fugge da Roma? E come mai, in una siffatta "piena liberazione dagli alleati", gli ebrei romani sono deportati il 16 ottobre 1943? Come è possibile l'eccidio delle Fosse Ardeatine? Roma non viene liberata il 4 giugno 1944? E il Vaticano, dall'8 settembre 1943 al 4 giugno 1944 non è un enclave della Roma occupata dai nazisti?
A parte dunque marchiani errori storici, va poi rilevata una volta per tutte l'erronea presentazione di Hochhuth in merito ai fatti riguardanti la deportazione degli ebrei romani "sotto le finestre del Papa".
Fritz Kolbe, un funzionario tedesco che durante la guerra passò documenti ai servizi segreti americani , ha lasciato traccia di sé in un fondo denominato "Kappa", le cui carte riguardano il Vaticano. Vi si trova, fra l'altro, anche una comunicazione dell'ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weizsäcker, resa nota da padre Graham sulle pagine di Civiltà Cattolica. Questo documento racconta della convocazione dell'ambasciatore tedesco in Vaticano immediatamente dopo la retata compiuta da Kappler nel quartiere ebraico di Roma, il 16 ottobre 1943 (ma invero, a quel che sembra, iniziata nella tarda serata del giorno prima). Che cosa si dissero Maglione e von Weizsäcker, quel 16 ottobre. Saputo della retata, Maglione aveva chiesto a von Weizsäcker d'intervenire in favore degli ebrei romani, «in nome dell'umanità, della carità cristiana».
«Io mi attendo sempre che mi si domandi: perché mai voi rimanete in codesto vostro ufficio», rispose Weiszäcker. Maglione disse che tuttavia non gli avrebbe rivolto una simile domanda. «Le dico semplicemente: Eccellenza, che ha un cuore tenero e buono, veda di salvare tanti innocenti. È doloroso per il Santo Padre che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre comune siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono ad una stirpe determinata». «Che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?», chiese l' ambasciatore tedesco. «La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione», fu la risposta del Segretario di Stato. A questo punto, Weizsäcker espresse tutta la sua ammirazione per l'opera svolta sino a quel momento dal Vaticano. Ma, visibilmente preoccupato, prospettò le gravi conseguenze per un passo della Santa Sede. Maglione, dopo averlo rassicurato sul fatto che gli si stava solo chiedendo d'intervenire per un senso d'umanità, lasciandolo libero nel suo proposito di non svelare a Berlino i contenuti della loro conversazione, aggiunse che la Santa Sede avrebbe cercato di non far nulla contro il popolo germanico. «Dovevo però pur dirgli che la Santa Sede non deve essere messa nella necessità di protestare: qualora la Santa Sede fosse obbligata a farlo, si affiderebbe, per le conseguenze, alla Divina Provvidenza» .
Ed ecco come von
Weizsäcker riferì al suo governo dei contatti avuti con la Santa
Sede. Scriveva egli il 17 ottobre, quindi subito dopo il colloquio col
Cardinal Maglione:
«Posso
confermare la reazione del Vaticano di fronte alla deportazione degli ebrei
di Roma, come vi ha riferito mons. Hudal. La Curia è particolarmente
colpita, perché l'azione si è svolta, per così dire, sotto
le finestre del papa. La reazione sarebbe forse attenuata se gli ebrei fossero
utilizzati per dei lavori in Italia. Gli ambienti ostili di Roma colgono l'occasione
per costringere il Vaticano ad uscire dal riserbo. Si afferma che, nelle città
francesi dove erano accaduti fatti analoghi, i
vescovi avevano preso apertamente posizione. E il papa, come capo supremo della
Chiesa e vescovo di Roma non potrebbe farne a meno. Si è cominciato a
paragonare il papa attuale con il più energico Pio XI. La propaganda
dei nostri nemici all'estero coglierà certamente questa occasione per
provocare una tensione fra la Chiesa e noi».
Qualche giorno dopo, il 28 ottobre 1943, von Weizsäcker tornò sull'argomento con il seguente dispaccio:
«Nonostante le pressioni esercitate su di lui da diverse parti, il papa non si è lasciato indurre a nessuna dichiarazione di protesta contro la deportazione degli ebrei di Roma. Sebbene egli si renda conto che tale atteggiamento gli verrà rimproverato dai nostri nemici e dai circoli protestanti dei paesi anglosassoni con intenti di propaganda anticattolica, in questo delicato problema ha fatto di tutto per non peggiorare le relazioni con il Governo e le autorità a Roma. Dato che qui a Roma non si dovrebbero più prendere misure contro gli ebrei, possiamo considerare liquidata questa spiacevole faccenda per le relazioni tedesco-vaticane».
Come si vede, von Weizsäcker tenne all'oscuro il suo Governo, non solo del colloquio avuto il 16 ottobre con il Cardinal Maglione, ma anche della prospettiva che la Santa Sede protestasse contro la deportazione degli ebrei romani. I suoi dispacci, inoltre, rivelavano una forma quanto mai involuta, autorizzando a trarre alcune precise conclusioni:
«Egli non aveva mai riferito - ha scritto Graham - per ragioni che giudicava valide, che il Vaticano aveva protestato il 16 ottobre, usando un linguaggio indiretto, destinato poi ad essere male interpretato nel dopoguerra. A quel tempo egli si limitò a dire che "la Curia è particolarmente preoccupata a causa di quanto era accaduto, per così dire sotto la finestra del Papa", senza fare menzione di un'esplicita convocazione del cardinale Segretario di Stato. L'obliquo e apparentemente casuale ritorno su questo argomento, due giorni dopo, è rivelatore del metodo di Weizsäcker, che disorientò più tardi gli storici».
Non va infattti dimenticato che il cardinal Maglione si era rimesso al giudizio di Weizsäcker «di fare o non fare menzione della loro conversazione, che era stata tanto amichevole». Se ne deduce pertanto che la Santa Sede non temeva nemmeno l'eventualità che l'ambasciatore tedesco facesse un completo resoconto a Berlino della conversazione avuta con Maglione, il quale aveva anche detto che la Santa Sede si sarebbe affidata, «per le conseguenze, alla divina Provvidenza».
Sarebbe bastato,
invero, confrontare le fonti tedesche con quelle britanniche, e in particolare
con il testo di un dispaccio del ministro in Vaticano Osborne al suo governo,
datato 31 ottobre 1943, per convincersi che la protesta della Santa Sede contro
la deportazione degli ebrei romani era
stata abbastanza energica.
Ecco quanto scriveva Osborne:
«Non appena seppe degli arresti di ebrei a Roma, il Cardinale Segretario di Stato diresse e formulò all'Ambasciatore tedesco una [sorta?] di protesta. L'Ambasciatore si mosse immediatamente con il risultato che gran parte di loro fu rilasciata.L'intervento vaticano sembra dunque esser stato efficace nel salvare un certo numero di queste sfortunate persone. Ho chiesto di sapere se potessi io riferir questo e mi fu detto che avrei potuto ma solo per nostra conoscenza e non per darne pubblica ragione, poiché ogni pubblicazione d'informazioni condurrebbe probabilmente a nuove persecuzioni» (Osborne a FO, 31 ottobre 1943 tel. 400, PRO, Kew, UK: FO 371/37255).
"Il fatto
è - ha scritto Nobécourt - che la formulazione [di Weizsäcker]
nascondeva completamente la verità, la quale era la seguente: Pio XII,
avvertito fin dal primo momento dalla Principessa Pignatelli, aveva immediatamente
agito, da un lato tramite due religiosi tedeschi, l'uno
appartenente al suo entourage diretto, il padre Pfeiffer, l'altro rettore del
seminario tedesco, monsignor Hudal".
D'altra parte,
come abbiamo visto, anche Maglione aveva convocato Weizsäcker, il quale
aveva chiesto di non far parola a Berlino del loro colloquio e delle rimostranze
della Segreteria di Stato. E si è visto anche che la Santa Sede aveva
pregato il Ministro britannico Osborne di non
divulgare, onde evitare guai peggiori (presumibilmente la ripresa delle deportazioni),
la notizia della protesta vaticana presso l'ambasciatore
tedesco.
"Due ore dopo - scrive ancora il laico, non filopapale Nobècourt - il rastrellamento fu sospeso e quattromila ebrei minacciati trovarono asilo in conventi e collegi ecclesiastici, e altri presso Italiani. Ma dei mille deportati ad Auschwitz, per due terzi donne e bambini, solo quindici tornarono. L'operazione sarebbe stata interrotta se il Cardinale Maglione non si fosse dichiarato d'accordo con la discrezione dell'ambasciatore, contando sul fatto che questi sarebbe intervenuto personalmente, cosa che verosimilmente fece? Stranamente, dopo la guerra Weizsäcker si attenne sempre alla versione del non intervento di Pio XII, persino nei confronti dei suoi diretti collaboratori. Tacque sempre la sua convocazione da parte del Segretario di Stato, probabilmente per non aggiungere l'accusa del proprio silenzio alle altre che gli venivano mosse" (Jacques Nobécourt, Il "silenzio" di Pio XII, in Dizionario Storico del Papato, a cura di Philippe Levillain, Milano: Bompiani 1996 p. 1186; cfr. ADSS, vol. 9, doc. 506).
Il dramma di Rolf Hochhuth, che vede protagonisti anche degli ebrei romani deportati ad Auschwitz sotto gli occhi del Papa, si basa dunque su fonti quanto mai inaffidabili, come i predetti due dispacci di von Weizsäcker a Berlino (filtrati dalla documentata sua mania di far vedere a Hitler che tra Vaticano e Germania erano sempre rose e fiori; e che sono anche il fulcro della tesi accusatoria di Friedländer nel suo libro del 1964). Troppo poco perché Il Vicario possa costituire quella che Carlo Bo ha definito «un piedistallo di credibilità».
«Per
giunta - ha scritto il Nobécourt - Hochhuth fece del suo dramma un dossier
che generalizzava l'accusa di passività della Santa Sede di fronte
allo sterminio degli ebrei, evocando una Chiesa cattolica che deliberatamente
ignorava i fatti per antisemitismo e desiderio di tener buono Hitler. Gli ADSS
[ossia i documenti vaticani, successivamente pubblicati] cancellarono quasi
completamente queste imputazioni» (Jacques
Nobécourt, Il "silenzio" di Pio XII, cit., p. 1186).
Quasi
completamente. Perché i documenti vaticani non contribuirono affatto
a placare il processo di "depacellizzazione" in corso nel panorama
culturale italiano, con un'intellighentsija sempre prona all' equivalenza
tra polemica e storia, e sempre pronta, con il suo dubito ergo sum, a
sospettare delle fonti vaticane e dei criteri della loro selezione; onde riaffermare
il monopolio della verità storica .