DOSSIER PIO XII

COMUNICATO STAMPA DELLA WIZARTZ SULLA NUOVA EDIZIONE DEL "VICARIO" DI ROLF HOCHHUTH

7 Giugno 2004

 

Il giorno che le alte gerarchie ecclesiastiche beatificheranno Pacelli sarà un giorno memorabile, in tutta la sua pregnanza semantica: cioè di qualcosa che è da ricordare, laddove molte altre cose sono state lasciate scivolare nell’oblio della storia e della memoria storica, fino a confondersi e a confondere noi. La ‘macchia’ sulla vita di Papa Pacelli, o se non vogliamo chiamarla macchia, possiamo dire ombra, sarà allora cancellata del tutto; e probabilmente a farne le spese saranno anche vittime innocenti, testi come “Il Vicario” di Rolf Hochhuth. Che già adesso sta scontando il prezzo di tante polemiche. A distanza di quarant’anni dall’uscita del libro per la Rowohlt di Reinbek e dalla sua prima rappresentazione in teatro in Germania nel 1963, la pièce viene rappresentata in decine di nazioni oggi – è in cartellone ad esempio al Berliner Ensemble con l’ultimo allestimento dal 2001 e l’autore vanta la sua presenza in ben trentotto nazioni, senza alcun segno di declino. In Italia invece resta un’opera molto scomoda, soggetta a tentativi di marginalizzazione e il tema diventa sempre più oggetto di ampio revisionismo. Non passa un anno senza che qualcuno venga a pubblicare eclatanti presunte nuove rivelazioni sulla questione, e gridi alla verità ritrovata. Gli articolisti dicono di avere avuto per le mani finalmente la prova finale su cosa successe e perché, di potere insomma finalmente riscrivere la storia ... Questi autori, neanche a dirlo, sono ad esempio Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia dei rapporti fra Stato e Chiesa e Storia dei trattati e politica internazionali all’università di Urbino e da Andrea Tornielli, vaticanista del quotidiano Il Giornale, che pubblicano in questi giorni per Piemme Il Papa che salvò gli ebrei. Dagli archivi segreti del Vaticano tutta la verità su Pio XII.Gli stessi si vantano di aver scritto: Andrea Tornielli, Pio XII, il Papa degli Ebrei (Casale Monferrato 2001) e Matteo Luigi Napolitano, Pio XII tra guerra e pace. Profezia e diplomazia di un papa (1939-1945) (Roma 2002), Giovanni Sale, “Hitler, la Santa Sede e gli ebrei”, Jaca Book, Milano, 2004

Questa lunga fila editoriale – badate bene – è puramente nazionale, cioè resta soltanto circoscritta al di qua delle Alpi … poiché al di là l’accoglierebbero con tutt’altro atteggiamento, e sarebbero fortunati a ricevere un sorriso bonario e una pacca sulla spalla. Nessuno di questi autori ha visto queste opere tradotte all’estero, ma a loro non importa neppure, tanto è qui in Italia che devono far parlare, e farci dimenticare. Alla lista si potrebbe aggiungere anche Renato Moro, “La Chiesa e lo sterminio degli ebrei”, il Mulino, Bologna, 2002, che però è essenziale soprattutto per comprendere il nodo del problema: l’acuto commento che ne fa Sandro Magister la dice lunga su quanto sia spinosa ed attuale la questione, cosicché un testo più addolcito, senza angoli taglienti, possa essere oggi più ben accetto. La recensione si apre con: “I perché del mutismo di Pio XII e della Chiesa di fronte alla Shoah ricostruiti in un libro preciso e pacato È un vademecum prezioso, questo libro. Perché insegna i passi giusti sul campo minato dei “silenzi” di Pio XII sulla Shoah. Divenuti materia più di processo accanito che di storia imparziale.” Il problema è che il processo non è fatto – come si vuole far credere – a ciò che la Chiesa e il Papa eventualmente avessero messo in atto per vie occulte e segrete, intessendo reti di rapporti delicatissimi … ma a ciò che la Chiesa, o meglio il Papa che la rappresentava, mai disse e mai pronunciò in pubblico, cioè una condanna del delitto in corso contro l’umanità.

Il citato testo di Giovanni Sale – gesuita della “Civiltà cattolica” – viene recensito sul quotidiano della conferenza episcopale italiana, “Avvenire” da Gian Maria Vian, storico della Chiesa e ordinario di filologia patristica all’università di Roma “La Sapienza” con parole che lasciano interdetti: “nel 1939 e nel 1940 questo papa si mostrò riservatamente disponibile a sostenere un rovesciamento del regime hitleriano, condannando gli orrori bellici e le persecuzioni antiebraiche sino alla conclusione del conflitto”. Una simile affermazione da parte di uno storico stravolge le conoscenze comuni a tutti noi, perché il Papa usò termini ambigui nelle sue due pubbliche dichiarazioni non nominando mai direttamente le persecuzioni degli ebrei, come tutti sanno. Modificare questo significa scendere nella pura fantasia.

Ciascuno di questi autori si è però dovuto limitare alla sola pubblicazione della propria opera pro-Pacelli in lingua italiana. Pare infatti che a queste notevoli rivelazioni non abbiano mai prestato orecchio gli editori esteri. Eppure ne sarebbe bastato uno, così tanto per dire che la cosa era risaputa anche fuori dall’Italia.

Capita ora invece il contrario: all’estero Hochhuth è presente in ben trentanove nazioni. Praticamente più internazionale di Stefano Benni e Baricco.

Consideriamo come la ciliegina il commento di Barbara Marino che nel recensire il libro di Matteo Luigi Napoletano e Andrea Tornelli cita la copertina dell’ultima edizione de “Il Vicario” come una vergognosa e infamante copertina nella quale si vede il Pontefice con la veste bianca macchiata del sangue degli ebrei.

A tale proposito, ringraziamo la suddetta Marino di averci dato una nuova chiave di lettura della nostra stessa copertina, di cui fino ad ora ci era sfuggita la forza tragica. Vorremmo quindi correggere il tiro, ricordando che – insieme all’autore dell’immagine, Mauro Cicarè, del quale abbiamo la massima stima – la veste era stata sì colorata di rosso, ma di un rosso cardinalizio, in cui si voleva vedere l’ambiguità con il rosso bolscevico, dal quale la chiesa era in fuga – e forse lo è ancora oggi – preferendogli un avvicinamento verso il nazismo pur di potersene allontanare definitivamente. Che l’immagine possa essere interpretata anche nel senso del sangue ebraico non ci avevamo pensato. Si sa che il sangue è sangue e basta, la provenienza è sempre discutibile: sangue di ebreo, di slavo, di comunista o di malato di mente, pari sono, una volta accomunati dal forno le differenze sfumano. Ci spieghino, di grazia, come hanno colto il dettaglio dell’ebraico nel sangue.

Renato Moro, come dice ancora Magister, riconosce che in campo storiografico si è sostanzialmente imposta la tesi non di uno storico ma di un drammaturgo, Rolf Hochhuth, l’autore di “Il Vicario”, oggi divenuto anche un film col titolo di “Amen”.

Interessante teoria che ci trova d’accordo, peccato che Il Vicario si sia imposto all’estero e non in Italia da dove è mancato per ben quarant’anni dalle scene e dalle librerie. Precisiamo che non è mai stato realmente censurato, come si cerca di far credere, è solo che nessun editore ha avuto il coraggio di farsi carico della sua “riesumazione”. Non uno in quarant’anni. Molto ci sarebbe da dire sull’abitudine tutta nazionale di autocensurarsi per ottenere benevolenza dai cattolici integralisti

Ma allora se così tanto si è fatto per eliminarlo dalla memoria storica degli italiani con un lavoro di “censura preventiva” come mai se ne parla come di un testo così scottante e da denigrare per definizione anche quando si riprendono le stesse tesi di Hochhuth per confutare Hochhuth?

L’esempio è presto fatto ed è decisamente dei più gustosi:

Le tesi fondamentali non sono mai state scalfite da questi nuovi libri. Gli elementi fondanti la pièce sono sempre validi.

Non ci interessa infatti il comunicato di Pacelli ma il commento che ne fa l’ambasciatore di Hitler presso la santa sede il signor von Weizsäcker in un messaggio datato 28 ottobre 1943 al ministro per gli esteri a Berlino dove si commenta il comunicato di tre giorni prima, fatto dal Papa. Weizsäcker informa in pratica che dal Vaticano tutto è a posto. Non ci dovrebbero essere ulteriori problemi. Il messaggio infatti viene definito sufficientemente criptico e di difficile collegamento con le deportazioni ebraiche. Inoltre si afferma che Pacelli non si è fatto convincere a prendere alcuna misura dimostrativa contro le deportazioni e che si è adoperato per non guastare i rapporti col governo tedesco. Amen.

Da notare inoltre che le date sono piuttosto agghiaccianti, come fa notare Hochhuth e di difficile modificazione anche qualora spuntassero ulteriori documenti segreti vaticani. La data del comunicato papale è infatti dell’ottobre del 1943. eravamo già dopo l’otto settembre, quindi in piena liberazione dagli alleati. I forni dovevano però andare ancora a regime. Sarebbe successo solo più tardi, infatti, solo nell’estate del 1944 si sarebbe avuto il massimo picco di “lavoro” nei campi di sterminio. Roma viene liberata e il 6 giugno del 1944 l’osservatore Romano scrive: "Il primo nostro pensiero sia un atto di pieno e devoto ringraziamento al Signore. Roma è salva.

Purtroppo, come predetto da Weizsäcker sempre nel suo messaggio del 28 ottobre di un anno prima, - dove asserisce che non ci si dovrebbe aspettare ulteriori azioni da Roma contro lo sterminio ebraico, la santa sede non emise nessun comunicato contro lo sterminio neppure dopo essere stata liberata, quindi senza rischio di ritorsione diretta sul Vaticano.

Fa inoltre impressione il generale Wolff, capo delle Ss in Italia portato da Giulio Andreotti a testimonianza, il tutto relativamente al processo di beatificazione di Pacelli ritentato in questi ultimi anni con il nostro senatore a vita come porta bandiera pro-papa e al quale abbiamo un po’ rotto le uova nel paniere rieditando “Il Vicario”. L'ufficiale nazista racconta che Hitler gli diede l'ordine addirittura di «distruggere il Vaticano» e poi di arrestare il Pontefice e deportarlo all'estero. Probabilmente nel piccolo Liechtenstein, granducato di neutralità & affari come appare in un articolo apparso su La Repubblica nel 23 agosto del 2001 contenente un’intervista proprio ad Andreotti sul tema. Andreotti ci fa sapere che però L'ordine di Hitler non fu eseguito per merito proprio del generale Wolff.

Viene da chiedersi come sia stato possibile per il generale Wolff avere tanta forza da non eseguire l’ordine ed essere sopravvissuto a tanto, scampando l’ira di Hitler e potendo addirittura arrivare a noi a raccontarci la sua prodezza. Eppure, proprio in questa domanda sta la chiave di volta del problema. Paradossalmente, se accettassimo le affermazioni di Wolff saremmo costretti ad accettare anche quelle di Hochhuth, che aveva sempre sostenuto che il Papa sarebbe stato intoccabile in ogni caso, anche se avesse scomunicato i nazisti. Wolff infatti ha disobbedito proprio come aveva ipotizzato Hochhuth, secondo cui il trenta per cento degli ufficiali tedeschi era cattolico e se Pio XII avesse scomunicato il nazismo, molti di loro si sarebbero fermati.

Wolff non deporta il Papa, e si può dubitare che il Papa temesse il contrario. Quindi verrebbe a cadere la tesi per cui l’azione politica del Vaticano fu blanda a causa delle minacce naziste. Nessuno li avrebbe toccati. Wolff ne è la dimostrazione vivente. Questa era la tesi di Hochhuth e forse Andreotti nella spasmodica ricerca di una beatificazione a tutti i costi ha fatto uno scivolone piuttosto grossolano.

La scelta del Vaticano si rovescia, e si vede quindi che non era più giustificata da minacce - lo stesso Andreotti ci dimostra che erano inesistenti - ma fondata sulla scelta consapevole di appoggiare il nazismo contro un nemico ben più minaccioso: il bolscevismo.

Di questo pare essersi dimenticato lo stesso Gavras nel suo film. Nella pièce infatti viene fatto dire ad un alto prelato qualcosa di piuttosto chiaro: Hitler ci difende dai bolscevichi ed è anche il primo unificatore d’Europa dopo Napoleone. Su questo, lo stesso Andreotti concorda: «Pio XII ebbe un atteggiamento molto fermo nei confronti dei comunisti e questo gli scatenò contro, da parte degli stessi comunisti e dei loro simpatizzanti, compresi molti intellettuali, un'ostilità poi presa al balzo anche da altri ambienti».

Come volevasi dimostrare le posizioni sono piuttosto confuse ma garantiamo che tutto questo succede solo in Italia. All’estero niente di questo trapela, fortunatamente per loro, fino ad ora.

Noi editore italiano però siamo da oggi vincolati a informare l’editore tedesco e l’autore sulla situazione italiana de “Il Vicario”. Probabilmente di questa situazione anomala saremo costretti a dare notizia ai nostri vicini europei. Ci spiace. Tanto.

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