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The Economist, nel numero del 9 dicembre 2004, intervista John Cornwell a proposito di una sua biografia su Giovanni Paolo II, uscita di recente.
Cornwell, con l'occasione, è tornato sul suo libro Il Papa di Hitler, uscito in America nel 1999 e tradotto in più lingue (qui da noi per Garzanti nel 2000; i francesi ne hanno trasformato il titolo in un più pudico "Le Pape et Hitler"; in Germania il titolo suona "Il papa che ha taciuto") ed ha affrontato nuovamente la questione del silenzio di Pio XII.
"Come [Cornwell] ammette - scrive l'Economist - Il papa di Hitler (1999), la sua biografia di Papa Pio XII, mancava di equilibrio".
Ed ecco le dichiarazioni dello stesso Cornwell:
"Alla luce dei dibattiti e delle prove presentate in seguito a "Hitler's Pope", adesso direi che Pio XII aveva un campo d'azione talmente limitato che è impossibile giudicare le ragioni del suo silenzio durante la guerra, mentre Roma era sotto il tallone di Mussolini e più tardi occupata dai tedeschi."
Se non abbiamo frainteso le parole dell'Economist e di Cornwell, le conclusioni che se ne possono trarre sono le seguenti:
1) Cornwell riconosce che tutto il suo libro su Pio XII "mancava di equilibrio". Ossia prende le distanze non solo dalla sua tesi sul "silenzio" ma da tutte le altre tesi sostenute nella sua biografia su Pacelli: il silenzio, che cosa si sapeva della Shoah, l'antisemitismo e così via. Diciamo questo perché molti di questi addentellati si trovano nel paragrafo intitolato "Il viaggio di Pacelli verso il silenzio", a anche in tutto il capitolo 16 che lo contiene, intitolato "Pacelli e l'Olocausto". Come si potrà notare, in questo capitolo, il giudizio sui silenzi di Pio XII è estremamente negativo. Il papa è un pusillanime, passivo, evasivo, indifferente al problema degli ebrei e così via (pp. 402-429). Il tutto coronato dalla seguente frase: "Dato questo scenario, siamo obbligati a concludere che il suo [di Pio XII] silenzio ebbe più a che fare con il suo usuale timore e diffidenza nei confronti degli ebrei piuttosto che rappresentare una strategia diplomatica o un impegno all'imparzialità" (p.427).
2) Evidentemente su tutto questo Cornwell ha fatto marcia indietro. Giacché pare ora riconoscere che il "silenzio" di Pio XII non può ridursi alla mera coppia di binomi: parlare-bene; tacere-male.
3) Cornwell ammette che il dibattito storiografico e le fonti successivi al suo libro del 1999 hanno gettato luce su una circostanza: che il "silenzio" di cui egli stesso accusava Pio XII era invece una condizione difficile, impossibile da giudicare nelle sue ragioni profonde (e comunque impossibile da classificare come "silenzio colpevole". Su questo Cornwell sbaglia. I documenti c'erano anche prima, e lui li ha sistematicamente omessi. Mentre deve riconoscere che un'autorevole storiografia, uscita dopo il suo libro, ha saputo facilmente smontarne gli assunti teorici.
4) Cornwell ammette che il "silenzio di Pio XII" è impossibile da guidicare anche alla luce del fatto che il Vaticano era circondato, ossia era un enclave dell'Italia fascista prima e dell'Italia occupata dai nazisti poi.
Ci pare interessante poi la chiosa dell' Economist su quanto dichiarato da Cornwell:
"Castigato da quest'esperienza, Cornwell è ora un biografo migliore".
Siamo ora curiosi di vedere ora come reagiranno coloro che dal 1999 difendono il libro Il Papa di Hitler di Cornwell come quintessenza di distillatissime verità storiografiche su Eugenio Pacelli-Pio XII.
Matteo Luigi Napolitano